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08-02-16 MPS Weekly: La Commissione europea ha tagliato le stime di crescita economica della zona euro per quest’anno

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La Commissione europea ha tagliato le stime di crescita economica della zona euro per quest’anno, prevedendo solo una lieve accelerazione del Pil, alla luce dei maggiori rischi globali….


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Monte dei Paschi di Siena


Nel 2016 il Pil dell’Eurozona crescerà di 1,7% (1,8% la stima diffusa a novembre) dopo aver segnato +1,6% nel 2015. La ripresa vedrà un’accelerazione l’anno prossimo, in cui è prevista una crescita di 1,9%, invariata rispetto alle proiezioni diffuse in autunno.

I fattori esterni – tra cui “la disordinata correzione” dell’economia cinese e la possibilità di tassi d’interesse più alti negli Stati Uniti – sono considerati i principali elementi di rischio mentre il calo del greggio, l’accesso a finanziamenti a basso costo e la debolezza dell’euro continueranno a sostenere la crescita. Nelle stime della Commissione europea, tutte le principali economie della zona euro, cresceranno quest’anno, con la sola eccezione della Grecia, il cui Pil cederà di 0,7%. A novembre, tuttavia, l’esecutivo Ue prevedeva per Atene una flessione del Pil di 1,3% nel 2016. L’inflazione resterà molto contenuta. Per l’Eurozona la stima è che i prezzi al consumo crescano dello 0,5% quest’anno. A dicembre, la Banca centrale europea proiettava per quest’anno un’inflazione a 1%, ma qualche giorno fa il presidente Mario Draghi ha anticipato che Francoforte sarà probabilmente costretta a rivedere le sue stime alla luce delle mutate condizioni a livello mondiale.

Chiusura d’anno peggiore delle attese per il mercato del lavoro italiano, che a dicembre ha registrato un nuovo calo degli occupati, anche se l’intero 2015 ha visto diminuire sensibilmente la disoccupazione. In attesa dei dati ufficiali che Istat pubblicherà a marzo, dai dati mensili forniti dall’istituto risulta, secondo calcoli degli analisti, che il tasso di disoccupazione medio sia sceso nel 2015 a 11,9% da 12,7% del 2014. Nell’ultimo mese del 2015, tuttavia, si è arrestata la flessione che aveva contraddistinto i mesi precedenti. Il tasso di disoccupazione si è infatti attestato a 11,4%, stabile da novembre, il cui dato è stato però rivisto al rialzo da 11,3% della prima stima. Si tratta comunque del dato migliore da dicembre 2012. Le mediana delle attese degli economisti ipotizzava una prosecuzione del trend discendente, con un calo a 11,2%. Sempre a dicembre, Nell’intera zona euro, invece, il tasso di disoccupazione è sceso al 10,4% dal 10,5%. A spingere verso l’alto il tasso di disoccupazione ha contribuito anche la flessione degli inattivi, secondo Istat diminuiti dello 0,1% (-19.000) rispetto a novembre, mentre il tasso di inattività è rimasto invariato rispetto al mese precedente al 36,2%. In termini congiunturali è rimasto invariato al 56,4% il tasso di occupazione. Su base annua gli occupati sono aumentati dello 0,5% (+109.000) ma su base mensile sono diminuiti di 21.000 unità (-0,1%). Un calo che Istat collega alla riduzione dei lavoratori indipendenti (-54.000), mentre sono cresciuti i dipendenti, in particolare quelli permanenti (+31.000). Dicembre era l’ultimo mese utile per fruire degli sgravi contributivi pieni sui contratti a tempo indeterminato. Chi assumerà nel 2016, otterrà per 24 mesi sgravi di poco superiori ai 3.000 euro annui, contro i circa 8.000 euro annui previsti per le assunzioni nel 2015.

Emergono segnali di miglioramento più evidenti per l’occupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni si attesta al 37,9%, minimo da ottobre 2012, dal 38% (rivisto da 38,1%) di novembre.

La crescita dell’economia italiana resta moderata e la ripresa del manifatturiero continuerà a mostrare incertezze nei prossimi mesi, secondo le ultime previsioni Istat. “L’indicatore anticipatore dell’economia rimane positivo a novembre, sebbene con una intensità più contenuta rispetto ai mesi precedenti, suggerendo il proseguimento della fase di moderata crescita dell’economia italiana”, si legge nella Nota mensile diffusa dall’istituto di statistica.

Istat aggiunge che “l’incertezza sull’intensità della ripresa dell’attività manifatturiera è attesa estendersi ai prossimi mesi”. “Nel settore delle costruzioni si delineano i primi risultati positivi”, prosegue la Nota, ricordando come a novembre l’indice di produzione abbia segnato un recupero del 2,9% che ha determinato un +0,3% nel trimestre settembre-novembre.

La creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti ha registrato a gennaio un rallentamento superiore alle attese mentre il tasso di disoccupazione resta al minimo di otto anni. Secondo il dipartimento del Lavoro, il mese scorso gli occupati non agricoli hanno visto un aumento di 151.000 nuovi posti e il tasso di disoccupazione è rimasto al 4,9%, minimo da febbraio 2008. I dati relativi a novembre e dicembre sono stati rivisti al ribasso di 2.000 unità, rispetto a quanto reso noto in un primo momento. Le stime di consenso ipotizzavano un incremento di 190.000 unità e un tasso di disoccupazione stabile al 5%. La variazione media degli ultimi 3 mesi, a 231 mila unità, è superiore alla media del 2015 (+221 mila). Il settore privato ha creato 158 mila posti. La crescita occupazionale rallenta nei servizi privati, pur restando soddisfacente (+118 mila, dopo +197 mila a dicembre); si osserva una correzione di -25 mila posizioni temporanee, che compensa l’ aumento di dicembre; nella sanità la dinamica resta sostenuta (+37 mila). Le costruzioni segnano un aumento di 18 mila, in rallentamento fisiologico dopo due mesi molto forti (media: 56 mila). Dati molto positivi per il manifatturiero, che aggiunge 29 mila posti, prosegue la correzione nell’estrattivo (-7 mila). Il settore pubblico si riduce di 7 mila posizioni, concentrate a livello federale (-8 mila): questo potrebbe essere causato dalla chiusura degli uffici a Washington per una forte nevicata. L’occupazione rilevata con l’indagine presso le famiglie (household survey), tipicamente volatile, segna un aumento di 615 mila unità. Il dato in parte è viziato dalla revisione annuale della popolazione, al netto di questo effetto la variazione ammonta a +409 mila. Il tasso di partecipazione aumenta a 62,7%, da 62,6%, con la forza lavoro in rialzo di 502 mila unità (quarto ampio aumento consecutivo, con una media a 3 mesi di +413 mila). Il tasso di disoccupazione a 4,9%, è sui minimi da febbraio 2008. I salari orari, dopo una variazione nulla a dicembre, aumentano di 0,5% mensile (2,5% annuale). Le ore lavorate aggregate aumentano di 0,3% mensili. I dati sono complessivamente positivi e confermano la solida crescita del mercato del lavoro.

Ancora una settimana di ampi ribassi sui mercati finanziari. Materie prime in lieve flessione dopo il rimbalzo della scorsa settimana, dollaro in marcato indebolimento, con recupero successivo solo parziale. Il sentiment di mercato resta piuttosto depresso, come dimostrato dal fatto che anche dati macroeconomici positivi non riescono a risollevare le quotazioni. Il calo dei prezzi degli attivi rischiosi appare considerevolmente maggiore del deterioramento dei dati economici e di quello degli utili aziendali. Dai massimi, l’azionario statunitense è in calo di circa il 12%, mentre gli spread di credito appaiono compatibili con condizioni di recessione conclamata, almeno su base di confronto storico. I titoli di stato hanno reagito all’andamento dei mercati rischiosi con una flessione dei rendimenti sui debiti sovrani più sicuri. Il titolo governativo decennale statunitense ha toccato un rendimento di 1.83%, ed oggi i mercati prezzano il prossimo aumento dei tassi ufficiali sul dollaro solo verso la metà del prossimo anno, rispetto al consenso di 3-4 aumenti da 25 punti-base quest’anno. Sul mercato dei cambi, il dollaro ha sperimentato mercoledì scorso uno dei maggiori ribassi su base giornaliera degli ultimi anni, in conseguenza di una serie di dati di debole attività economica statunitense. In settimana, prezzi del greggio sostanzialmente invariati, dopo che l’ipotesi di tagli concertati di produzione tra Opec e Russia ha perso forza. L’indebolimento del dollaro ha indotto forza alle quotazioni del petrolio ma i dati sulle scorte settimanali hanno riportato ad una realtà ancora fatta di eccesso di offerta.

Fonte: BONDWorld.it


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