La settimana si apre con una debolezza del mercato cinese (Shanghai Composite -2,8%), a fronte dei dati deboli sul commercio estero di aprile ed in particolare del crollo dell’import (-10,9%, con implicazioni interessanti per l’export delle altre aree verso la Cina), e marginali apprezzamenti dei mercati europei. …
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Monte dei Paschi di Siena
L’impostazione negativa della settimana passata è stata sugellata dai dati sul mercato del lavoro USA (non-farm payrolls – NFP) di aprile, peggiori delle attese. Durante la settimana la survey ADP, rilasciata alcuni giorni prima dei NFP e considerata un buon indicatore anticipatore, aveva indotto un riaggiustamento verso il basso delle aspettative. Tuttavia la combinazione di una creazione di posti di lavoro di 160mila (atteso 200mila), di un tasso di disoccupazione del 5% (atteso 4,9%) e di un crollo dei nuovi occupati risultanti dalla survey delle famiglie (condotta su una popolazione diversa dai NFP, che indagano il settore delle imprese) ha riacceso le preoccupazioni che il rallentamento dell’economia USA registrato negli ultimi due trimestri possa proseguire.
Due osservazioni:
La Fed stimava nel 2013 che la crescita mensile degli occupati necessaria per provocare una diminuzione del tasso di disoccupazione era di circa 80mila unità e che questa crescita sarebbe calata nel 2016 a circa 35mila. Nessuna sorpresa quindi che, con l’avvicinarsi di una situazione di piena occupazione (il tasso di disoccupazione naturale è stimato attorno al 5%), la crescita dei nuovi occupati cominci a calare. Semplicemente, non esiste più un esercito di disoccupati da trascinare nelle schiere degli occupati.
I salari e le ore lavorate sono in aumento, contribuendo a sostenere il reddito personale. Questo dovrebbe mantenere vive le attese che, prima o poi, un qualche tipo di pressioni inflazionistica si materializzi. Il problema con questa linea di pensiero è l’inspiegabile aumento del tasso di risparmio a cui si sta assistendo negli USA, che non permette agli aumenti del reddito disponibile di tramutarsi in spesa per consumi. Si stima che circa il 15% (cinque volte più del periodo pre-crisi ) dell’aumento del reddito disponibile registrato nell’ultimo anno sia andato a gonfiare i risparmi delle famiglie. Nell’attesa, il mercato continua ad abbassare la probabilità associata ad un rialzo dei tassi da parte della Fed. La probabilità attribuita ad un rialzo al prossimo meeting del 15 giugno è crollata all’8% (era il 50% due mesi fa) mentre la probabilità che nel 2016 vi sia un solo rialzo dei tassi è ora appena del 50%. Questo scetticismo sul proseguimento della fase restrittiva da parte della Fed, unito al chiaro bias espansivo della BCE e della BoJ continua ad esercitare una pressione al ribasso su tutto il complesso dei tassi di mercato
Circa il 23% del mercato obbligazionario globale presenta un rendimento negativo (ad esempio: governativi tedeschi sino alla scadenza 8 anni, governativi giapponesi sino alla scadenza 10 anni, governativi italiani sino alla scadenza 2 anni, etc). Questa proporzione è in aumento rispetto al 13% di inizio anno e rappresenta chiaramente una delle più formidabili sfide che gli investitori si siano mai trovati ad affrontare prima d’ora.
La risposta degli investitori alla sfida è stata abbastanza prevedibile: uno spostamento in alto a destra nello spettro rischio-rendimento, riposizionando i portafogli verso assets che appaiono in grado di aiutare a raggiungere rendimenti attesi che rimangono ancorati ad un precedente stato delle cose. I conseguenti flussi verso il mercato del credito (corporate bonds, high yield bonds, emergenti sia governativi che corporate) sono stati robusti dall’inizio dell’anno, contribuendo a comprimere i rendimenti. Nella stessa direzione ha spinto l’azione del mercato pre e post-annuncio (10 marzo) dell’estensione del programma di acquisti della BCE ai titoli corporate; gli acquisti inizieranno a giugno.
Ma le implicazioni sono importanti per tutti gli attori del sistema. Questa settimana sono in programma gli utili del primo trimestre di un gran numero di banche europee. Le prime indicazioni sono per un discreto effetto negativo dell’ambiente di tassi bassi sul margine di interesse degli istituti di credito. Per controbilanciare questo effetto il libro di testo utilizzato dalla BCE prevede un aumento dei volumi, spinti dalla ripresa in corso e agevolati dalle misure (TLTRO 2) adottate di recente. L’andamento degli aggregati creditizi sinora ha mostrato solo una debole accelerazione dei prestiti delle banche; nell’area euro i prestiti alle famiglie sono in aumento a marzo del 1,6% in termini annuali, mentre quelli alle imprese segnano un +1,1%. I dati della Banca d’Italia che verranno rilasciati in settimana forniranno i dettagli sugli sviluppi a marzo per l’Italia.
In prospettiva, come ogni mese negli USA la settimana seguente al rilascio dei dati sul mercato del lavoro è povera di dati macro, con l’unica eccezione dei dati sulle vendite al dettaglio di aprile venerdì. Nell’area euro invece avremo il rilascio dei dati sul Pil del primo trimestre in Italia e Germania (attesa una variazione trimestrale dello 0,6%, 1,5% sull’anno).
Per quanto riguarda l’Italia le attese sono per una variazione trimestrale dello 0,3% (0,9% rispetto al 2015 Q1). I principali fatti stilizzati della crescita del nostro paese (che saranno evidenti solo il 31 maggio, quando Istat rilascerà i dati sulle diverse componenti del Pil) dovrebbero essere:
– La prosecuzione della crescita dei consumi privati (in crescita costante negli ultimi dieci trimestri), che beneficiano di un certo miglioramento delle condizioni sul mercato del lavoro e del reddito disponibile.
– Un contributo modesto dai consumi del settore pubblico e del settore estero; le esportazioni nette rimangono ad un livello molto elevato storicamente ma difficilmente espandibile a fronte del rallentamento della crescita del commercio mondiale. Di particolare interesse sarà l’andamento degli investimenti, che appaiono come uno degli anelli mancanti per poter considerare l’attuale ripresa sostenibile. Nel 2015 gli investimenti sono cresciuti marginalmente (0,6%) dopo sette anni ininterrotti di declini, ma solo grazie al boom del settore degli autoveicoli, (in crescita di circa il 20%).
Il tema di una crescita discreta trainata dalla domanda interna è comune a tutta l’area euro. Da rilevare che nel primo trimestre la crescita dell’area è stata superiore quella registrata negli USA ed in UK.
Fonte: BONDWorld.it
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