La settimana si è chiusa con un forte rally azionario che ha limato le performance negative senza tuttavia invertire la ormai protratta fase di debolezza dei mercati azionari (Euro Stoxx -4,3%), con sottoperformance del settore bancario (Euro Stoxx Banks -5,5%), un ulteriore marginale ribasso dei rendimenti a lunga (bund a 10 anni in calo di….
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Monte dei Paschi di Siena
pochi punti base a 0,26%, ma sotto lo 0,2% durante la settimana) e ritorno dell’allargamento degli spread dei titoli governativi dell’area euro verso bund (spread Btp-bund a 139 punti base, +13 punti base nella settimana e forte allargamento anche per il Portogallo).
Durante la settimana appena passata si sono manifestati alcuni elementi che indicano un mutamento nella natura della fase negativa che i mercati finanziari stanno vivendo. A tratti quella che sembrava una debolezza concentrata in alcuni segmenti dei mercati, quelli percepiti come più vulnerabili, ha assunto dimensioni sistemiche. Alcuni esempi di questa nuova fase sono stati la debolezza vista nelle obbligazioni di alcune banche europee la cui solidità sinora non era mai stata in dubbio, la reazione di alcune variabili tipica delle fasi di forte avversione al rischio (forte apprezzamento dello yen, allargamento dello spread BTP-Bund), ed il forte declino dei rendimenti a lunga dei titoli governativi tedeschi, statunitensi e giapponesi. Durante la settimana il rendimento del titolo decennale giapponese è sceso sotto lo 0%; questo costituisce un evento di cui non si ha memoria per un titolo di questa scadenza.
In un primo periodo di questa fase negativa (approssimativamente dall’estate scorsa alla fine del 2015) il fattore che guidava i movimenti di mercato poteva essere identificato nel declino del prezzo del petrolio, con le sue proprietà segnaletiche di un rallentamento del ciclo economico globale e le sue conseguenze su alcuni paesi produttori (per es. la necessità per i fondi sovrani di alcuni di questi di liquidare i loro investimenti).
Nell’ultimo mese, ed in maniera evidente in queste ultime due settimane, il fattore che pare abbia assunto un’importanza relativamente maggiore è proprio lo stato del settore bancario europeo. In un momento dominato dal panico a poco sono valsi alcuni interventi ufficiali ed alcune analisi tese a suggerire che il sistema è decisamente più solido di quanto emergerebbe dalle valutazioni di mercato.
In prospettiva, e se questa fase dovesse proseguire, assumerà rilevanza primaria il meeting della BCE del 10 marzo, per il quale gli analisti si attendono un ulteriore limatura del tasso sui depositi (attualmente al -0,30%). Tuttavia, vi sono dubbi sul fatto che questa misura in isolamento possa spezzare la spirale negativa che si è instaurata. Nelle ultime settimane la Bank of Japan (la banca centrale giapponese) ha introdotto tassi negativi e la Riksbank (la banca centrale svedese) ha ulteriormente tagliato il suo tasso di riferimento al -0,5%; inoltre nella sua recente testimonianza al Congresso USA Yanet Yellen ha chiaramente fatto intendere che gli sviluppi recenti potrebbero indurre la Fed ad interrompere la fase di rialzo dei tassi USA. La percezione è che l’attuale arsenale di misure, di cui il Quantitative Easing ed i tassi negativi sono due ingredienti fondamentali, non siano sufficienti a fronteggiare la situazione. Oltre alla manovra sui tassi, l’attenzione sarà quindi concentrata su possibili innovazioni di politica monetaria. Il menù è in teoria abbastanza ampio, ma pare che l’attenzione si stia concentrando su un allargamento dello spettro di attività finanziarie oggetto di acquisto da parte della BCE.
Per quanto riguarda più in dettaglio la testimonianza della Yellen nell’intervento preparato per il Congresso nel corso della tradizionale audizione semestrale: il deterioramento delle condizioni finanziarie e l’incertezza relativa alla Cina rappresentano rischi per la ripresa statunitense ma, mentre è possibile, come detto, che la fase di rialzo dei tassi venga sospesa o interrotta, sussistono poche possibilità che la Fed debba invertire la rotta al rialzo dei tassi di interesse avviata a dicembre. I rischi a livello globale sono aumentati e potrebbero rallentare l’economia Usa ma “non mi aspetto che (il Fomc) si trovi a breve nella situazione in cui è necessario tagliare i tassi”, ha chiarito Yellen. “C’è sempre il rischio di recessione…e gli sviluppi finanziari globali potrebbero produrre un rallentamento dell’economia”. Mentre il quadro rimane fondamentalmente positivo, Yellen rileva che “le condizioni finanziarie negli Stati Uniti sono recentemente diventate meno favorevoli alla crescita, con correzioni di ampie misure di prezzi azionari, tassi sui prestiti in rialzo per i prenditori più rischiosi e ulteriore apprezzamento del dollaro”.
La Fed non ha sinora valutato con attenzione gli aspetti legali dei tassi negativi, ha detto Yellen, precisando che non pensava che i tassi sarebbero potuti andare tanto in negativo quando, nel 2010, il FOMC dibatté il tema e l’opzione di policy e di non essere comunque al corrente di limiti legali all’uso di tali strumenti.
Un taglio dei tassi Usa resta comunque uno scenario improbabile: “Non penso che sia probabile un’inversione di rotta sufficiente a rendere possibile che la prossima mossa sia un taglio dei tassi”.
“Voglio anche rendere chiaro che la politica non ha un corso predeterminato e che se la nostra percezione dei rischi e delle prospettive cambiasse in modo da renderlo appropriato”, il Fomc dovrà tenere in considerazione la possibilità. La presidente della Fed ha detto anche che l’economia sta ancora creando posti di lavoro nonostante il peso sul comparto manifatturiero esercitato dalla forza del dollaro. Il calo del petrolio, secondo Yellen, ha finora avuto un impatto negativo sulle prospettive della crescita economica. La presidente della Fed ha detto anche che la crescita dei salari non è la prova del nove per decidere di attuare cambiamenti nella politica monetaria.
Passando agli sviluppi ciclici nell’area euro: in base alla prima stima Eurostat il prodotto interno lordo ha segnato un incremento dello 0,3% nel quarto trimestre 2015 e dell’1,5% su base annuale. Il risultato è in linea col consenso di mercato e si confronta con la crescita di 0,3% e tendenziale di 1,6% del terzo trimestre.
Nell’ultima parte dell’anno scorso la debole ripresa italiana ha perso ulteriormente slancio e la crescita messa a segno nel 2015 è risultata inferiore alle previsioni del governo. Secondo i dati provvisori diffusi da Istat, nel periodo ottobre-dicembre il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,1% dopo +0,2% del terzo trimestre, confermando i timori di rallentamento suggeriti dal deludente dato di produzione industriale italiana di dicembre. La crescita tendenziale (quarto trimestre 2015 su stesso periodo 2014) è stata pari all’1%, contro attese per un +1,2%. La crescita 2015, destagionalizzata e a parità di giorni lavorati è stata dello 0,6%, mentre quella a dato solo destagionalizzato è stata dello 0,7%. In attesa della disaggregazione del dato e dei relativi contributi, che saranno resi noti il 4 marzo, il comunicato Istat spiega che nel quarto trimestre è diminuito il valore aggiunto dell’industria, mentre è aumentato quello dei servizi. Dal lato della domanda la componente interna, considerando anche le scorte, ha dato un contributo negativo, più che compensato dall’apporto positivo della componente estera netta. Una crescita di 1,6%, come da previsione ufficiale del governo per il 2016 appare di ancor più difficile realizzazione, con conseguenti ricadute sui conti pubblici, mentre è ancora sospeso il giudizio sulla legge di Stabilità da parte della Commissione europea, che intanto nelle ‘Winter Forecast’ si è già mostrata più prudente (+1,4% la previsione per quest’anno).
Il ‘sentiment’ della zona euro è peggiorato più del previsto a febbraio sulla scia dei timori per l’economia globale. L’indice Sentix, che monitora il morale degli investitori e degli analisti della zona euro, è sceso a 6,0 nel mese in corso dal 9,6 di gennaio. Le stime di consenso ipotizzavano un valore a 7,6.
“La zona euro sta dimostrando, e non è una sorpresa, di non essere immune alla considerevole perdita di slancio dell’economia globale”, si legge in una nota di Sentix. Il sotto-indice delle aspettative per l’economia della zona euro è scivolato a 1,5 da 6,3 di gennaio, al minimo da novembre 2014. Il sondaggio su 1.101 investitori è stato condotto tra il 4 e il 6 febbraio.
La Banca centrale svedese ha tagliato i tassi d’interesse portandoli ulteriormente in territorio negativo e sorprendendo i mercati per la portata del taglio effettuato. Riksbank ha ridotto i tassi di riferimento di 15 punti base a -0,50%, spiegando che ha dovuto agire perchè “sta venendo meno la fiducia” di poter far risalire l’inflazione verso l’obiettivo del 2%.L’accentuazione del tasso negativo da parte della banca centrale giunge in un momento in cui il mercato immobiliare del paese appare surriscaldato e le stime di crescita del Pil per il 2016 indicano una crescita del 3,5%. Ciò rappresenta un evidente dilemma di politica economica.
Fonte: BONDWorld.it
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