L’apertura di questa settimana è condizionata dai tragici eventi di Parigi, le cui implicazioni dovranno essere esaminate attentamente. Alcuni temi sono già abbastanza chiari: la sfida posta al governo francese….
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Monte dei Paschi di Siena
Mario Draghi – Presidente BCE
in generale ed al presidente Hollande in particolare, il possibile spostamento dell’asse politico dell’area euro verso forze nazionaliste, quando non esplicitamente razziste, l’impatto sul prezzo del petrolio derivante dall’aumento del rischio geopolitico, il possibile impatto sulla fiducia dei consumatori e degli imprenditori. Su quest’ultimo punto, potendo contare purtroppo su un certo ammontare di evidenza empirica (Madrid 2004, Londra 2005, ancora Parigi all’inizio del 2015), si può tentativamente sostenere che gli effetti sono solitamente negativi nel brevissimo termine ma rapidamente riassorbiti.
Venendo alla prima reazione dei mercati, le borse asiatiche hanno chiuso la sessione con performance generalmente negative (Nikkei -1%, Hang Seng -1,7%) con l’eccezione del Shangai Composite (0,7%). I mercati europei, dopo un’apertura in territorio negativo, hanno recuperato i livelli di apertura. Il prezzo del petrolio non ha reagito in misura significativa all’aumento del rischio geopolitico, con il future sul WTI poco sopra i 41 USD/brl. Riguardo il flusso di notizie recente, il Giappone ha registrato nel terzo trimestre una variazione del Pil negativa (-0,2%) che, dopo il -0,2% del secondo trimestre, pone il paese in una condizione tecnica di recessione.
In settimana l’Ocse ha tagliato le previsioni di crescita globale dal 3% al 2,9% per quest’anno e dal 3,6% al 3,3% per il prossimo anno. Stessa sorte per l’Eurozona: le stime parlano di un’espansione dell’1,5% quest’anno e dell’1,8% il prossimo, in lieve peggioramento rispetto all’Interim Economic Outlook di settembre (+1,6% nel 2015 e +1,9% nel 2016).
Tra le grandi economie dell’Eurozona, la Germania subisce una lieve correzione al ribasso (+1,5% nel 2015 e +1,8% nel 2016 dal +1,6% e +2% secondo i dati di settembre) mentre la Francia è interessata da una revisione al rialzo per il 2015 (da +1% a +1,1%) e una revisione al ribasso per il 2016 (da +1,4% a +1,3%). Secondo l’organizzazione di Parigi, il peggioramento delle prospettive economiche globali è legato al rallentamento del commercio internazionale, dovuto in particolare alla frenata della Cina. Nonostante ciò, il commercio globale reale è visto in crescita del 2% nel 2015, rimanendo tuttavia in netta frenata rispetto al 3,4% dello scorso anno, livello che dovrebbe recuperare il prossimo anno (+3,6%) e superare nel 2017 (+4,8%).
“La debolezza del commercio globale”, ha spiegato ancora l’Organizzazione, “può essere interpretata come un’avvisaglia di un ulteriore rallentamento della crescita del pil globale”. “Al centro” del problema c’è “il ruolo della Cina rispetto ai prezzi delle materie prime e alle catene di valore globali in un contesto nel quale le economie avanzate si sono confermate fin qui resistenti”.
Mario Draghi facendo il punto sullo stato dell’economia continentale al Parlamento europeo, ha espresso le stesse preoccupazioni riportate dall’OCSE. A queste il presidente della BCE ha aggiunto che, “per una normalizzazione dell’inflazione potrebbe servire più di quanto previsto a marzo”, e pertanto ha confermato possibili cambiamenti di politica monetaria, ritenendo di dover adottare ulteriori misure per indurre e rafforzare una ripresa in Europa “lenta ma più diffusa che in passato”. Il riferimento è indirizzato anche ai paesi “non core”, che hanno mostrato segnali positivi di ripresa nei consumi ed investimenti, ma restano rischi al ribasso e “la pressione dei prezzi resta sommessa”. Fa inoltre un accenno all’eventualità di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea (Brexit) e ai negoziati, definiti lunghi e complicati, ma che dovranno mantenere intatti moneta e mercato unico.
Secondo il vicepresidente della FED, Stanley Fischer, il dollaro forte sta tenendo a freno l’inflazione e le esportazioni americane, cosa che giustifica un rialzo dei tassi particolarmente graduale. In generale l’economia Usa sta gestendo bene questa situazione e quindi “potrebbe essere appropriato” alzare i tassi a dicembre. Nel Board della FED, comunque, le opinioni non sono ancora univoche: il presidente della FED di Chicago, Evans, ha affermato che, a suo avviso, il primo rialzo dei tassi USA potrebbe slittare al 2016 e che il piano di rialzi debba avvenire con aumenti graduali. A far da contraltare si schiera Bullard, presidente della Fed di St.Louis, il quale invita ad aumentare il costo del denaro perché le politiche di emergenza non sono più necessarie con un mercato del lavoro (disoccupazione al 5%) ed inflazione vicini ai target.
In vista del G20 del 15 e 16 in Turchia, il Fmi ribadisce quanto sia opportuno per la Fed attendere l’evidenza dei dati nel perseguire un possibile rialzo dei tassi, ed in particolar modo valutare se la forza del mercato del lavoro venga accompagnata da chiari segnali di aumento dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Riferendosi alla situazione europea, ha inoltre invitato la BCE a continuare nella sua politica accomodante anche con misure non convenzionali volte a “rafforzare i bilanci bancari, migliorare la trasmissione della politica monetaria e le condizioni del mercato”, che aiuterebbe a centrare l’obiettivo della stabilità dei prezzi.
In generale la settimana appena passata non è stata particolarmente soddisfacente per i maggiori mercati azionari che hanno registrato performance negative comprese tra il 2% dei mercati europei ed il 4,2% del Nasdaq (USA). Allo stesso tempo i rendimenti obbligazionari sono scesi di circa 8/10 punti base (15 per il Btp decennale).
Fonte: BONDWorld.it
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