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AWFI: Cartolina da Washington: Currency War, QE2, guerra delle poltrone per i mercati emergenti

Il recente rally degli ultimi dieci giorni, tutto basato sulle scommesse di un ampliamento delle misure non convenzionali di Quantitative Easing (QE2), ha coinvolto equity, crediti e divise… Tranne il USD.

Questo materiale è destinato unicamente ad Investitori Professionali

Claudia Segre – Abax Bank – Fixed Income Area & OFP


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Ma durante il FMI ci si è chiesti quanto potrà durare questa fase post crisi che, tra luci e ombre, resta piena di rischi sistemici per le economie del G7. Disoccupazione, incertezza sulle regole, deficit fiscali e sovrani in crescita: queste sono le fragilità a fare da corollario ad un mercato che sconta manovre a sostegno del New Normal, ma che non sono ancora capaci di disegnare un’uscita dal tunnel sicura e basata su meccanismi di governance globalmente riconosciuti per evitare ricadute. Da qui l’importanza del G20 diventa sempre più stringente per tornare a parlare “globalmente”, agendo “globalmente” e non “unilateralmente”, come dimostrato dalle molteplici misure adottate da diversi Paesi sul controllo dei capitali nel G20 dell’Aprile 2009, nel quale era stato avviato un sano processo di coordinamento anti -crisi.

30 strade, 800 mila abitanti, più mausolei, parchi e fontane che barboni. Ecco la splendida città/ distretto che ha accolto le 187 delegazioni di altrettanti Paesi, banchieri, operatori di mercato e società civile al grande happening dell’annuale meeting del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Un caldo estivo ha aiutato il pellegrinaggio tra le varie locations sedi degli interventi di Ministri, Economisti, Governatori delle Banche Centrali, più richiesti ed ascoltati delle star di Hollywood.

Per la prima volta in 15 anni, la presenza degli operatori di mercato in rappresentanza di fondi, hedge fund, SWF, banche, assicurazioni, family office etc. erano più numerosi della moltitudine di relationship manager delle banche. Tutti concentrati a fare il punto sulle relazioni creditizie in un mondo inondato di liquidità, ma ancora resistente verso i mercati emergenti. Alta tensione e temi scottanti per un week end di full immersion nel cuore dei mercati finanziari internazionali, con una netta maggioranza di presenze dai mercati emergenti a dominare dibattiti e politica istituzionale. Qui di seguito i temi.

Currency War. Lagarde (FR) dice che non vuole sentir parlare di guerre, ma di pace, e Stanley Fischer (Israele, eletto miglior Governatore di Banca Centrale) gli risponde che la guerra delle valute è inevitabile quando anche i mercati emergenti cercano di salvaguardarsi dagli effetti della crisi cercando di svalutare le proprie divise ed intervenendo massivamente con controlli sui capitali. Non vogliono pagare all’America una tassa sulle proprie esportazioni, subendo un apprezzamento delle loro divise. E come dargli torto visto il costo che hanno pagato in termini di riserve valutarie e fiscal deficit per la crisi subprime loan. Francia e Gran Bretagna alzano la voce sulla necessità di una riforma dei cambi come obiettivo di lungo termine per il ribilanciamento delle economie mondiali, ma sul breve termine le tensioni rimarranno. Gli Usa accusano direttamente i cinesi, ma questi resistono confermando un approccio graduale per evitare una destabilizzazione maggiore anche per le divise asiatiche, che intanto intensificano gli accordi, come quello con la Turchia per gli scambi in yuan rembimbi verso i partner commerciali.

Ed i trade agreement, solo in Asia, da 3 son diventati 43 in 5 anni. Non solo quindi guerra delle valute, ma colpi bassi al Re dollaro sugli scambi commerciali. Inoltre, occorre osservare come dopo gli interventi fiscali brasiliani (tassa del 4% sugli investimenti esteri sul fixed income) e di altri Paesi Latam, son seguiti quelli coreani sui derivati. La somma degli interventi della Corea del Sud e Taiwan dal 2006 al 2010 superano ampiamente quelli cinesi. A dimostrazione che il capro espiatorio cinese è solo la punta dell’iceberg di un movimento valutario più ampio e diffuso, e quindi non la sola colpa dei problemi del sistema monetario internazionale. D’altronde, come ricordato sopra, se i volumi dei flussi di capitale verso EM che erano il 61.3% nel 2007 son diventati il 78.6% del totale globale, è colpa dei cinesi?

QE2. Occhi puntati al meeting della FED ed all’entità e alla modalità (possibile target sui tassi di curva) delle manovre che saranno adottate da un Bernanke che pochi mesi fa parlava di un “unusually uncertain outlook”. Non c’è dubbio che dopo il richiamo della Merkel nell’ultimo meeting del G7 in Canada, anche in USA prevale un approccio conservativo volto alla rettitudine fiscale e a favorire una stabilizzazione dei mercati. Non c’è dubbio che la Fed è pronta ad agire copiosamente, almeno questa è l’impressione che se ne ricava dopo gli insuccessi giapponesi che hanno contenuto la manovra, trovandosi così a correre dietro ad un mercato poco incline al consenso. La BCE resta al palo e si conferma in una posizione di attesa.

Crisi europea. Le maggiori preoccupazioni qui a Washington son tutte rivolte all’Europa. Sulla Grecia pare esserci un consenso unanime da parte del FMI e della Commissione Europea per gettare acqua sul fuoco, come dimostrato dalle recenti dichiarazioni, subito oggetto di dibattito, su una possibile riapertura di prestito alla Grecia. Nessuna parola sull’Irlanda e sulle agenzie di rating, già con nervi a fior di pelle sull’impatto della Dodd Franck sul segmento ABS, che conferma la massima attenzione sulle dinamiche fiscali europee. Atteso per il 4 novembre la pubblicazione del nuovo fiscal monitor del FMI, dove appare evidente la necessità delle economie europee di proseguire sulla strada di un ridimensionamento del deficit fiscale e l’erosione di quello dei Paesi emergenti.

Mercati emergenti. Chiedono a gran voce di contare di più nelle istituzioni di Bretton Woods. Solo al FMI, Germania, Francia e Inghilterra contano più della Cina ed il Belgio (!) ha più voti del Brasile… La votazione sulla riforma tanto attesa delle quote, in gestazione da due anni, è rimandata a data da destinarsi. I Paesi Emergenti pesano il 39.5% (e il 47.5% nella Banca Mondiale) e l’Europa il 32% (in linea con un PIL pari al 30% del PIL mondiale, secondo Lagarde), mentre gli Usa il 16.5%. Il Board entra così per la prima volta in un limbo e di conseguenza le elezioni son rinviate. Intanto l’Africa chiede un seggio in più al Board. Tutta l’Africa subsahariana, formata da 43 Paesi, ha attualmente solo 2 seggi. Le richieste dei mercati emergenti sono solide e basate anche sul fatto di aver superato cara la crisi 2007-2009, che in alcuni casi ha costretto alcuni a tornare a basarsi sugli aiuti del FMI. Ora, i flussi di capitale son tornati copiosi proprio dove le capacità di crescita economica, e quindi di miglioramento del reddito pro capite, son più promettenti. Secondo Goldman Sachs infatti, i flussi netti di capitale tra aprile 2009 e giugno 2010 verso le economie emergenti han toccato i 575 mld $, in crescita rispetto alla media annua di 481 mld $ dei due anni precedenti il default di Lehman, nel settembre 2008. Il mix di capitali da investimento a medio e lungo termine e capitali di portafoglio equity a breve dimostrano l’accresciuto potere commerciale e finanziario di questi Paesi. Fondi intervenuti ai meeting apertamente dichiarano l’aumento di quota dedicata al debito sovrano in valuta locale e Corps su EM, con ovvia attenta e oculata selezione sulla base dell’analisi creditizia.

Governo Obama ed il Tea Party. A tre settimane dalle elezioni che Obama perderà, e dove i Democratici perderanno probabilmente la maggioranza alla Camera Bassa, un sondaggio USA Today Gallup sul ruolo del Governo vede le idee anti governative del movimento del Tea Party guadagnare un 22% di consensi. Un team economico debole, dedito al rimpasto più che al compattamento, dove non vi è una sola presenza legata al business ed al mercato e la mancanza di una parola definitiva su questione come “too big to fail” e “too connected to fail” poi, non hanno soddisfatto le lobby di mercato. I ritardi ed i tentennamenti sulla politica estera legata alle esportazioni ed i costi legati alla riforma sulla sanità sono tra le principali accuse di un Obama stabile sotto il 50% dei consensi… Sarà così difficile che il pacchetto di stimoli fiscali venga approvato in tempo ed abbia effetto per il 2011, lasciando il deficit volare ad un record a doppia cifra.

Lecture di El-Erian, Pimco (sul New Normal). Carismatico, diretto ed esaustivo come sempre, Mohamed A. El-Erian torna sul New Normal nella lecture della prestigiosa Jacbsonian

Foundation all’IFC Center. Dice chiaramente che abbiamo vinto la guerra contro la recessione, uniti e cordonati, ma ora non abbiamo riportato la pace. La “pace” non è sicura, ed il mondo appare di nuovo separato e distratto in un momento di post crisi molto critico. A cambiamenti strutturali occorre rispondere quindi, continua, con soluzioni strutturali onde evitare uno scontro tra “Wall Street e la Main Street”. Il New Normal ha portato una frammentazione e regionalizzazione che ci fa perdere i risultati acquisiti in termini di coordinamento globale nella lotta alla fase più acuta della crisi. Occorre ritrovare questo spirito, con banche centrali, governi e FMI concentrati per evitare che l’upside down tra mercati emergenti ed economie mature si ristabilizzi e si metta mano ai bilanci per ridare certezza al mercato.

Peccato solo quella rivendicazione sulla dicitura del New Normal contro chi se la vorrebbe attribuire a spese dell’intuizione Sua e del Suo Team… E chi glielo dice a F. Delano Roosvelt che già ci aveva messo sull’avviso 70 anni fa!


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