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2017: Europa alla prova della vox populi

Le prospettive economiche dell’Eurozona sono gravate nel breve e nel medio termine da un crescente grado di incertezza politica……….


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Nel corso del 2017, Olanda (marzo), Francia (maggio– giugno), Germania (fine settembre) e forse Italia (primavera) rinnoveranno i parlamenti nazionali. In tutti i paesi vi è il rischio di ulteriore deriva verso posizioni populiste, che hanno come tratto comune l’ostilità, più o meno forte a seconda dei paesi, all’Unione Europea e all’Unione Monetaria. Anche se i partiti tradizionali dovrebbero riuscire a mantenere una maggioranza relativa saranno condizionati nelle loro scelte politiche dal crescente consenso per l’approccio minimalista e di conservazione dello status quo dei populismi. Il processo di riforma della governance europea rischia di essere significativamente indebolito dal ciclo elettorale 2017, con possibili conseguenze sulla stabilità dell’area nel medio termine.

In molte democrazie avanzate, sta aumentando il sostegno per partiti ‘populisti’, cioè forze politiche che sostengono l’esistenza di un conflitto fondamentale fra un ‘popolo’ descritto come un’entità omogenea, e una “é lite ” segregata dal popolo stesso, spesso additata come corrotta e sempre accusata di perseguire i propri interessi a discapito di quelli degli altri1. Il substrato che alimenta il malcontento varia da paese a paese, ma alcuni elementi ricorrono con frequenza: aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, maggiore precarietà della condizione sociale (disoccupazione, instabilità della posizione lavorativa), peggioramento delle prospettive di reddito, insicurezza per i mutamenti del contesto (fra i quali l’afflusso di migranti). Mezzo secolo addietro, il malcontento sarebbe stato probabilmente intercettato dai movimenti sindacali e dai partiti comunisti, che lo avrebbero indirizzato verso il terreno della rivendicazione di classe; allora, però, l’offerta politica dei partiti socialisti o socialdemocratici differiva in modo molto più netto da quella dei partiti popolari o conservatori, e lasciava così meno spazio a partiti populisti in senso stretto. Oggi, il quadro appare profondamente disarticolato. I partiti moderati di sinistra sono percepiti come troppo simili a quelli moderati di destra: quelli di destra, infatti, sono diventati più progressisti su tematiche sociali, mentre quelli di sinistra hanno diluito le loro istanze redistributive e rinunciato a promuovere la giustizia sociale2.

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A partire dagli anni ’90, il vuoto della rappresentanza è stato riempito in molti casi, soprattutto, nell’Europa centrale e settentrionale, da movimenti nazionalisti di destra. Per i populisti di destra, oltre all’ élite corrotta esiste un altro nemico, lo straniero che insidia la qualità della vita dei nativi3, da alcuni anni identificato soprattutto con l’immigrato islamico. Diversamente dalla destra americana, questi partiti non hanno una base religiosa, anche se spesso usano il cristianesimo come elemento definitorio del ‘noi’.

In Europa meridionale, invece, il consenso ha premiato soprattutto nuove formazioni politiche che propugnano una partecipazione più diretta del popolo alle decisioni, oltre che una maggiore giustizia sociale. Qui il disagio è principalmente legato al peggioramento delle condizioni di vita seguito alla crisi economica dopo il 2009. Perciò, il populismo di maggior successo ha per lo più una connotazione di ‘sinistra’ (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna), oppure, pur non avendo un’ideologia di sinistra, ha cercato di raccoglierne alcune istanze (Movimento Cinque Stelle in Italia). Tuttavia, anche Grecia e Italia hanno visto la nascita di partiti populisti di destra, rispettivamente Chrysì Avgì (Alba Dorata) e Lega Nord.

Il legame fra aumento del rischio di povertà e rafforzamento del populismo di sinistra è piuttosto forte (v. fig. 1): soltanto il Portogallo sembra fare eccezione. Di contro, la presenza di fenomeni migratori intensi favorisce l’emergere del populismo di destra, ma in questo caso il legame è complicato da fattori come la diversa distanza culturale ed etnica dei migranti dalla popolazione residente, la reazione dei partiti tradizionali e i tempi di sviluppo del fenomeno migratorio; perciò, la stessa intensità di flussi migratori a partire dal 2009 ha portato ad effetti molto diversi nei vari paesi (v. fig 2). In Olanda, per esempio, il boom dei partiti populisti è avvenuto prima, alle elezioni del 2002, con la Lijst Pim Fortuyn (LPF), e sta avendo una seconda rinascita proprio in questo periodo dopo una fase di regresso legata alla crisi della LPF dopo la morte del fondatore.

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L’avanzata dei movimenti populisti pone diversi rischi per gli Stati dell’Unione Europea. In primo luogo, stanno alimentando un clima di ostilità e di diffidenza nei confronti del metodo scientifico, degli esperti e talora anche della democrazia rappresentativa, alimentando la pericolosa illusione che ogni problema sia risolvibile con un voto popolare diretto. Secondo, ponendosi come alternativi alle élite , i movimenti populisti presentano spesso un deficit di competenze che può creare gravi problemi quando si trovano a gestire realtà complesse. Terzo, quasi tutti i movimenti populisti sono ostili all’Unione Europea e all’Unione Monetaria, percepite come fattori limitanti l’autonomia nazionale, e sono perciò tipicamente avversi a qualsiasi meccanismo di sostegno reciproco fra Stati membri. Perciò, se in qualche Stato dell’Unione un movimento populista conquistasse il potere, potrebbe risultarne una fase di instabilità finanziaria e la persistenza dell’Unione Monetaria potrebbe essere messa in discussione indipendentemente dalla determinazione della BCE di contrastare le spinte centrifughe. Il problema si potrebbe porre fra breve: nel 2017, infatti, tre importanti paesi dell’Eurozona hanno in calendario le elezioni politiche generali; e un quarto paese, l’Italia, potrebbe essere obbligato ad anticipare le proprie, inizialmente previste nel 2018.

In Olanda, i sondaggi relativi alle elezioni del 15 marzo danno il partito nazionalista euroscettico PVV (Partij voor de Vrijheid), erede della disciolta Lista Fortuyn. IL PVV è in vantaggio con 29-34 seggi su 150, in netto aumento rispetto ai 15 del settembre 2012. Nel 2012, il PVV puntò molto in campagna elettorale sulla proposta di portare l’Olanda fuori dall’Unione Europea, mentre in questa campagna elettorale l’accento è stato posto soprattutto sul freno all’immigrazione islamica. Il sistema elettorale proporzionale farà sì che in Parlamento saranno rappresentati almeno 11 partiti, e che la formazione del nuovo governo passi attraverso un accordo di coalizione che potrebbe anche non includere il PVV. Anche se ne facesse parte, il potenziale di rottura del PVV sarebbe diluito dalla necessità di compromessi con gli alleati. Tuttavia, la crescita del consenso registrata dal PVV condizionerà qualsiasi governo, obbligandolo a promuovere un’interpretazione minimalista del ruolo dell’Unione Europea.

In Francia, alle elezioni presidenziali (23 aprile, ballottaggio: 7 maggio) e parlamentari (11-18 giugno), si prospetta una competizione limitata al centro-destra e alla destra radicale del Front National, maggiore espressione locale dei movimenti populisti, con una sostanziale marginalizzazione dei socialisti. Il Front National è ostile all’integrazione europea, e una sua vittoria (teoricamente possibile a causa del meccanismo elettorale francese) potrebbe mettere a repentaglio l’Unione Monetaria molto più degli sviluppi politici italiani. Tuttavia, la maggioranza degli elettori francesi teme l’ascesa al potere di un partito di estrema destra e anche alle elezioni amministrative il Front National ha dimostrato che difficilmente può conquistare consensi fuori dalla sua base elettorale naturale. Dopo le primarie di gennaio, che vedono competere 9 candidati, la sinistra dovrebbe schierare come candidato l’ex-primo ministro Valls; il presidente Hollande, in grave crisi di popolarità, ha opportunamente scelto di rinunciare, ma anche Valls sembra avere poche chances di successo. I sondaggi indicano che Fillon, vincitore delle primarie del centro-destra, potrebbe essere il candidato più votato al primo turno con il 26-31%, davanti a Le Pen (Front National) con il 24%. I sondaggi mostrano anche che Fillon dovrebbe ottenere un ampio successo al secondo turno, se opposto a Marine Le Pen. Per quanto riguarda le elezioni legislative, gli ultimi sondaggi ( Odoxa 25.11.2016 e Harris Interactive 27.11.2016) danno i repubblicani in testa con il 26-32%, mentre il Front National di Marine le Pen si fermerebbe al 22%.

In Germania, la crisi dei partiti tradizionali riduce sempre più la possibilità di avere un’alternanza al governo fra SPD e i popolari di CDU-CSU. La ricandidatura della moderata Angela Merkel rende meno probabile l’accesso al governo dei populisti di destra di Alternative für Deutschland (AfD), che nei sondaggi viaggiano al 13%, ma in compenso potrebbe lasciare insoddisfatta la componente più conservatrice dell’elettorato cristiano-democratico. La caduta libera dei consensi per la Cancelliera nell’ultimo anno è imputabile al disagio per i massicci flussi migratori in entrata (v. fig. 3). Tuttavia CDU-CSU, con il 30-33% dei consensi, e SPD, con il 22% rimangono gli unici partiti in grado di costituire una maggioranza di governo. Una possibile alternativa è quella di una coalizione fra popolari, verdi e FDP, ma potrebbe non avere il conforto dei numeri. Il ripetersi di governi di larghe intese rappresenta un problema per ambedue i maggiori partiti, perché tende ad annullare le differenze agli occhi degli elettori e può favorire il travaso dei voti a vantaggio di chi sta fuori.

In Italia, le elezioni politiche si dovrebbero teoricamente tenere nel maggio 2018, scadenza naturale della legislatura. Tuttavia, la crisi politica seguita alla bocciatura della riforma costituzionale rende oggi più probabile che nuove elezioni politiche siano indette, nel 2017, poco dopo una riforma delle leggi elettorali che il Parlamento dovrà discutere nei prossimi mesi.

Proprio l’incertezza sul meccanismo elettorale non consente di valutare il rischio che il governo sia controllato da partiti populisti euroscettici. Il maggiore movimento populista italiano, il Movimento Cinque Stelle, è indicato dai sondaggi al 30% circa, poco sotto il maggiore partito moderato (il Partito Democratico). Inoltre, il paese conta anche uno dei più antichi partiti populisti di destra, la Lega Nord, che è data nei sondaggi a più del 10%.

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Almeno fino all’autunno del 2017, il calendario elettorale rende quasi impensabile che si possa aprire un serio dibattito sulle misure che possano garantire la stabilità dell’Unione Monetaria. Ma anche dopo la tornata elettorale, riteniamo che diversi paesi si troveranno con esecutivi meno favorevoli all’integrazione europea, oppure concentrati su questioni interne, o ancora indeboliti da difficili accordi di governo. L’avanzata dei movimenti populisti, inoltre, crea un forte condizionamento contro una maggiore integrazione fra gli Stati membri, favorendo un approccio minimalista e di conservazione dello status quo . I negoziati con il Regno Unito per l’uscita del paese dall’Unione Europea sono un altro fattore che ostacolerà qualsiasi riforma dell’UE, in particolare se implicasse modifiche ai Trattati. In conclusione, il processo di riforma della governance europea sarà la maggiore vittima del ciclo elettorale 2017: come ha ammesso Draghi nell’audizione al Parlamento europeo”, i politici europei sono più preoccupati per la sicurezza, la difesa e flussi migratori che per la riforma delle istituzioni e governance europea”. Ma qui sorge una contraddizione: se si vuole restituire più autonomia ai governi nel perseguire interessi nazionali, servirà anche più autonomia di bilancio. Ma per ottenere quest’ultima, non basterebbe cestinare quel mostro che è diventato il patto di stabilità e crescita: occorre anche una soluzione europea al problema dell’eccesso di debito pubblico accumulato negli ultimi decenni, senza la quale aumenterebbe invece il rischio di una crisi autodistruttiva dell’unione monetaria. Il PSPP ha indicato la via da seguire: ma ci sarà la volontà, e la forza, di imboccarla?


1 C. Mudde, “The populist zeitgeist”, Government and Opposition 39 (4) (2004), p. 544.

2 Michael Bröning, “The rise of Populism in Europe: can the center hold?”, Foreign Affairs , giugno 2016.

3 N. Marzouki, D. McDonnell, O. Roy (eds.), Saving the people , Hurst & Co 2016.


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