La correzione fiscale richiesta dalla Commissione UE al Governo sul 2017 appare condizione necessaria per evitare una procedura di infrazione visti gli scostamenti rilevanti dalle regole europee in merito a saldo strutturale e debito……..
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La partita si sposterà poi al 2018: per la prima volta dopo quattro anni consecutivi di moderato allentamento potrebbe essere inevitabile una stretta, che stimiamo di entità minima attorno allo 0,4% del PIL.
I temi riguardanti la politica fiscale sono tornati prepotentemente al centro del dibattito politico ed economico dopo la richiesta della Commissione Europea, nella lettera inviata al Ministro delle Finanze Padoan il 17 gennaio1, di una correzione fiscale pari allo 0,2% sul 2017 al fine di evitare l’apertura di una procedura di deficit eccessivo per non-compliance con la regola del debito. La Commissione ha chiesto di ricevere entro il 1° febbraio (data di cut-off per la formulazione delle previsioni economiche d’inverno che verranno diffuse il 13 febbraio) una risposta pubblica che includa un elenco sufficientemente dettagliato di impegni specifici a riguardo, nonché un calendario per la possibile implementazione.
La richiesta non stupisce in quanto, già in occasione del varo della Legge di Bilancio 2017, sottolineavamo i rischi dell’apertura di un contenzioso con la Commissione Europea2. Tali “sospetti” sono stati poi confermati dall’opinione espressa dalla Commissione il 16 novembre sul Draft Budgetary Plan dell’Italia, con conseguente richiesta di chiarimenti del 25 ottobre. Il Governo italiano, nella risposta alla Commissione datata 27 ottobre, si limitava a elencare i fattori rilevanti sottostanti l’allentamento proposto, e confermava in pratica l’impianto della Legge di Bilancio.
La risposta del ministro dell’Economia e delle Finanze Padoan, diffusa nella serata del 1° febbraio3:
1) evidenzia, in un rapporto allegato4, i fattori rilevanti che possono essere portati all’attenzione delle Istituzioni europee dagli stati membri per spiegare lo scostamento rispetto ai target: tra questi, l’implementazione delle riforme strutturali, la persistenza di un’inflazione vicina allo zero, il sentiero virtuoso mostrato negli ultimi anni dal disavanzo, l’alta volatilità sui mercati finanziari che ha frenato il programma di privatizzazioni, nonché la presenza di circostanze eccezionali come i costi per la gestione della crisi migratoria e degli eventi sismici (il Governo stima preliminarmente che i costi per le finanze pubbliche delle nuove ondate sismiche siano significativamente superiori al miliardo di euro); a ciò occorre aggiungere il fatto che a giudizio dell’Esecutivo le stime di Bruxelles su PIL potenziale e output gap sono troppo penalizzanti per l’Italia; inoltre, in prospettiva, nuovi rischi a giudizio del Governo potrebbero arrivare da politiche protezionistiche negli Stati Uniti e concorrenza fiscale dal Regno Unito dopo l’uscita dalla UE;
2) promette comunque delle misure correttive, da dettagliarsi nel DEF di aprile, per colmare lo scostamento rispetto al percorso di avvicinamento agli obiettivi di medio termine: non vi è però un’indicazione dell’entità di tali provvedimenti, ci si limita a dire che i tre quarti verranno da un aumento delle entrate e un quarto dai tagli alle spese: dal lato delle entrate, la lettera fa riferimento alle imposte indirette e alle accise, nonché a un ampliamento delle misure recentemente introdotte e dimostratesi efficaci nel recupero di base imponibile (è probabile un’estensione dei meccanismi di split payment e reverse charge sull’IVA); dal lato delle spese, i risparmi dovrebbero venire per il 90% dai consumi intermedi e per il resto dalle agevolazioni fiscali (il tutto secondo una nuova strategia di spending review che verrà definita nel DEF, anche grazie alla nuova modalità di costruzione del bilancio dello Stato entrata in vigore con la riforma completata nel 2016).
In sintesi, la risposta rischia di non essere giudicata completamente soddisfacente da Bruxelles, che chiedeva un maggiore dettaglio e una calendarizzazione dei provvedimenti correttivi in modo che potessero essere inclusi nelle previsioni economiche d’inverno che saranno diffuse il prossimo 13 febbraio. Inoltre, in pratica, il Governo chiede di ridurre di almeno un miliardo la correzione necessaria (rispetto ai 3,4 mld chiesti dalla Commissione) in relazione alle nuove spese dovuta all’ondata sismica (l’aggiustamento proposto dall’Esecutivo sarebbe perciò pari allo 0,1% e non allo 0,2% del PIL). Un’altra possibile criticità nella valutazione di Bruxelles potrebbe arrivare circa il merito degli interventi, e in particolare sulla scelta di agire in parte sulle spese (vista la tradizionale difficoltà a ottenere risparmi su tale versante), nonché attraverso misure di lotta all’evasione (vista la loro aleatorietà). La decisione finale sull’apertura o meno di una procedura di disavanzo eccessivo per violazione della regola sul debito dovrebbe essere presa nel rapporto sul debito previsto dall’articolo 126.3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che sarà diffuso il 22 febbraio. Ad oggi non si può ancora dire con certezza come si chiuderà la partita, anche perché alcuni dei fattori rilevanti portati all’attenzione di Bruxelles dall’Italia, e che già avevano consentito lo scorso anno di considerare soddisfatta la regola del debito, potrebbero essere giudicati meno validi quest’anno.
Come si arriva alla correzione richiesta di 0,2% del PIL? La regola sul saldo strutturale, come modulata dalla Commissione nella comunicazione del gennaio del 20155 sulla base dei valori di output gap , livello del debito e rapporto tra crescita effettiva e potenziale, prevede per l’Italia nel 2017 una correzione del saldo strutturale superiore a mezzo punto di PIL (vedi Tab. 1; in base alle previsioni d’autunno 2016 della Commissione, l’Italia avrebbe un output gap di -0,8% nel 2017 e zero nel 2018, un PIL potenziale di 0,1% nel 2017 e 0,3% nel 2018 e un debito pubblico pari al 133,1% del PIL nel biennio).

Nota: in rosso il quadrante di pertinenza dell’Italia nel 2017-18-19 (in base alle proiezioni della Commissione su PIL, output gap e debito). Fonte: Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Central Bank, the Economic and Social Committee, the Committee of the Regions and the European Investment Bank “Making the Best Use of the Flexibility within the Existing Rules of the Stability and Growth Pact”, January 2015
Ora, rispetto a un aggiustamento richiesto di +0,6%, lo scenario programmatico del Governo, evidenziando (nelle stime della Commissione) un peggioramento di mezzo punto del saldo strutturale nel 2017 rispetto al 2016, configura uno scostamento di ben l’1,1% del PIL rispetto all’applicazione letterale delle regole (vedi Tab. 2).
Rispetto allo scostamento di 1,1%, è possibile in teoria una deviazione di 0,25% l’anno o di 0,5% sulla media di due anni, il che non configurerebbe una deviazione significativa dalle regole6. Applicando interamente la deviazione massima consentita sui due anni (ipotizzando dunque che lo scostamento sia nullo nell’anno successivo), si ottiene uno scostamento di 0,6%.
Ad esso occorre infine scorporare le spese straordinarie per terremoto e crisi migratoria, valutate dalla Commissione (in linea con il Governo) pari rispettivamente a 0,18% e 0,22% del PIL. Applicando tali clausole (per un totale di 0,4%), l’aggiustamento minimo richiesto si riduce pertanto da 0,6% a 0,2%.

Fonte: Commission Staff Working Document, “Analysis of the Draft Budgetary Plans of Italy”, Accompanying the Document “Commission Opinion on the draft budgetary plan of Italy”, 16 novembre 2016
La correzione richiesta dalla UE (pari a 3,4 miliardi) appare dunque necessaria a un rispetto minimo della regola sull’aggiustamento strutturale per l’anno in corso. Per inciso, anche la regola sulla spesa7 risulta non soddisfatta (in assenza di correzione) nel 2017, anche se la deviazione non risulta significativa se valutata su un orizzonte di due anni e tenendo conto ancora una volta delle clausole addizionali per terremoto e migranti (lo scostamento è pari a due decimi di PIL).
Occorre inoltre considerare che già negli anni scorsi sono stati concessi significativi spazi di “flessibilità” all’Italia (Tab. 3), stimabili (in termini di scostamento del saldo strutturale rispetto all’aggiustamento richiesto dalla lettera delle regole) nell’ordine di 19 miliardi sul biennio 201516 (lo 0,3% del PIL nel 2015 e lo 0,9% del PIL nel 2016), ai quali andrebbe ad aggiungersi (nell’ipotesi in cui il Governo attui la correzione richiesta di 0,2%) un ulteriore 0,9% del PIL di flessibilità sul 2017 (dunque di ammontare analogo a quella concessa sul 2016).

Nota: * la flessibilità di 0,5% che sarebbe “concessa” sul 2017 è attribuita “impropriamente” al ciclo economico, si tratta della flessibilità massima che in base alle regole del Patto può essere “tollerata” su un orizzonte di due anni (0,25% all’anno). Fonte: elaborazioni Intesa Sanpaolo su documenti del Governo e della Commissione UE
Oltre alle regole su saldo strutturale e spesa, c’è poi la regola del debito, che ha assunto notevole importanza nella richiesta formulata all’Italia di correzione fiscale già sul 2017. Sulla base dei dati del 2015 notificati nell’aprile dello scorso anno, la regola è entrata completamente a regime dopo il periodo triennale di transizione avviato per l’Italia nel 2012 con l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi. Semplificando8, la regola risulta rispettata se è soddisfatta almeno una delle seguenti tre condizioni:
1) Criterio backward-looking : la parte di debito in eccesso rispetto al valore di riferimento del 60% è stata ridotta in media di 1/20 nel corso dei tre anni antecedenti quello in corso;
2) Criterio forward-looking :
a. la correzione di cui sopra intervenga nei due anni successivi a quello di riferimento;
b. l’eccesso di debito non sia attribuibile al ciclo economico (utilizzando un indicatore che esprime il rapporto debito/PIL che si sarebbe ottenuto se nei tre anni precedenti il numeratore venisse corretto per l’impatto del ciclo economico e il denominatore fosse cresciuto allo stesso ritmo del prodotto potenziale).
Nel 2016, per la prima volta la compliance con la regola del debito secondo il criterio backwardlooking è stata valutata sui dati storici diffusi dall’Istat. In quell’occasione, dunque con riferimento al 2016, anche valutando il rispetto della regola secondo il criterio più favorevole, cioè quello forward-looking sulla base delle previsioni al 2018, si evidenziava un gap superiore al 4% tra debito effettivo e benchmark forward-looking . In base all’articolo 126.3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, la Commissione ha elaborato un rapporto ad hoc nel quale venivano considerati i fattori rilevanti identificati dal braccio correttivo del Patto di Stabilità e Crescita, nonché gli altri fattori rilevanti portati all’attenzione delle Istituzioni europee dai Paesi Membri, che possono spiegare la deviazione rispetto al benchmark. Il rapporto redatto nel maggio del 2016 ha stabilito che la regola del debito era da considerarsi rispettata tenendo conto dei seguenti fattori:
1) le condizioni macroeconomiche sfavorevoli, ivi compresa in particolare la bassa inflazione;
2) il rispetto dell’aggiustamento strutturale verso l’obiettivo di medio termine richiesto nel 2016, tenuto conto della deviazione temporanea di 0,85% riconosciuta per le clausole di flessibilità del Patto;
3) l’attesa realizzazione di ambiziose riforme strutturali con effetti positivi sulla crescita che contribuirebbero alla riduzione del debito nel medio-lungo termine.
Nel 2017, lo scostamento tra debito effettivo e livello richiesto in base alla regola del debito si riduce (da oltre 4 a quasi 2 punti percentuali, secondo lo scenario programmatico del Governo in base al criterio forward-looking) ma resta significativo (Fig. 1). In più, alcuni dei fattori rilevanti che avevano consentito lo scorso anno di evitare l’apertura di una procedura sembrano essere meno rilevanti nel 2017, in quanto:
3) le condizioni macroeconomiche appaiono meno sfavorevoli, in particolare l’inflazione è vista tornare a crescere sopra l’1% dopo tre anni di sostanziale stagnazione;
4) è a rischio il rispetto dell’aggiustamento strutturale verso l’obiettivo di medio termine richiesto nel 2017;
5) sembra essersi ridotta la velocità nell’implementazione di significative riforme strutturali.
In tal senso, la correzione fiscale richiesta per l’anno in corso appare cruciale al fine di rispettare il percorso di aggiustamento strutturale verso l’obiettivo di medio termine, che a sua volta è condizione necessaria per ritenere rispettata la regola del debito nel 2017. Nel caso in cui il Governo italiano si impegni entro il 1° febbraio a implementarla, la correzione sarà inclusa nello scenario elaborato dalla Commissione UE nelle previsioni economiche d’inverno in uscita il 13 febbraio. Successivamente verrà redatto il rapporto previsto dall’articolo 126.3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, nel quale si terrà conto del rispetto della regola sull’aggiustamento strutturale come principale fattore rilevante che impedisca l’apertura di una procedura di infrazione della regola sul debito.

Ma la partita con la UE non è finita: l’orizzonte si sposta poi al 2018. Per l’anno venturo infatti si nota uno scostamento significativo tra il percorso individuato dal Governo e quello proiettato dalla Commissione in termini sia di deficit nominale che di disavanzo strutturale (Figure 3 e 4). Lo scostamento è dovuto principalmente al fatto che lo scenario del Governo assume l’aumento automatico delle imposte indirette compreso nelle cosiddette “clausole di salvaguardia”, viceversa le proiezioni della Commissione (a differenza che in passato) non assumono tale incremento visto che il Governo si è sempre detto intenzionato a non far “scattare” le clausole stesse (così come avvenuto per gli anni precedenti). Poiché le clausole valgono quasi 20 miliardi sul 2018 (e oltre 23 mld dal 2019), esse spiegano pressoché interamente la differenza nelle proiezioni di Governo e Commissione in termini di deficit nominale 2018, ovvero oltre un punto di PIL (il Governo vede il disavanzo migliorare da 2,3% a 1,2%, la Commissione lo vede peggiorare da 2,4% a 2,5%). Ciò si riflette in un percorso ancor più divergente per ciò che concerne il disavanzo strutturale (viste anche le diverse valutazioni del Governo e della Commissione in merito alla natura una tantum di alcune poste inserite nella Legge di Bilancio 2017).

Assumendo che non venga aperta una procedura per deficit eccessivo già nel 2017, qual è dunque il percorso di aggiustamento che ci si può attendere nel 2018? (vedi Fig. 5) Le proiezioni attuali della Commissione vedono un peggioramento di due decimi del saldo strutturale nel 2018 (da -2,2% a -2,4%). Ora, nel caso in cui, come nello scenario del Governo, le clausole di salvaguardia vengano coperte interamente (ovvero si proceda a una copertura attraverso tagli di spesa e/o aumenti di entrate dei 19,6 miliardi previsti), ne risulterebbe (ipotizzando che esso avvenga interamente con misure non una tantum ) un miglioramento del saldo strutturale pari a ben 0,9%. Poiché l’aggiustamento richiesto dalle regole europee è di 0,6%, e dato che a politiche invariate il saldo peggiorerebbe di due decimi, basterebbe in teoria una correzione pari allo 0,8% del PIL; in pratica, occorrerebbe coprire circa 14 dei 20 miliardi totali delle clausole.
Rispetto a questo aggiustamento “teorico”, è ragionevole pensare che una certa dose di flessibilità (seppure verosimilmente più limitata che nel 2016-17) possa essere concessa anche nel 2018: scorporando una flessibilità minima dello 0,25% (quella concessa sull’orizzonte annuale) e massima dello 0,5% (sulla media dei due anni), si ottiene una necessità di correzione compresa tra 0,3% e 0,6%, probabilmente nella parte bassa di questa forchetta di stima, intorno a 0,4% (circa 7 miliardi). Occorre aggiungere però che verosimilmente l’aggiustamento potrebbe essere lievemente maggiore, vista la necessità come tutti gli anni di rifinanziare le spese così dette indifferibili (soprattutto il rinnovo delle missioni di pace all’estero e dei contratti con Anas, Ferrovie dello Stato, eccetera), stimate valere circa 2 miliardi.
Una correzione di entità pari a quella minima richiesta (circa 0,4%) appare praticabile, con effetti tutto sommato limitati sul ciclo (dell’ordine di uno-due decimi di punto, a seconda naturalmente della composizione della manovra). Il mix di misure scelto potrà essere importante anche nel giudizio della stessa Commissione. In tal senso, vista la difficoltà di reperire gli importi richiesti con tagli di spesa, un aggiustamento che almeno in parte vada ad agire sulle imposte indirette (eventualmente nel senso di una ricomposizione dei gruppi di prodotti soggetti all’aliquota ridotta dell’Iva) potrebbe non essere giudicata negativamente dalla Commissione, in quanto andrebbe nella direzione della raccomandazione europea di spostamento del carico fiscale dai fattori produttivi (capitale e lavoro) a consumi, ricchezza e ambiente (tra le manovre del precedente governo, in questa direzione sono andati i tagli fiscali su Irpef e Irap ma non l’eliminazione della Tasi sulla prima casa).
In ogni caso, dopo quattro anni consecutivi di (lieve) allentamento fiscale, il 2018 vedrebbe per la prima volta dal 2013 la necessità di una stretta fiscale, sia pure non paragonabile nell’entità a quella vista negli anni 2011-13 (Fig. 2).

Fonte: elaborazioni Intesa Sanpaolo su dati Governo italiano e Commissione UE
In ogni caso, garantire la sostenibilità del debito pubblico italiano nel medio termine richiederà un presidio attento dei conti. La sostenibilità dipende in prima battuta da saldo primario e costo del debito (Figg. 6 e 7). Negli ultimi anni si nota un trend di crollo del costo “marginale” del debito (il costo delle nuove emissioni è sceso dal 3,6% del 2011 allo 0,6% del 2016), che si riflette con ritardo sul costo medio del debito, che in pratica è “blindato” almeno per il biennio 2017-18 (ma verosimilmente anche oltre) grazie agli effetti ritardati del QE messo in atto dalla BCE (anche nell’ipotesi base in cui esso venga gradualmente a svanire nel corso del 2018). Per quanto riguarda il saldo primario, il trend di miglioramento sembra essersi in qualche modo interrotto e anzi si nota un trend contrario negli ultimi anni. Solo nello scenario (poco verosimile) di integrale copertura delle clausole si ha una decisa inversione di tale trend, che riporta l’avanzo primario al di sopra del costo del debito già dal 2019.

D’altra parte, come detto, il costo del debito non appare un problema nei prossimi anni, come visibile dalla Fig. 8. Applicando il nostro scenario di base con le previsioni sulla curva dei tassi di interesse e sotto ipotesi di un rischio Italia (misurato sia dallo spread BTP-Bund a 10 anni che dal differenziale tra BOT e Euribor a 6 mesi) fermo ai valori attuali, si ottiene che il costo medio del debito pubblico italiano resterà uguale o inferiore al 3% per tutto il triennio 2017-19 (e potrebbe toccare un nuovo minimo storico a 2,7% nel 2017-18). Solo in uno scenario di stress (con i due indicatori di spread su breve e lungo termine entrambi in salita di 50 punti-base a partire da metà 2017) il costo del debito risalirebbe sopra il 3%, ma solo nel 2019 (e su valori storicamente ancora contenuti).

Le Figure 9, 10 e 11 mostrano il sentiero del debito pubblico nel nostro scenario di finanza pubblica fino al 2019 e applicando dal 2020 uno scenario base (crescita del PIL reale 1%, deflatore del PIL 1,8%, saldo primario 2,5% e costo medio del debito in graduale salita sino al 4% nel 2025) e ipotesi alternative su crescita, costo del debito e saldo primario.
Nello scenario base, anche nel 2040 il rapporto debito/PIL resterebbe sopra il 100%. Basterebbe però una crescita di mezzo punto più bassa per lasciarlo sopra il 115% sullo stesso orizzonte temporale. Per quanto concerne il saldo primario, un avanzo dell’1,5% (in linea con quello attuale e un punto più basso della previsione per il 2019) lascerebbe il debito in pratica invariato su tutto l’orizzonte considerato. Poter mantenere avanzi primari superiori al 2,5% per periodi molto lunghi appare invece difficilmente realistico. Interessante la simulazione sul costo del debito, in quanto mostra che se esso rimanesse ai valori attuali (3%) ne deriverebbe una discesa molto più rapida del rapporto debito/PIL, che calerebbe all’80% al 2040.

Le Tabelle 4 e 5 mostrano i livelli del debito pubblico al 2030 e 2040 sotto varie ipotesi di crescita del PIL reale e di saldo primario (nelle ipotesi di base su costo medio del debito e deflatore del PIL). Queste simulazioni mostrano che il debito è sostenibile ma gli spazi di discesa appaiono limitati; in sostanza, è arduo aspettarsi un taglio significativo in un orizzonte temporale ragionevole (nello scenario di base il debito scenderebbe sotto il 60% del PIL solo nel 2068).

1 http://www.tesoro.it/inevidenza/documenti/Letter_17012017.pdf
2 Si veda “La Legge di Bilancio 2017: pochi margini per sostenere il ciclo” in “La Bussola dell’economia italiana”, 26 ottobre 2016 (“La manovra rischia di aprire un contenzioso con la Commissione Europea, in quanto emerge una violazione delle regole sia sulla correzione del disavanzo strutturale, sia sul debito …. La richiesta della Commissione all’Italia fatta il 12 luglio era di un aggiustamento di 0,6%; peraltro, la Commissione potrebbe “accontentarsi” di un miglioramento anche contenuto … è anche possibile che il giudizio definitivo sia rimandato alla primavera del prossimo anno, limitando a correzioni contenute gli eventuali aggiustamenti richiesti”) e “DEF 2016: comincia la partita con la UE” in “La Bussola dell’economia italiana”, 17 marzo 2016 (“Il confronto tra il percorso di aggiustamento di medio termine proposto dal Governo e quello indicato dalla Commissione UE evidenzia delle divergenze molto rilevanti … il DEF è solo l’inizio di una partita a scacchi con la UE … Il nuovo scenario programmatico non rispetterà le regole europee su aggiustamento strutturale e debito, se non verranno concessi nuovi ampi margini di flessibilità … Per come è al momento disegnata la flessibilità nell’ambito delle regole europee, i margini appaiono ridotti… Se si assume il quadro a legislazione vigente della Commissione, il Governo dovrebbe effettuare misure restrittive sul 2017 per circa due decimi”). 3http://www.tesoro.it/opencms754/opencms/inevidenza/documenti/Letter_to_Dombrovskis_and_Moscovici__1_Feb._2017.pdf 4 http://www.tesoro.it/opencms754/opencms/inevidenza/documenti/Italy_Relevant_Factors_February_2017.pdf
5 Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Central Bank, the Economic and Social Committee, The Committee of the Regions and the European Investment Bank “Making The Best use of the Flexibility within the Existing Rules of the Stability and Growth Pact”, January 2015.
6 La deviazione non può essere motivata dalla clausola delle riforme o da quella degli investimenti, che possono essere invocate solo una volta durante il percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine (l’Italia lo ha fatto nel 2016).
7 Semplificando, si può dire che la crescita della spesa (al netto degli interessi, dei programmi finanziati dalla UE e della parte ciclica dei sussidi di disoccupazione, tenendo conto anche che la spesa per investimenti è “spalmata” su un arco di 4 anni) deve essere inferiore a quella del PIL potenziale, secondo un convergence margin che assicuri il raggiungimento dell’obiettivo di medio termine concordato all’interno del braccio preventivo del Patto, si veda: http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/occasional_paper/2013/pdf/ocp151_en.pdf
8 Nel dettaglio, il debito è giudicato troppo elevato sul criterio backward-looking se b t > bb t = 60% + 0,95/3 (b t-1 – 60%) + 0,95 2 /3 (b t-2 – 60%) + 0,95 3 /3 (b t-3 – 60%) , dove bt è il rapporto debito/PIL all’anno t e bbt è il benchmark backward-looking all’anno t; sul criterio forward-looking se b t+2 > bb t+2 = 60% + 0,95/3 (b t+1 – 60%) + 0,95 2 /3 (b t – 60%) + 0,95 3 /3 (b t-1 – 60%) , dove bbt+2 è il benchmark forward-looking all’anno t, bt+1 and bt+2 sono le previsioni sul rapporto debito/PIL all’anno t+1 e t+2 come stimate dalla Commissione sulla base dell’ipotesi di “politiche invariate” all’anno t.
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