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Avanzo commerciale italiano record nel 2016: durerà?

Il 2016 ha visto al contempo (come i due anni precedenti) un allargamento del surplus commerciale (a un nuovo record storico) ma un contributo negativo del commercio estero al PIL:……….


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ciò si spiega principalmente con il crollo dei prezzi dell’energia importata. Nel 2017, anche in virtù dell’inversione di tale effetto, ci aspettiamo viceversa un calo dell’avanzo commerciale ma un apporto positivo del canale estero alla crescita. In ogni caso l’export italiano, dopo una chiara sottoperformance nella seconda metà del 2015 e nella prima metà del 2016 (in particolare verso i Paesi extra-UE), si è dalla metà dell’anno scorso riallineato alla domanda potenziale rivolta verso l’Italia, mostrando anzi nel periodo più recente una maggiore vivacità rispetto ai principali partner europei.

Nel 2016, il surplus commerciale italiano ha toccato un nuovo massimo storico (per lo meno da quando sono disponibili le serie ovvero dal 1991). L’avanzo è salito a 51,6 miliardi (il 3,1% del PIL), dai 41,8 del 2015. Al netto dell’energia, il surplus si è attestato a 78 miliardi (il 4,7% del PIL), dai 75,8 del 2015 (in questo caso il picco è stato raggiunto nel 2014 a 85,5 miliardi).

Innanzitutto occorre notare che i dati mensili sul commercio estero danno un’indicazione parzialmente discordante da quelli di contabilità nazionale, da cui risulta che anche nel 2016 gli scambi con l’estero hanno fatto da freno all’attività economica (come accaduto per tutto il triennio 2014-16), sottraendo (stimiamo) un decimo al PIL in ragione di una crescita dell’import più marcata di quella dell’export (2% vs 1,4%, nelle nostre stime).

La ragione di questa apparente divergenza sta principalmente nel diverso andamento dei valori medi unitari per export e import. In effetti, se in termini nominali (sulla base appunto dei dati mensili sul commercio) l’export è aumentato nell’anno dell’1,1% a fronte di un calo dell’import di -1,4%, viceversa, se valutata in termini di volumi, la crescita delle importazioni è stata più vivace di quella delle esportazioni (3,1% vs 1,2%). Ciò è dovuto alla decisa flessione evidenziata dai valori medi unitari delle importazioni (-4,3%), a fronte di una sostanziale stabilità dei prezzi nel caso delle esportazioni (-0,1%). La ragione sta nel maggior peso che ha l’energia tra le importazioni che non tra le esportazioni (10,1% vs 2,5% sul totale, sui dati 2016); infatti, è proprio sulla componente energetica che si è verificato un crollo dei prezzi (peraltro comunque più marcato sui beni energetici importati che per quelli esportati: -22,9% contro -17,7%). Da notare a margine che il calo dei valori medi unitari ha riguardato anche i prodotti intermedi (-4% l’import, -1,5% l’export), nonché, in minor misura, le importazioni di beni di consumo (-0,4%).

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In sostanza, l’ampliamento del surplus della bilancia commerciale nel 2016 non sarebbe avvenuto in assenza di un andamento molto diverso dei prezzi dei prodotti esportati rispetto a quelli importati. Dei 9,8 miliardi di miglioramento dell’avanzo commerciale nel 2016, la maggior parte (5,1 mld) sono attribuibili al calo dell’import, che a sua volta è interamente dovuto alla flessione dei prezzi (mentre i volumi sono aumentati). Più in generale, il miglioramento del saldo negli ultimi tre anni (+22,2 mld dal 2013 al 2016) è interamente dovuto alla componente energetica, visto che al netto di essa l’avanzo è diminuito di 5,8 miliardi. Tale effetto è destinato a cambiare segno nel corso del 2017 (anzi i prezzi dei prodotti energetici importati già hanno visto una netta risalita, essendo passati da -36,4% a/a lo scorso aprile al +10,5% a/a di fine anno; ciò ha riportato in positivo i prezzi all’import: +3,4% a/a a dicembre).

In effetti, la bilancia commerciale al netto dell’energia è migliorata significativamente non nel 2016 ma tra fine 2011 e inizio 2013 ovvero durante l’ultima recessione, e da allora è rimasta circa stabile. Non poteva essere altrimenti in quanto si è trattato dell’unico episodio nel recente passato di contrazione della domanda interna in presenza di una crescita della domanda estera (una divergenza si era verificata solo in un breve episodio tra fine 2001 e inizio 2002, ma in quel caso con un calo della domanda estera e una crescita della domanda interna).

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Un aspetto interessante riguarda i beni strumentali: mentre l’Italia storicamente risulta un esportatore netto di tale tipologia di beni, per la prima volta nel recente passato si è registrata un’inversione di tale trend, ovvero l’import di beni di investimento è aumentato significativamente negli ultimi anni (i volumi sono cresciuti del 6% in media nel triennio 201416) a fronte di una certa difficoltà a esportare (i volumi delle vendite all’estero per questa tipologia di beni sono rimasti fermi nel 2016, e sono cresciuti di appena lo 0,7% in media nel triennio). L’Italia resta un Paese esportatore netto, ma l’avanzo relativo a questa tipologia di beni è calato di circa 4 miliardi nel 2015 e di altrettanti nel 2016. Ciò potrebbe essere dovuto anche alla distribuzione geografica del nostro export, visto che l’Italia è particolarmente esposta nel settore della meccanica verso Paesi emergenti il cui ciclo è stato maggiormente debole nell’ultimo anno e mezzo (in particolare nel 2016 il settore ha sofferto di un calo dell’export di macchinari e attrezzature del 23% verso i Paesi del Mercosur e del 22% verso la Russia).

L’import di beni strumentali è anche un segnale positivo in quanto mostra un’elevata correlazione con la parte core degli investimenti di contabilità nazionale; tuttavia, la sensazione è che nel periodo più recente l’avviamento di un ciclo degli investimenti attivi, in maggior misura rispetto al passato, gli acquisti dall’estero piuttosto che la produzione e/o spesa domestica. Questo fattore potrebbe permanere nel prossimo futuro, determinando, a parità di spinta dal ciclo degli investimenti domestici, un minor effetto sul PIL (in quanto attenuato dal conseguente aumento dell’import).

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Abbiamo costruito un semplice modello di regressione lineare che spiega l’andamento tendenziale delle importazioni reali di contabilità nazionale con l’evoluzione della domanda domestica (separatamente oppure nelle tre componenti di consumi privati, investimenti e spesa pubblica), delle esportazioni (visto che il ciclo produttivo si svolge per molti prodotti su base transnazionale, vi è un importante “contenuto di export” dell’import, ovvero una data quantità di export “attiva” una certo volume di import) e del tasso di cambio reale effettivo (che rende più o meno care le importazioni). L’evoluzione nel tempo dei regressori delle variabili indipendenti all’interno del modello evidenzia che nel periodo più recente:

1) è aumentata l’elasticità dell’import alla domanda interna (da 0,4 a fine 2010 all’attuale 2); in particolare, ove si inseriscano nel modello le varie componenti di domanda domestica, si nota un aumento dell’elasticità ai consumi (il che si spiega con l’aumento dei prodotti importati nel paniere di consumi delle famiglie); ciò significa che, a parità di “spinta” dalla domanda domestica, l’effetto sul PIL è minore che in passato, in quanto essa si riversa in parte su un aumento di importazioni;

2) è circa stabile l’elasticità dell’import all’export (a 0,5 circa oggi come dieci anni fa, dopo un aumento a 0,7 nel 2010); ciò segnala che non sembra esservi in questa fase un’accelerazione nei processi di delocalizzazione che giustifichi una “retroazione” dell’export sull’import;

3) nel periodo più recente l’import effettivo è stato inferiore a quello stimato sulla base dei fondamentali, dopo essere stato invece superiore a quello risultante dalle determinanti del modello per buona parte del decennio precedente (in altre parole, ove si inserisca una costante che spieghi una sorta di “trend” per l’import, essa è ora negativa dopo essere stata su valori positivi per buona parte dell’ultimo decennio).

Queste considerazioni ci inducono a ritenere che, a parità di spinta dalla domanda domestica, l’effetto sul PIL possa essere oggi inferiore che in passato in quanto attenuato da un maggior impatto sull’import. Inoltre, la sottoperformance recente dell’import rispetto alle sue determinanti non è detto che si ripeta in futuro: un riallineamento ai fondamentali segnalerebbe una crescita più alta per l’import e quindi di nuovo, a parità di crescita della domanda domestica, un minor impatto sul PIL.

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La stessa analisi fatta per l’export, attraverso un modello che spiega la crescita tendenziale delle esportazioni sulla base della domanda potenziale rivolta verso l’Italia (ottenuta come media ponderata delle importazioni in volume dei partner commerciali dell’Italia, pesate per le rispettive quote sulle esportazioni italiane in valore) e del tasso di cambio reale effettivo, mostra che per buona parte del 2016 la crescita dell’export è stata inferiore rispetto a quanto stimabile sulla base dei fondamentali, e soprattutto della domanda potenziale (cresciuta del 3,2% l’anno scorso). Solo nell’ultima parte dell’anno si nota un netto recupero e un riallineamento ai fondamentali.

D’altra parte l’andamento nel tempo dei regressori del modello non segnala una diminuzione dell’elasticità dell’export alla domanda estera, che anzi è aumentata nel periodo più recente (a 0,8 da 0,5 dieci anni fa). Viceversa, sembra diminuita l’elasticità (negativa, come da teoria economica) al tasso di cambio.

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Peraltro, il rimbalzo dell’export italiano nella seconda metà del 2016 è superiore (almeno in termini di tasso di crescita) a quello evidenziato dagli altri principali Paesi europei (in presenza di una crescita del tutto simile della domanda potenziale); da notare nel periodo più recente la sottoperformance della Francia.

L’andamento deludente dell’export tra la seconda metà del 2015 e la prima metà del 2016 era dovuto alle vendite verso i Paesi extra-UE, e potrebbe spiegarsi con la distribuzione geografica del nostro export (per il peso relativamente elevato ad esempio delle vendite verso i Paesi produttori di petrolio: l’OPEC pesa per il 5% dell’export totale).

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Nel complesso, i Paesi extra-UE hanno frenato la crescita dell’export italiano per mezzo punto nel 2016, ovvero le esportazioni verso i Paesi extra-UE hanno sottratto ( ceteris paribus ) ben due decimi alla crescita del PIL l’anno scorso. In particolare, si sono confermati in negativo Russia, Paesi del Mercosur e Paesi OPEC, cui si è aggiunta la Turchia, l’India e diversi Paesi europei (Svizzera e Romania). Tuttavia, tale freno dai Paesi extra-UE sta già venendo meno (come visibile dalla buona chiusura d’anno anche per i Paesi che più avevano sofferto per buona parte del 2016 come Mercosur, Russia e Turchia), e potrà tradursi in un contributo trainante, riteniamo, nel corso del 2017.

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In ogni caso l’export anche nel 2016 ha sicuramente fatto da propulsore per la crescita della produzione nell’industria, come visibile dalla elevata correlazione cross sector tra crescita dell’output industriale e dell’export (o ancor meglio, del commercio con l’estero) nel 2016. Si nota però che la crescita dell’export è meno diffusa in quanto, su un aumento totale dell’1,1%, ben un punto percentuale viene da mezzi di trasporto (0,6%) e farmaceutici (0,4%). Nel caso della produzione, l’apporto maggiore è venuto dal settore metallurgico (0,6%), ma hanno contribuito anche macchinari (0,4%), mezzi di trasporto (0,3%), articoli in gomma e altre attività manifatturiere (0,2% ciascuno), mentre il contributo del settore farmaceutico è limitato a un decimo (come quello di molti altri comparti). D’altra parte, lo stimolo all’industria non si è riflesso interamente sul PIL anche per via della diminuzione del peso del settore sul valore aggiunto.

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In prospettiva, la preservata capacità dell’export italiano di reagire all’aumento della domanda potenziale (vista accelerare a 3,4% nella seconda metà del 2017 e 3,5% nel 2018) favorirà con ogni probabilità una maggiore vivacità dell’export rispetto all’import (almeno in base ai dati di contabilità nazionale) nel 2017, il che potrà far tornare in territorio positivo il contributo dell’export netto alla crescita (stimiamo di un decimo, dopo il -0,2% medio del triennio 201416). Tuttavia, il venir meno dell’effetto sui prezzi importati potrebbe fare calare il surplus della bilancia commerciale in termini nominali nel corso dell’anno.


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