L’8 dicembre 2016 un giornalista, al termine della conferenza BCE, chiedeva al Presidente Mario Draghi: “Ha sottolineato che la BCE può aumentare i volumi e la durata del programma se gli sviluppi cambiano……
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Andrea De Gaetano – Senior Portfolio Manager – Olympia Wealth Management Ltd
Questo significa che, se gli sviluppi sono migliori delle attese, la BCE potrebbe rallentare o tagliare la durata del programma? Se no, perché no, dato che la BCE dice sempre di essere un’istituzione guidata dai dati?”. Il Presidente Draghi ha tagliato corto, ironizzando: “Non ne abbiamo proprio parlato oggi. Siamo ancora ben lontani da problemi di alta classe come questo”.
https://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2016/html/is161208.en.html
Da dicembre 2016 a febbraio 2017, il tasso d’inflazione europea (headline inflation) è schizzato dall’1.1% al 2%, risalendo sul livello obiettivo della BCE, 2%, per la prima volta dal 2013.
Le previsioni fatte in dicembre 2016 dalla BCE vedevano l’inflazione all’1.3% nel 2017, all’1.5% nel 2018 e all’1.7% nel 2019. A meno di tre mesi dalla conferenza di dicembre, l’inflazione ha già raggiunto in febbraio il 2%. In Germania, l’inflazione è al 2.2% superiore a quella degli altri Paesi europei. Ben al di sopra delle previsioni.
Tuttavia, l’inflazione al netto delle componenti più volatili, alimentari ed energia, è ancora allo 0.9%, cosa che spiega il perché la BCE nella riunione di ieri ha mantenuto i tassi d’interesse invariati: tasso zero sulle operazioni di rifinanziamento principali, 0.25% sulle operazioni di rifinanziamento marginali e -0.4% sui depositi presso la banca centrale.
Gli acquisti di attività da parte della BCE continueranno al ritmo di 80 miliardi di euro fino alla fine di marzo. Poi 60 miliardi al mese fino a dicembre 2017 o oltre, se necessario.
La BCE ha preso atto del balzo dell’inflazione (headline inflation) in febbraio, legato alla risalita dei prezzi di energia e alimentari, sottolineando tuttavia che le pressioni al rialzo dell’inflazione al netto delle sue componenti più volatili (underlying inflation) rimangono moderate. Ha aggiornato di conseguenza le previsioni per l’anno in corso e per i prossimi sull’inflazione: 1.7% nel 2017, 1.6% nel 2018, 1.7% nel 2019, prevedendo un prodotto interno lordo dell’1.8% nel 2017, 1.7% nel 2018 e 1.6% nel 2019. Il prodotto interno lordo europeo è cresciuto dello 0.4% nel quarto trimestre e in maniera analoga nel terzo trimestre 2016.
A dispetto di chi (lecitamente) poteva attendersi qualche eventuale riferimento a una riduzione del piano di acquisti da parte della BCE, Draghi ha colto l’occasione per sottolineare come i continui progressi dell’economia europea, oggi nelle migliori condizioni di salute dal 2011, sono legati all’efficacia delle politiche economiche della BCE, che Draghi ha difeso in un’apologia in tre blocchi: primo, la consapevolezza del successo della politica monetaria che deriva dalla constatazione del miglioramento dei dati. Secondo, la conferma dell’appropriatezza della linea di politica monetaria che ha consentito di ottenere tali miglioramenti dell’economia. Terzo blocco, una considerazione sui rischi, che sono diminuiti in particolare per quanto riguarda i rischi di deflazione.
Infine, Draghi ha stemperato il clima di tensione sul fronte dell’incertezza geopolitica, in vista delle prossime elezioni europee, facendo notare che gli eventi geopolitici che si temeva portassero conseguenze negative (come Brexit o il referendum italiano) per ora non si stanno riverberando sull’economia.
https://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2017/html/is170309.en.html
In sintesi, Draghi è riuscito contemporaneamente a tranquillizzare i mercati, garantendo continuità al programma di acquisti almeno fino alla fine dell’anno, ma ha implicitamente aperto la porta a un futuro tapering, enfatizzando i miglioramenti dell’economia, il minor “senso di urgenza” nel combattere la deflazione, difendendo l’irrevocabilità dell’euro, archiviando il tema del TLTRO (targeted long-term refinancing operation, finanziamenti a lungo termine alle banche).
Fiutando aria di chiusura di un’epoca a tassi zero, l’euro si è risollevato insieme ai titoli bancari e al listino italiano, gonfio di banche.
Invece, il conto è arrivato salato al settore obbligazionario che vede l’eventualità di un rialzo dei tassi come il fumo negli occhi.
Da gennaio 2015 a oggi, i governativi europei sono stati relegati in un limbo di rendimenti tra un minimo di 0.6133% e un massimo dell’1.66%, molto lontano dalla media storica. Senza andare a scomodare i rendimenti al 15% dei primi anni’80, tra il 2007 e il 2011 il 3,5%-4% era la norma sui decennali.
Operativamente e per concludere
Il tapering, la riduzione degli stimoli monetari, che fino a tre mesi fa sembrava un problema di alta classe, dopo la raffica di dati positivi sull’economia è diventato di colpo un problema di ordinaria amministrazione.
Negli Stati Uniti, la probabilità di un rialzo dei tassi d’interesse nella prossima riunione della Fed del 15 marzo, è balzata nel giro di poche settimane da un 30% a un 93% di oggi, quasi sicura, aiutata anche qui dai buoni dati su occupazione e attività industriale e produttiva.
Per gli investitori in obbligazioni, questo cambio di prospettive è come una spia di allerta sul cruscotto di un’auto a gran velocità. Non ci si ferma subito chiamando il carroattrezzi, ma non si può far finta di niente. Se i dati economici continuassero a migliorare, il mercato si convincerebbe sempre più dell’opportunità di un tapering, col risultato di far schizzare verso l’alto i rendimenti dei bond, a discapito dei prezzi.
Il Bund decennale Germania rende oggi lo 0.44%.
Il BTP decennale rende il 2.32%.
Il T-NOTE decennale USA rende il 2.58%.
Il segnale di allerta vale anche per gli investitori in azioni. Se è vero che l’azionario protegge meglio dall’inflazione, quindi meglio azioni che obbligazioni, il rialzo dei rendimenti sui bond a un certo punto attirerà capitali, distraendoli dal settore obbligazionario. Negli USA, già oggi il rendimento del decennale al 2.58% è superiore ai dividendi dell’indice S&P500, inferiori al 2%. Meglio dunque le azioni europee, che oggi rendono più dei bond, ma anche qui con maggior cautela. Nel 2011, il miglioramento dei dati economici e il conseguente rialzo dei rendimenti sui governativi, aveva preceduto una veloce ma incisiva correzione dei mercati azionari. Allora il tema era quello della crisi greca e dei debiti sovrani. Oggi, saranno le elezioni europee o, forse, l’imprevisto arriverà dagli USA o dalla Cina?
In questo contesto, preferiamo concentrarci su singoli titoli o singoli settori, ancora sottovalutati, come le banche italiane, proteggendo le posizioni con copertura sugli indici o sui governativi.
I mercati anticipano sempre e, sebbene la prospettiva di tapering sia spostata dopo il 2018, l’Euro, già risalito da 1.0520 a 1.0670, dovrebbe iniziare a scontarlo in anticipo, apprezzandosi sul dollaro. I prossimi obiettivi al rialzo, su superamento di 1.0680, sono in area 1.0860-1.10.
Il dollaro, che finora ha beneficiato della prospettiva dei rialzi dei tassi da parte della banca centrale USA, potrebbe invece iniziare a indebolirsi scontando in anticipo un maggior deficit di bilancio, a fronte del piano di investimenti e taglio delle tasse prospettato da Trump.
L’amministrazione Trump cercherà di eclissare il tema del debito USA, che oggi sfiora i 20.000 miliardi di dollari, e il cosiddetto debt ceiling, il tetto del debito USA che il 15 marzo dovrà essere innalzato, per evitare il default formale degli Stati Uniti.
http://money.cnn.com/2017/03/09/news/economy/debt-ceiling-mnuchin/
Settimana prossima, si terranno anche le elezioni in Olanda, le scadenze tecniche dei futures sulle valute lunedì 13, l’annuncio sui tassi da parte della Federal Reserve il 15 e le scadenze tecniche sui mercati azionari venerdì 17.
Buona settimana a tutti!
Fonte: BONDWorld.it
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