La rivoluzione degli equilibri politici avvenuta in autunno negli Stati Uniti ha il potenziale per modificare profondamente lo scenario economico, con un possibile mix di riforme strutturali e di altre misure (sistema tributario, sanità, spesa per infrastrutture e per la difesa, protezionismo, immigrazione, deregolamentazione)……….
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L’ampio spettro di interventi nell’agenda dell’Amministrazione è però ancora estremamente incerto in termini di dettagli e tempi, anche perché richiede, su molti fronti, un coordinamento con il Congresso. Perciò, il nostro scenario 2017 rimane in larga misura invariato rispetto a quello formulato a dicembre: la previsione è di crescita di 2,1% nel 2017, 2,5% nel 2018 e 2,3% nel 2019, con l’aspettativa di un ritorno verso la crescita potenziale dal 2020 in poi. Lo scenario è basato su due ipotesi: 1) la riforma delle imposte sarà approvata non prima dell’autunno 2017 e avrà effetti economici a partire da metà 2018; 2) gli effetti netti complessivi delle nuove misure dovrebbero essere moderatamente espansivi (+0,5-0,6pp su due anni), con probabili ampie redistribuzioni fra settori per le imprese e fra classi di reddito per le famiglie, e possibili rischi verso il basso (protezionismo, regressività delle imposte, riduzione della forza lavoro immigrata).
L’azione di governo è ad ampio raggio, su più temi: 1) riforma sanitaria, 2) riforma tributaria, 3) riallocazione della spesa discrezionale (aumento per infrastrutture e difesa, calo delle altre voci), 4) deregolamentazione, 5) immigrazione, 6) delocalizzazione e commercio internazionale. I primi tre temi richiedono coordinamento con il Congresso per l’attuazione legislativa e probabilmente vedranno interventi con moderati effetti netti espansivi sulla crescita. Gli altri tre, sono di competenza dell’esecutivo e hanno potenziali implicazioni negative per la crescita domestica e globale, alla luce del forte bias protezionistico dell’Amministrazione: non si devono sottovalutare i rischi di guerre commerciali e di freno alla crescita della forza lavoro.
La riforma sanitaria è il primo appuntamento legislativo di rilievo. L’American Health Care Act (AHCA) deve essere approvato sia alla Camera sia al Senato, prima che si aprano i capitoli delle imposte e della spesa infrastrutturale. La discussione dell’AHCA ha evidenziato le forti divergenze all’interno del partito repubblicano, fra il folto gruppo di conservatori alla Camera e un ampio numero di moderati in Senato. Inoltre, la necessità di utilizzare la “ reconciliation procedure ” per evitare l’ostruzionismo democratico impone limiti alle misure incluse nella legge. Il compromesso finale sarà poco gradito a tutti, ma in parte sarà ottenuto anche grazie all’intervento attivo di Trump. Va però segnalata la fragilità del presidente, la cui popolarità è in continuo calo nei sondaggi, e in peggioramento dopo la conferma dell’indagine in corso sui legami fra la campagna Trump e il governo russo. Per la spesa infrastrutturale, le difficoltà di approvazione saranno minori per via del probabile sostegno di una parte dei democratici.
Il tema principale è la riforma tributaria per imprese e individui. La base di partenza è il piano Ryan che prevede: a) per le imprese, ridefinizione dell’imponibile dagli utili al cash flow, con correzione territoriale (esclusione di import ed export), riduzione delle aliquote, allargamento della base imponibile, rimpatrio degli utili dall’estero, ammortamento immediato degli investimenti; b) per le famiglie, riduzione del livello e del numero di aliquote dell’imposta sul reddito e sui capital gains , eliminazione di imposte su donazione e successione, minori detrazioni. L’impatto netto in 10 anni sul deficit cumulato è un aumento di 2,4 tln di dollari (stima statica) e fra 0 e circa 400 mld (stima dinamica). Un accordo sarà difficile all’interno del Congresso, per via degli ampi effetti redistributivi fra settori industriali e fra classi di reddito. La correzione territoriale è cruciale perché genera entrate per circa 1,1 tln in 10 anni e “finanzia” altre parti della riforma, oltre a incentivare la rilocalizzazione della produzione ed eliminare l’elusione fiscale delle multinazionali. Al momento è difficile prevedere quali elementi del piano Ryan sopravvivranno ai negoziati, ma l’arrivo delle elezioni midterm nel 2018 implica elevata probabilità di un accordo sulla riforma entro metà 2018. La combinazione di misure nella riforma a nostro avviso darà luogo ad ampi effetti redistributivi, maggiori di quelli espansivi, e a una moderata spinta alla crescita nel 2018-19. Ma ci vorranno molti mesi di dura battaglia fra i repubblicani, che richiederà anche un presidente credibile: il percorso sarà tutt’altro che lineare.
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