All’inizio del secolo scorso, negli Stati Uniti, la lotta contro l’abuso di bevande alcoliche portò al proibizionismo……
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Andrea De Gaetano – Senior Portfolio Manager – Olympia Wealth Management Ltd
Esasperati dal vedere i propri dipendenti stravolti dalle bevute del week-end e di conseguenza preoccupati dagli effetti dell’alcolismo sull’efficienza della manodopera, gruppi di industriali e datori di lavoro si fecero promotori di leggi per la proibizione delle bevande alcoliche. L’alcolismo aveva raggiunto livelli importanti, ma determinante nel far approvare le leggi al Congresso fu la rigida morale dell’etica protestante di allora. Nel 1919, fu introdotta in tutti gli Stati federali la proibizione (quasi) assoluta di produzione, importazione, trasporto e vendita di bevande alcoliche.
Il consumo d’alcol effettivamente si ridusse, ma fu tutt’altro che eliminato, con una serie di effetti collaterali. In primis, rese ancora più fiorente il business della malavita, che si organizzò nell’aprire locali clandestini dove poter bere. Per lo Stato, oltre al mancato incasso delle imposte sulla vendita delle bevande alcoliche, ci fu il costo aggiuntivo di combattere sia i produttori e consumatori abusivi, sia i gangster diventati più ricchi e potenti, grazie al commercio illegale. Infine, chi era davvero dedito all’alcol continuò a bere, ma prodotti di minor qualità, con effetti ancora più devastanti sull’efficienza lavorativa. Alla fine del 1933, dopo averne sperimentato l’inutilità, le leggi proibizioniste furono abolite.
L’abuso della leva finanziaria, da parte delle banche nell’erogare credito e da parte del consumatore nel fare il passo più lungo della gamba, ha portato alla crisi del 2008 e a una conseguente reazione opposta. Punizione delle banche, costrette a ripulirsi di derivati, crediti deteriorati e a ricapitalizzarsi. Punizione per la gente normale, che da lungo tempo fatica a trovare finanziamenti. Punizione per gli investitori che per star tranquilli pagano, a denti stretti, tassi negativi.
Oggi, come ha fatto notare Peter Praet, Membro dell’Executive Board della BCE, le banche sono in salute molto migliore, con una media del Tier 1 al 15.1% nel terzo trimestre 2016, un aumento del 2% dal 2013 e del 7% dal 2007.
Il prodotto interno lordo dell’Eurozona si è espanso per 16 trimestri consecutivi, crescendo dell’1.7% su base annua nel primo trimestre 2017, secondo le stime Eurostat. I dati suggeriscono una partenza forte anche per il secondo trimestre. Ad esempio, il Purchasing Managers’ Index, fortemente correlato con la crescita dell’area euro, ha toccato il picco degli ultimi sei 6 anni in aprile 2017. Il sentiment economico è sui massimi degli ultimi 10 anni e la disoccupazione è ai minimi in 8 anni. Il rovescio della medaglia è che le banche, per rispettare i nuovi standard, devono sostenere costi maggiori e nel contesto attuale di bassi tassi d’interesse hanno profittabilità più limitata.
I dati usciti oggi sul prodotto interno lordo americano sono anch’essi superiori alle attese. Dopo la lettura del mese scorso, che vedeva un primo trimestre debole, allo 0.7% su base annua (peggior inizio degli ultimi tre anni), il Bureau of Economic Analysis ha rivisto al rialzo la crescita americana, al ritmo dell’1.2% (non esaltante, ma meglio delle attese).
Il leggero calo degli ordini industriali nel mese d’aprile -0.4% sembra una normale pausa dopo 4 mesi consecutivi di salita (+2.3% in marzo).
La disoccupazione USA, al 4.4%, è sui minimi pre-crisi.
L’inflazione USA, sebbene in calo al 2.2% in aprile 2017, è sui livelli obiettivo della Federal Reserve.
Le probabilità prezzate dai fed funds futures di un rialzo dei tassi d’interesse nella prossima riunione del 14 giugno sono salite all’87% dal 73% di settimana scorsa.
Il contraltare a questa rosea prospettiva è lo stato di dipendenza dei miglioramenti economici dal permanere di tassi d’interesse sui minimi storici. Impressionante il malloppo da smaltire di Titoli accumulati nelle pance delle due banche centrali e la lievitazione dei prezzi di molte attività (finanziarie, immobiliari, opere d’arte, auto d’epoca e…Bitcoin!) dove il denaro è approdato alla ricerca di un’alternativa più convincente rispetto ai tassi a zero (o sotto zero).
Nella settimana appena trascorsa, la BCE ha fatto notare che “i rischi di repricing sul mercato del reddito fisso rimangono significativi. La pressione del mercato sulle banche dell’area euro si è affievolita, in mezzo a persistenti vulnerabilità strutturali. La continua incertezza politica e rendimenti dei bond potenzialmente più alti potrebbero innescare nuove preoccupazioni sulla sostenibilità del debito. Brexit non dovrebbe porre significativi rischi alla stabilità finanziaria dell’area euro.”
Il Presidente della BCE Mario Draghi, nella Conferenza sulla Stabilità Finanziaria, a Madrid il 24 maggio, si è soffermato sui possibili rischi ed effetti collaterali indesiderati delle misure di politica monetaria sulla stabilità finanziaria. “Seguire da vicino gli sviluppi in tre aree: l’effetto sull’assunzione dei rischi nell’ambito dell’attività di prestito delle banche, l’impatto sulla redditività delle banche e l’impatto sugli investitori istituzionali.”
OPERATIVAMENTE E PER CONCLUDERE
Soddisfatte dell’eccellente lavoro finora compiuto, le banche centrali si trovano ora tra l’incudine e il martello: continuare a tenere i tassi bassi a zero inebriando l’economia di stimoli monetari, con il pericolo per la salute delle banche e delle assicurazioni (per troppa prudenza) e lo spettro di nuove bolle finanziarie.
Oppure alzare i tassi, col rischio di rendere insostenibili i costi di finanziamento degli Stati, già indebitati fin sopra le orecchie. Chi non è riuscito a risolvere i suoi problemi con i tassi a zero, con i tassi al rialzo rischia di saltare. La via del ritorno da anni di politica ultra espansiva prevede lo smaltimento delle migliaia di miliardi di titoli nei bilanci delle banche centrali. Un tema che toglie il sonno ai banchieri centrali.
Indipendentemente dalle banche centrali, la geopolitica potrebbe, in entrambi i casi, far aumentare il premio al rischio sui bond (farli scendere di prezzo/salire di rendimento).
Visto l’outlook più probabile di fine dei tassi a zero, suggeriamo di approfittare di questa fase di rally dei bond governativi decennali (BTP 2.10%, BUND 0.32%, TNOTE 2.25%) per gradualmente vendere/alleggerire le posizioni, specialmente sugli zero coupon (i più sensibili ai rialzi dei tassi).
I dati un po’ migliori delle attese sul fronte europeo e un po’ peggiori delle attese (a parte il p.i.l.) sul fronte USA hanno spinto al rialzo il cambio euro/dollaro, salito da 1.05 di inizio marzo a 1.1267 della settimana appena conclusa. Smaltita l’iniezione di fiducia del Macron trade, è probabile un ritorno dell’euro in area 1.07, dove il gap non è stato ancora chiuso, supporto cruciale nel medio periodo. Prima di tornar lì, la speculazione potrebbe infierire, allungando i tempi e il percorso. Nuovi massimi tra 1.13 e 1.15 sarebbero opportunità di acquisto di dollari, nell’ottica di un ritorno dell’Euro tra 12 e 1.1050. Se invece il cambio scendesse subito, area 1.10 e 1.0880 sarebbero primi supporti di acquisto euro/ copertura delle posizioni in dollari.
Sui mercati azionari, vige ancora uno stato di quasi completo assopimento della volatilità che, se fino ad ora ricordava il relax inconsapevole dei fumatori d’oppio, a 9.7 inizia a far pensare al rigor mortis.
Fiduciosi che guizzi di vitalità torneranno sui mercati, compriamo qualche put sugli indici, scegliendo attentamente i titoli su cui investire. Chi beve troppo o finisce in una fumeria d’oppio, perde di lucidità. È finito il proibizionismo, finirà anche il QE!
Fonte: BONDWorld.it
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