La promessa dell’OPEC di mantenere gli attuali tagli alla produzione sino a marzo 2018 e oltre, se necessario, non è stata sufficiente a sostenere le quotazioni del greggio:….
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la minaccia di un’offerta statunitense in continua espansione e le ancora elevatissime scorte mondiali alimentano un sentiment di mercato molto negativo per il comparto. La recente intensificazione delle tensioni in Medio Oriente alimenta i rischi geopolitici, rendendo molto più instabile lo scenario.
Nel tanto atteso meeting del 25 maggio scorso svoltosi a Vienna fra membri OPEC e alleati nonOPEC, è stata confermata un’estensione di nove mesi degli attuali tagli alla produzione ed è stata lasciata aperta la possibilità di rinnovare nuovamente l’accordo se a marzo 2018 le riserve mondiali non saranno ancora tornate alla media a 5 anni. Nigeria e Libia manterranno le esenzioni, mentre l’Iran, a cui era stato concesso di aumentare l’offerta a seguito della rimozione delle sanzioni internazionali, potrà mantenere invariato il proprio target produttivo. A seguito dell’annuncio le quotazioni del greggio sono scese perché il mercato sperava in un segnale ancora più forte: un ampliamento dei tagli e forse la rimozione delle esenzioni.

A nostro avviso, resta apprezzabile la rassicurazione che il gruppo farà tutto quanto necessario per riportare le scorte in linea con l’obbiettivo prestabilito. Anche la coesione fra membri OPEC e Russia, apparentemente allineati in una coerente politica energetica e uniti nella volontà di erodere il surplus di scorte mondiali, sembra incoraggiante.
Tuttavia, molti fattori giustificano un atteggiamento cauto ed impediscono un marcato rialzo delle quotazioni:
– Crescita della produzione statunitense. L’offerta non-OPEC continuerà ad espandersi grazie all’incremento della produzione americana di shale oil. Già nel 1° trimestre 2018 la produzione negli Stati Uniti dovrebbe superare la barriera dei 10 mb/g, polverizzando il precedente record di 9,6 mb/g registrato nel 1970. Inoltre, la prima stima dei fondamentali di domanda e offerta per il 2018, pubblicata dall’International Energy Agency (IEA) il 14 giugno, indica che il prossimo anno per la prima volta dal 2014 l’offerta non-OPEC crescerà più della domanda mondiale: +1,5 milioni di barili al giorno (mb/g) vs. +1,4 mb/g. A meno che nel 2018 l’offerta cumulata dell’OPEC non registri una contrazione su base annua, è impossibile che il mercato si mantenga bilanciato. Al contrario, l’eccesso di offerta rischia di diventare molto rilevante.

– Scorte molto elevate. Nonostante gli sforzi di OPEC e alleati non-OPEC, le scorte presso i paesi OCSE rimarranno ancora per molti mesi al di sopra della media a 5 anni e le scorte statunitensi di petrolio e prodotti derivati, monitorate settimanalmente sia dall’US Department of Energy (DOE) che dall’American Petroleum Institute (API) restano vicine ai massimi stagionali.

– Rischio di un’aderenza all’accordo inferiore alle attese da parte di OPEC e alleati non-OPEC. Sinora, l’OPEC ha esibito livelli di compliance ritenuti eccezionali. Non abbiamo motivi di ritenere che l’aderenza debba peggiorare almeno sino a che i principali attori, Arabia Saudita e Russia, avranno interesse a mantenere in vita l’accordo. Infatti, riteniamo che entrambi i Paesi siano interessati a stabilizzare il mercato del petrolio, favorendo la progressiva erosione delle scorte mondiali, e a beneficiare di quotazioni relativamente stabili e mediamente più alte di quanto sarebbe ragionevole aspettarsi in assenza dei tagli alla produzione: ricordiamo che nel 2018 è prevista l’IPO di Saudi Aramco (dovrebbe essere quotato il 5% della società petrolifera di stato dell’Arabia Saudita e le prime stime di capitalizzazione indicano una forchetta di 1-2 trilioni di dollari: sarà l’IPO più grande da sempre) e ci saranno le elezioni presidenziali in Russia.
– Tensioni geopolitiche che possano portare al crollo dell’accordo. A sorpresa, il 21 giugno il Re saudita ha nominato erede al trono il figlio, Mohammed Bin Salman. Questa decisione rafforza I poteri del Principe 31enne, già a capo dei ministeri della Difesa, dell’Economia e del petrolio e che assumerà una maggiore autorità nel perseguire le sue ambiziose riforme economiche (è il promotore del piano Vision 2030) e una più aggressiva politica estera. Ancora più preoccupanti delle recenti modifiche alla linea di successione saudita, riteniamo gli sviluppi nelle relazioni internazionali perseguite dagli USA. Nel corso del suo primo viaggio di stato a Riyadh (19-21 maggio), il presidente americano Trump ha pronunciato uno storico discorso che sancisce il netto cambio di politica estera statunitense. L’Iran è considerato il principale finanziatore, e quindi responsabile, del terrorismo islamico e i paesi mediorientali sono invitati a collaborare più attivamente alla guerra del terrorismo in cambio di rinsaldati rapporti (anche e soprattutto economici) con gli Stati Uniti e di una minore interferenza nella gestione degli affari domestici (ovvero: forma di governo e diritti civili). I primi sviluppi di questo nuovo cambio di equilibri si sono già verificati:
– Il 5 giugno Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrain, Egitto e altri piccoli paesi alleati hanno annunciato la sospensione dei rapporti diplomatici con il Qatar e di molti rapporti economici (inclusa la chiusura delle frontiere, anche terrestri, e il divieto di attracco ai porti per imbarcazioni battenti bandiera qatariota), per ritorsione contro il presunto supporto a gruppi terroristici. Si tratta di una decisione senza precedenti, che potrebbe segnare l’avvio di una nuova fase politica in Medio Oriente. Infatti, il supporto di cui ha sinora beneficiato il governo saudita da parte della nuova Amministrazione statunitense guidata dal presidente Trump potrebbe favorire un atteggiamento più aggressivo da parte dell’Arabia Saudita verso Paesi o gruppi meno allineati alla propria politica estera e che mantengono buone relazioni con l’Iran.
– Per la prima volta, il 7 giugno a Teheran si sono verificati degli attacchi terroristici rivendicati da jihadisti dell’ISIS. Vari attori in Iran hanno immediatamente attribuito all’Arabia Saudita la responsabilità morale degli attentati. Il messaggio lanciato dal presidente iraniano Rouhani, un moderato, rieletto ad ampia maggioranza il 22 maggio, sottolinea l’importanza di unità nazionale e cooperazione regionale ed internazionale per combattere la comune minaccia del terrorismo islamico. Tuttavia, resta il serio rischio che un’escalation delle tensioni fra le due principali potenze della regione (Arabia e Iran) possa diventare tanto seria da mettere in crisi ogni possibilità di cooperazione, incluso il coordinamento delle politiche energetiche, e quindi far crollare l’accordo OPEC.
Fondamentali di domanda e offerta Nell’aggiornamento mensile pubblicato il 6 giugno, l’US Energy Information Administration (EIA) ha rivisto le stime di domanda e offerta, includendo per la prima volta l’estensione dell’accordo fra OPEC e Russia. Sotto l’ipotesi di buona compliance e tagli OPEC mantenuti sino a fine 2018, i fondamentali sono inevitabilmente previsti in netto rafforzamento. Il bilancio di mercato dovrebbe quindi registrare un deficit nel 2017 (-0,2 mb/g) e potrebbe tornare in modesto surplus nel 2018 (+0,1 mb/g). Le elevatissime scorte mondiali dovrebbero quindi ridursi quest’anno, ma torneranno a crescere, seppur lentamente, nell’anno successivo.

La crescita della produzione di shale oil statunitense (+0,5 mb/g nel 2017 e +0,7 mb/g nel 2018) rappresenta la principale minaccia agli sforzi dell’OPEC. Inoltre, come accennato in precedenza, lo scenario delineato dall’IEA è ancora più negativo perché prevede una crescita dell’offerta nonOPEC addirittura superiore alla crescita dei consumi mondiali.
Previsioni Il nostro scenario è formulato tenendo conto delle seguenti ipotesi: a) l’OPEC rispetterà efficacemente il target di produzione almeno sino a inizio 2018, b) la produzione da Libia e Nigeria si espanderà in linea con le attese e la produzione totale non-OPEC non sarà nuovamente rivista al rialzo, nonostante l’attesa crescita dell’offerta di shale oil, c) la domanda mondiale non deluderà le stime.
In questo scenario, riteniamo che il petrolio Brent continuerà a scambiare in un intervallo relativamente stretto, attorno a 51 dollari in media nel 2° semestre. Al momento, vediamo più probabili rischi al ribasso nel 3° trimestre a causa del marcato deterioramento dei fondamentali atteso nel 2018. Nel nostro scenario di base non riteniamo che il greggio potrà scambiare al di sopra della soglia dei 60 dollari, in assenza di sorprese positive dal lato della domanda o gravi shock all’offerta, perché alti prezzi stimolerebbero ulteriormente la produzione da fonti nonconvenzionali, aumentando quindi l’offerta totale e giustificando successivamente un calo delle quotazioni. Nell’ipotesi di un perdurante sentiment di mercato negativo, spiegato da scorte negli Stati Uniti ai massimi da sempre per questo periodo dell’anno, vediamo 40 dollari come un’importante supporto per il Brent.
Abbiamo inserito nel nostro scenario di base uno spread fra Brent e WTI di circa 3 dollari nel 3° trimestre 2017 e successivamente di 2 dollari sino a fine 2018 per l’attesa che l’amministrazione americana non modificherà la tassazione di importazioni ed esportazioni, diversamente da quanto promesso, e di conseguenza l’erosione delle scorte statunitensi sarà più lenta di quanto previsto in precedenza.
Infine, sembra che anche molti membri OPEC si attendano che anche nel medio periodo il potenziale di rialzo per le quotazioni del greggio sarà limitato. Secondo i commenti dei ministri dell’energia di Nigeria e Iran, l’intervallo di prezzo ritenuto più adeguato a ridonare stabilità al mercato del greggio, stimolare gli investimenti nel settore e al contempo sostenere i consumi mondiali sarebbe fra i 50 e i 60 dollari al barile.


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