L’inversione del ciclo di politica monetaria si diffonde e si consolida…..
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Tuttavia, l’atteggiamento delle Banche centrali resta cauto, e facilita un ordinato assestamento dei mercati. La festa potrebbe essere guastata da due sviluppi opposti: inattese pressioni inflazionistiche o al contrario un rallentamento improvviso dell’economia mondiale.
– L’inversione del ciclo di politica monetaria sta prendendo corpo. Anche se probabilmente si asterrà ancora per qualche mese dal muovere i tassi ufficiali, la Federal Reserve potrebbe annunciare entro settembre l’avvio della fase di riduzione del bilancio, mediante il passaggio a un parziale reinvestimento delle scadenze, i cui termini sono già stati illustrati nelle scorse settimane. La restrizione monetaria americana si trascinerà dietro il Canada, dove la Banca centrale si è mossa proprio in questi giorni. La BCE, che ha già ridimensionato da aprile il volume degli acquisti nell’ambito dell’APP, in questi mesi compirà altri piccoli passi formali di modesto significato, prima di annunciare in autunno una nuova riduzione del volume di acquisti (si veda il commento più sotto). Anche nel Regno Unito è partito il dibattito sull’opportunità di alzare i tassi ufficiali, con lo stesso Governatore ad ammettere che potrebbe nei prossimi mesi appoggiare un certo grado di restrizione monetaria.
– Le curve dei tassi hanno preso atto della svolta: i tassi swap decennali sull’euro hanno recentemente sfiorato l’1%, livello mai toccato dopo fine 2015. Vi sono state ripercussioni anche sui mercati valutari, con lo yen relativamente penalizzato dalla divergenza della politica monetaria e l’euro in rafforzamento. Tuttavia, ciò non ha affatto impedito che gli indici azionari mondiali toccassero nuovi massimi. E l’aumento dei tassi a lungo termine, sebbene impressionante rispetto ai livelli depressi del 2016, riflette aspettative ancora molto modeste di rialzo dei tassi ufficiali. In effetti, gli annunci delle Banche centrali appaiono ancora di natura adattativa rispetto a un ciclo mondiale che sta sorprendendo in positivo nel 2017. Questa settimana, oltre alle buone notizie dal fronte europeo (con ottimi dati di produzione industriale nell’Eurozona, indicativi di un forte 2° trimestre), abbiamo avuto anche indicazioni incoraggianti dall’economia cinese, dove un rallentamento potrebbe essere pericoloso in questa fase a causa dell’eccessivo indebitamento delle imprese. In luglio, le stime di consenso sulla crescita 2017 sono salite per la maggior parte dei paesi europei e per il Canada.
– E la dinamica dell’inflazione non è ancora tale da indurre a un cambio di passo nella restrizione monetaria. Al contrario, Yellen si è sentita in dovere di giustificare perché la Fed continuerà a restringere la politica monetaria nonostante qualche segnale di rallentamento e un calo dell’inflazione sottostante. Anche in Europa non c’è fretta di normalizzare la politica monetaria, considerando che neppure in Germania il mercato del lavoro è in grado di produrre una significativa accelerazione delle retribuzioni. Tutto sommato, poi, fa comodo a tutti non mettere troppo presto sotto pressione i paesi ad alto debito che si stanno lentamente riprendendo dalla crisi. Inoltre, in Europa c’è ancora bisogno di rilanciare gli investimenti, che sono ancora bassi in rapporto al PIL.
– Fino a quando le pressioni inflazionistiche resteranno inesistenti e l’espansione non rallenterà, è probabile che anche l’adeguamento dei mercati rimanga ordinato. Potremmo avere problemi quando una delle due condizioni non sussisterà più. In particolare, segnali di rallentamento di qualche grande economia, come è già avvenuto in anni recenti, potrebbero rendere molto più instabili le aspettative. Invece, con il mercato del petrolio ancora squilibrato e le dinamiche salariali così moderate, ci pare difficile che l’inflazione possa rappresentare un problema
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