Il governo di Madrid tenta di scoraggiare le spinte indipendentiste catalane con l’uso della forza, giustificato dall’obbligo di difendere la Costituzione…….
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Ma l’ escalation potrebbe radicalizzare ulteriormente lo scontro. La posta in gioco è alta per la regione che sembra ignorare le conseguenze di un voto favorevole all’indipendenza. La riapertura della questiona catalana non fa bene al già fragile governo spagnolo, che ricordiamo è un governo di minoranza, ma non fa bene nemmeno all’Europa. L’eventuale successo delle forze indipendentiste potrebbe rivitalizzare le spinte alla disgregazione presenti in altri paesi. Indirettamente, inoltre, la crisi può aumentare le difficoltà a raggiungere posizioni condivise sui grandi temi dell’agenda politica europea.
È scontro tra il governo di Madrid e l’autorità di Barcellona sul referendum per l’indipendenza, fissato per il prossimo 1° ottobre. I catalani sono determinati ad andare avanti, nonostante la Corte costituzionale spagnola abbia sospeso, il 7 settembre, le legge istitutiva del referendum e i decreti sull’autodeterminazione. Il governo di Madrid, insieme ai socialisti (PSOE) anch’essi contrari al voto referendario, avevano offerto un dialogo alla Generalitat entro i limiti della legge a partire dal 2 ottobre nel caso in cui avesse rinunciato al referendum. I catalani hanno rifiutato e, anzi, il presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont ha presentato una denuncia contro la Corte. Un dialogo sarebbe preferibile ad un voto referendario per il governo di Madrid ma sarebbe in ogni caso un compromesso con conseguenze non trascurabili per l’unità nazionale, dal momento che potrebbe stimolare richieste di altre regioni con una forte identità culturale a perseguire la stessa strada.
In reazione alla determinazione dei catalani di andare avanti, il governo centrale ha dato esecuzione all’ordine della Corte costituzionale, che aveva proibito ai funzionari pubblici catalani di partecipare all’organizzazione del referendum: la Guardia Civil ha così attuato il sequestro di 10000 schede referendarie e l’arresto di 14 funzionari locali. Oltre a cercare di fermare la macchina organizzativa, il governo di Madrid ha assunto il controllo delle spese della Generalitat , bloccando i conti correnti. L’intervento del governo di Madrid ha causato nuove proteste dinanzi alla Corte di Giustizia. Il sindaco di Barcellona, Ada Colau, ha definito l’intervento come “uno scandalo democratico”. Il primo ministro spagnolo Rajoy ha difeso gli interventi come gli unici possibili di fronte all’attentato illegale di insurrezione costituzionale del governo catalano. Ci si potrebbe domandare se la reazione del Governo Rajoy, per quanto del tutto giustificata sul piano legale, sia la strategia migliore per rispondere alle istanze separatiste all’interno del paese.
Di fronte all’aggravarsi della situazione, l’Unione Europea ha preso cautamente posizione a favore del governo di Madrid: la portavoce della Commissione Margaritis Schinas ha affermato che Bruxelles “rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli Stati membri ed è in seno a questo che tutte queste questioni dovranno o potranno essere affrontate”. La questione catalana non ha rilevanza solo per l’unità nazionale spagnola ma ha anche una portata europea. Le spinte indipendentiste catalane, anche se manifestazione di una forte identità culturale raramente presente in altre regioni, potrebbero rivitalizzare le spinte alla disgregazione presenti in altri Stati. La crisi potrebbe rendere ancora più difficile raggiungere posizioni condivise sui grandi temi dell’agenda politica europea. Se passasse il referendum ed il voto per l’indipendenza, si potrebbero riaccendere i riflettori sulla possibilità di uscire dalla moneta unica.
Va fatta una precisazione. Non è inedito che un paese possa accordarsi per una scissione politica e territoriale, come avvenne nel 1992 quando la Cecoslovacchia si divise in due entità statali separate che presero il nome di Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma in quel caso la Cecoslovacchia non faceva parte dell’Unione Europea, a cui i due Stati aderirono soltanto nel 2004. L’eventuale secessione della Catalogna porrebbe problemi molto più complessi legati alla partecipazione al mercato unico e all’Unione Monetaria della nuova entità statale. Possiamo immaginare da una parte un percorso negoziato e consensuale, che preservi l’accesso al mercato unico e all’Unione Monetaria delle due unità statali; e, al contrario, una dichiarazione unilaterale di indipendenza che, invece, pregiudicherebbe l’accesso all’Unione Europea.
Ad oggi è difficile dire se il voto si terrà o meno, ma il referendum è gradito a più del 70% della popolazione catalana Il vicepresidente catalano Junqueras, pur riconoscendo che dopo il blitz dell’altro ieri l’organizzazione della consultazione del 1° ottobre è più complicata, ha dichiarato che si andrà avanti; il governo provinciale ha continuato ad attuare le procedure operative di preparazione del voto. Vale la pena ricordare che il referendum sull’indipendenza è gradito al 72% della popolazione, stando ad un sondaggio di Periodico condotto a inizio anno. La manifestazione della scorsa settimana per celebrare la giornata per la Catalogna ha mobilitato un milione di persone, meno che nel 2014, quando parteciparono in 1,8 milioni. È evidente che la spinta indipendentista raccoglie maggiori proseliti di qualche anno fa. Ricordiamo che una consultazione popolare sull’autodeterminazione della Catalogna come stato indipendente si è tenuta a novembre del 2014 (il governo di Madrid aveva già bloccato il voto referendario), ma l’esito del voto non fu chiaro1. I sondaggi recenti ( Opiniometra 16 settembre 2017) indicano che più del 50% degli aventi diritto al voto ha intenzione di rispondere al quesito referendario, ma la percentuale dei votanti a favore dell’indipendenza rimane al di sotto della soglia del 50%.
Un po’ di storia
L’opposizione tra il governo di Madrid e Barcellona ha radici antiche. Ricordiamo che la Spagna è un paese relativamente giovane e conserva una natura nazionalista. Nel caso della Catalogna la spinta indipendentista è sempre stata più pronunciata rispetto ad altre regioni, tranne forse i Paesi Baschi. In quanto nazionalità storica, la Catalogna aveva ottenuto un elevato livello di autonomia nel passaggio dal franchismo alla democrazia, dopo decenni di repressione dell’identità catalana durante la dittatura. Tuttavia, la Costituzione del 1978 non specificava quali fossero le competenze delle autonomie regionali. Negli anni Novanta, la Catalogna ottenne una maggiore autonomia in ambito fiscale con il sostegno della coalizione nazionalista e conservatrice (CIU). Nel 2016, quando al governo c’erano i socialisti guidati da Zapatero, fu firmato un nuovo statuto per l’autonomia. I popolari di Rajoy hanno sempre considerato lo statuto pericoloso per l’unità del paese. Nel 2010, la corte costituzionale di Madrid ha dichiarato incostituzionale buona parte degli articoli dello statuto. La sentenza ha alimentato il sentimento indipendentista, che si rafforzò nel 2012 quando la regione, nel pieno della crisi finanziaria fu costretta a chiedere il sostegno finanziario del governo centrale. La scelta fu presentata come effetto inevitabile delle politiche vessatorie delle istituzioni centrali. La politica locale ha in parte fatto leva sul sentimento nazionalista negli ultimi anni e dalle elezioni del 2015 è emersa una colazione tra Jxsi (uniti per il sì), guidato da Artur Mas e la sinistra radicale CUP a favore dell’indipendenza.
Che cosa ha da perdere la Catalogna?
La Catalogna è la seconda regione più popolosa della Spagna con 7,5 milioni di abitanti su un totale nazionale di 48 milioni e un reddito pro capite di circa 29 mila euro, al di sopra della media nazionale di 22 mila e 700 euro. Con un PIL di oltre 200 miliardi, è un’economia di peso simile a quella dell’Austria, ed è la prima regione per contribuzione al prodotto interno nazionale. Il deficit della Regione era al 2,6% del PIL nel 2014, solo leggermente al di sopra della media delle amministrazioni regionali (1,7% del PIL regionale). La posta è quindi piuttosto alta e si comprende perché il governo di Madrid e il presidente del Consiglio Rajoy hanno cercato di tenere a bada le spinte indipendentiste.
Il costo di una dichiarazione unilaterale di indipendenza potrebbe essere assai oneroso, se non fatale, per la stabilità finanziaria della Regione e per le sue prospettive di crescita. Riteniamo che sia molto più elevato dei potenziali benefici derivanti da una maggiore autonomia legislativa ed amministrativa sulle maggiori entrate tributarie (il 40% secondo una stima della Generalitat de Catalunya del 2011, in realtà le entrate fiscali della Catalogna nel luglio 2015 ammontavano al 21% del totale).
Tra le conseguenze negative associato alla vittoria di un sì vi sarebbero:
Esclusione dall’Unione Europea. In caso di separazione non consensuale, la Catalogna diventerebbe un nuovo Stato, che dovrebbe fare domanda di adesione garantendo il rispetto di precisi requisiti economici e politici. Nel frattempo, non sarebbe automaticamente garantito l’accesso al mercato unico.
Notevoli difficolta di finanziamento sul mercato dei capitali. La Catalogna riesce a finanziarsi sul mercato dei capitali nonostante il rating “spazzatura” grazie ai trasferimenti dal Governo centrale che nel 2012-15 sono stati pari a 50 miliardi di euro. Allo stato attuale, la Catalogna ha un debito verso lo Stato Centrale di 37,48 miliardi di euro, che è il 18,4% del PIL regionale (e il 56,1% del debito totale, pari a 66,8 miliardi di euro o il 32,8 % del PIL regionale). Nel caso in cui la Regione non dovesse ripagare il debito, chiaramente l’accesso al mercato dei capitali sarebbe pressoché impossibile.
Discontinuità del sistema monetario. La Catalogna verrebbe precipitata in un incubo monetario. Dovrebbe scegliere fra l’introduzione una propria moneta (eventualmente sostenuta da un ancoraggio all’euro) e l’uso dell’euro senza alcun controllo sulla base monetaria. Nel secondo scenario, le banche locali sarebbero prive di un prestatore di ultima istanza (ruolo che non potrebbe più essere svolto dalla Banca di Spagna) e dovrebbe ugualmente essere creato un nuovo sistema per regolare i pagamenti interbancari in Catalogna (a meno che non venga raggiunto un accordo con l’Eurosistema per la partecipazione a quelli esistenti). Il saldo della bilancia dei pagamenti determinerebbe l’andamento dell’offerta di moneta in Catalogna. L’eventuale Banca centrale della Catalogna non potrebbe far parte dell’Eurosistema, non essendo il nuovo Stato neppure membro dell’Unione Europea. Vi sarebbe un rischio di corralito nel caso di una vittoria del fronte per il sì, per evitare la corsa agli sportelli. Le banche verrebbero sganciate dalla provvista di liquidità dell’Eurosistema, catapultate per di più in un limbo regolamentare che ne comprometterebbe il merito di credito e l’accesso al mercato dei capitali.
Quali le conseguenze per la Spagna e per L’Europa
Se la riapertura della questiona catalana non fa bene al già fragile governo spagnolo, che ricordiamo è un governo di minoranza, non fa bene nemmeno all’Europa. Da una parte le spinte indipendentiste catalane sono manifestazione di una forte identità culturale e non di rifiuto delle politiche europee: al contrario, la Catalogna vuole essere parte di UE e Unione Monetaria. Tuttavia, l’eventuale successo delle spinte indipendentiste potrebbe rivitalizzare le spinte alla disgregazione presenti in altri paesi. Indirettamente, inoltre, la crisi può aumentare le difficoltà a raggiungere posizioni condivise sui grandi temi dell’agenda politica europea, e riaccendere i riflettori sul rischio di disgregazione dell’Unione Monetaria.
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