Come previsto, la BCE ha lasciato invariati tassi e programma d’acquisto…….
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Confermate anche le proiezioni di crescita al di sopra del potenziale fino al 2020 e di graduale rialzo dell’inflazione all’1,7%. L’unica modifica è la rimozione del riferimento a un possibile aumento degli acquisti nell’ambito dell’APP. La revisione ha lasciato abbastanza indifferenti i mercati, visto che la fine del programma entro l’anno è data come altamente probabile.
Brexit: il presidente dell’Unione Europea, Tusk, ha preannunciato che il Consiglio Europeo offrirà al Regno Unito di regolare i rapporti post-Brexit sulla base di un Free Trade Agreement (FTA). Il commercio di servizi sarà basato sul principio del paese ospite e dell’equivalenza ovvero niente accesso automatico al mercato unico. Inoltre, l’UE vuole che la questione irlandese venga risolta prima di procedere su altri dossier.
Le elezioni politiche italiane hanno restituito un Parlamento bloccato, dove sarà difficile formare coalizioni di governo. Il prossimo DEF includerà soltanto lo scenario a legislazione invariata.
– La BCE ha deciso di rivedere la guidance sugli acquisti e di rimuovere dal comunicato ufficiale il riferimento ad un aumento dei volumi di intervento. Draghi ha cercato di spiegare che si tratta di un cambiamento di minore importanza, dal momento che il riferimento era stato introdotto nel 2016 quando la BCE aveva annunciato la riduzione degli acquisti da 80 a 60 miliardi di euro. Si tratta innegabilmente di un primo passo verso la conclusione del QE: rimuovere il riferimento ad un aumento degli acquisti è un passo obbligato per poi annunciare un graduale spegnimento del programma. Tuttavia, si è da tempo creato un solido consenso riguardo allo scenario di chiusura del programma entro fine anno, e quindi la modifica al comunicato non ha sconvolto nessuno. La BCE ha, invece, confermato la guidance sulla politica di reinvestimento e soprattutto la guidance sui tassi.
Lo scenario di crescita al di sopra del potenziale fino al 2020 è stato confermato dalle nuove previsioni. La stima per il 2018 è stata rivista al rialzo di un decimo al 2,4%; si aspetta ancora una crescita dell’1,9% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020. I rischi per la crescita sono giudicati circa bilanciati. Le stime di inflazione mostrano una dinamica stabile all’1,4% nel 2018–19 e in aumento all’1,7% nel 2020. Le stime sono state riviste al ribasso solo nel 2019.
Draghi non ha fornito molti indizi su quando si avrà il prossimo aggiornamento sulle mosse di politica monetaria. Ragionevolmente prima della pausa estiva, il Consiglio dovrà dare indicazioni di massima sul destino del programma di acquisto dopo settembre. Il criterio rimane ancora la convergenza dell’inflazione sottostante verso il target e un ampio grado di fiducia sul sentiero stesso. A marzo, alcuni membri erano più fiduciosi, altri propensi a mantenere un approccio prudente. La valutazione dello scenario sarà aggiornata il 6 giugno, e indicazioni sul futuro dell’APP potrebbero arrivare in quella data. Ma il vero market mover del 2018 sarà la revisione alla guidance sui tassi. Non ci aspettiamo novità a riguardo prima dell’autunno, anche se il Consiglio potrebbe voler anticipare cosa intende per “tassi fermi ben oltre la fine degli acquisti”. Pensiamo che sia ragionevole che la BCE avvii un ciclo di rialzi moderato nella prima metà del 2019.
– Ancora novità sul fronte Brexit. Nel discorso del 7 marzo, il presidente dell’Unione Europea Tusk ha anticipato che il consiglio proporrà al Regno Unito di gestire i rapporti successivi al recesso sulla base di un FTA (Free Trade Agreement), giudicato l’unica soluzione compatibile con i vincoli posti dalle due parti. Il Consiglio punta a un FTA che copra tutti i settori e che eviti qualsiasi dazio sul commercio dei beni, inclusi i prodotti agricoli. Questo sarebbe un po’ meglio dello scenario di Average FTA simulato dal governo inglese nella stima di impatto di gennaio 2018, e pubblicata da poco, che implicherebbe dazi equivalenti del 26,1% sui prodotti agricoli e del 12,7% su bevande, tabacco e prodotti alimentari. Per quanto riguarda i servizi finanziari, come emerso anche da un precedente documento della Commissione Europea, varrà il principio del paese ospite, e dell’equivalenza, ove applicabile. Ciò implica, quindi, che in alcuni ambiti l’accesso al mercato unico richiederà la costituzione di strutture registrate in loco. Tusk ha dichiarato che “non possiamo offrire le stesse condizioni sui servizi che offriamo sulle merci” e che “dobbiamo essere chiari che riguardo ai servizi finanziari, la vita sarà diversa dopo Brexit.
Tusk ha anche ribadito che (1) il Regno Unito non può pensare di ottenere un rapporto fra diritti e doveri sbilanciato e che (2) i negoziati non potranno fare progressi sostanziali fino a quando non sarà risolta la questione del confine irlandese. Il partito unionista nord-irlandese DUP, che sostiene il governo May, ha respinto l’ipotesi di mantenere l’Irlanda del Nord nell’unione doganale UE e di collocare il confine nel Mare di Irlanda, ma (come il governo UK) non è stato ancora in grado di indicare alternative praticabili e coerenti con l’impegno politico di dicembre, con il quale il governo inglese ha accettato di mantenere un “totale allineamento” con l’unione doganale dell’UE e il mercato unico. Ciò non significa necessariamente che non sarà concesso un periodo di transizione in assenza di soluzione al problema irlandese, ma implica sicuramente che non ci potranno essere progressi sul fronte dei rapporti successivi al periodo transitorio.
In termini di impatto economico, la commissione parlamentare sul recesso dall’UE ha recentemente reso pubblico un rapporto ( EU Exit Analysis Cross Whitehall Briefing – January 2018) nel quale si stima che uno scenario FTA potrebbe portare nell’arco di 15 anni a una minore crescita del 4,8% (range -3,1/6,6%). Come detto, lo scenario è peggiore rispetto a quello che l’UE sta offrendo, e quindi l’impatto effettivo potrebbe risultare un po’ inferiore. Il rapporto evidenzia che a regime non vi sarebbero effetti positivi sul bilancio pubblico.
– Le elezioni politiche italiane del 4 marzo hanno avuto l’esito previsto di non assegnare la maggioranza parlamentare ad alcuna delle coalizioni in lizza, anche se quella di centro-destra si è avvicinata di più all’obiettivo (anche questo in linea con le previsioni). Nel Parlamento sono ora presenti 2 blocchi principali (Cinquestelle e Centrodestra), uno intermedio (PD), più uno minore (LEU). Dopo la convocazione del parlamento, potrebbe formarsi un gruppo misto eterogeneo, per erosione dei gruppi ufficiali. La formazione di una maggioranza di governo richiederà accordi fra due o più blocchi principali, ma tutte le aggregazioni teoricamente possibili appaiono politicamente molto ardue da realizzare. Il PD, che appare l’ago della bilancia malgrado sia uscito molto ridimensionato dalle urne, ha espresso una posizione ufficiale contraria alla partecipazione a coalizioni di governo. Le consultazioni avranno ufficialmente inizio soltanto dopo l’elezione dei presidenti delle camere, prevista entro la fine di marzo, e potrebbero rivelarsi lunghe, complesse e potenzialmente infruttuose. Nel frattempo, il governo Gentiloni resterà in carica e si occuperà della pubblicazione del Documento di Economia e Finanza, che però (è già stato preannunciato) conterrà soltanto lo scenario a legislazione vigente, senza proporre obiettivi di correzione fiscale. La Commissione Europea chiederà probabilmente di intervenire sui conti, come preannunciato nel novembre 2017, ma terrà conto dell’assenza di una maggioranza di governo. La reazione dei mercati è stata molto tranquilla, e non ci sono motivi per pensare che possa essere diversa nelle prossime settimane. Anche tre agenzie di rating si sono già pronunciate escludendo conseguenze immediate per il rating del Paese.
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