Lo scenario di crescita è stato rivisto al rialzo; rivisto al rialzo, ma marginalmente, anche quello di inflazione. Le indicazioni sull’andamento futuro dei tassi sono anch’esse salite………
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Nuove misure protezionistiche sono state annunciate dal governo degli Stati Uniti. Per ora, il campo di applicazione è troppo limitato per avere ripercussioni rilevanti, ma la svolta ha già inciso sul clima di fiducia delle imprese e sul comportamento dei mercati valutari.
Novità dai negoziati su Brexit: c’è l’accordo per un periodo transitorio, ma è condizionato.
Bank of England più vicina a un nuovo rialzo dei tassi ufficiali.
– La riunione del FOMC si è conclusa con poche sorprese: dopo il rialzo di marzo, che ha portato il corridoio per il tasso sui fed funds a 1,50-1,75%, nel 2018 sono previsti altri due interventi, nel 2019 se ne includono tre (da due) e nel 2020 si prevedono altre due mosse, come a dicembre. A fine 2020, i tassi dovrebbero quindi arrivare al 3,4%. Il messaggio mantiene un tono cauto e ancora concentrato sull’obiettivo di riportare l’inflazione stabilmente al 2%, anche se le previsioni sono state riviste al rialzo e la revisione della guidance per i prossimi anni è in senso più restrittivo. La convinzione che la curva di Phillips sia molto piatta emerge dal fatto che, nonostante la più rapida riduzione delle risorse inutilizzate che viene prevista, le proiezioni di inflazione variano solo marginalmente. Per il deflatore totale, l’unica modifica riguarda il 2020 (a 2,1% da 2%); per l’indice core , la proiezione per fine 2018 è invariata a 1,9%, mentre alla fine di ciascuno degli anni 2019 e 2020, l’inflazione è prevista a 2,1%, in rialzo di un decimo rispetto alle proiezioni di dicembre.
– Nelle ultime settimane, l’Amministrazione americana sembra aver accelerato il passo della nuova politica commerciale. Le nuove misure protezionistiche, prima su pannelli solari, legname e lavatrici, ora sulle importazioni di alluminio e acciaio, riguardano una quota troppo modesta delle importazioni totali per rappresentare di per sé un problema. Peraltro, dopo l’annuncio il campo di applicazione dei nuovi dazi è stato progressivamente ridotto, più paesi sono stati esentati. Un po’ più rilevanti di dazi annunciati giovedì su circa il 12% di importazioni dalla Cina, sebbene anche in questo caso bisogna capire se si tratta di misure definitive o di un’arma di scambio negoziale. Le misure di salvaguardia anti-dumping non sono affatto nuove e sono già state utilizzate ampiamente in passato. Tuttavia, il problema è che non si tratta di misure isolate: fanno parte di una strategia dichiarata di riduzione del disavanzo commerciale mediante misure che inducano gli altri paesi ad aprire i propri mercati alle merci statunitensi, nonché tramite una revisione dei trattati commerciali esistenti (per esempio, il NAFTA o l’accordo di libero scambio con la Corea del Sud) o l’abbandono degli stessi (come già avvenuto per la TPP). L’ampio deficit commerciale degli Stati Uniti viene attribuito non a fattori macroeconomici (come un eccesso di domanda degli Stati Uniti, dovuto anche a una politica fiscale troppo espansiva, o a un cambio troppo forte), ma piuttosto a pratiche commerciali sleali e discriminatorie da parte degli altri paesi, che metterebbero gli Stati Uniti in posizione di svantaggio. Il Presidente ha avviato un riesame di tutti gli accordi commerciali bilaterali e multilaterali ed ha messo in discussione anche il beneficio di far parte della WTO, sostenendo che è stata utilizzata strumentalmente da paesi come la Cina per difendere barriere di accesso ai propri mercati, dumping, sussidi e altre pratiche distorsive del mercato. Inoltre, le misure su acciaio e alluminio sono state decise non sulla base di accuse di concorrenza sleale (come misura di salvaguardia), ma di presunte minacce alla sicurezza nazionale che rischiano di coinvolgere la WTO nella controversia e di mettere alla prova la promessa che gli Stati Uniti non consentiranno alla WTO di impedire azioni ritenute “essenziali per il benessere della popolazione americana”.
In teoria, l’obiettivo dichiarato è quello di conseguire una sostituzione autonoma di importazioni con produzione americana e/o un miglioramento dell’accesso ai mercati esteri della produzione americana. In pratica, però, nel corso dei prossimi anni l’Amministrazione Trump potrebbe finire con il promuovere soltanto un aumento delle barriere al commercio internazionale, innescando guerre commerciali su più fronti. Il livello dei dazi resta basso nel confronto storico, e probabilmente resterà tale nei prossimi anni. Ma questa minaccia ha iniziato a influire negativamente sulle aspettative delle imprese industriali in Europa ed ha modificato il comportamento dei mercati valutari rispetto al dollaro (che si è chiaramente sganciato da quella relazione con i tassi di interesse che aveva mantenuto per un decennio). Le ripercussioni sull’orizzonte di previsione sono ancora contenute, anche se potrebbero non rimanere tali a più lungo andare, se si creasse l’attesa per una chiusura dei mercati internazionali.
– Peraltro, le indagini congiunturali di questa settimana mostrano che la crescita dell’economia mondiale potrebbe essere già in via di rallentamento dopo l’accelerazione del 2017. Il PMI globale dovrebbe essere calato per il terzo mese di fila, anche se il suo livello è sicuramente rimasto sopra la media di lungo periodo e resta coerente con una crescita ancora sostenuta. Il segnale di rallentamento riguarda soprattutto l’Eurozona (dove anche l’indice tedesco IFO e quello francese INSEE sono calati) e marginalmente il Giappone. Non c’è alcun motivo di temere la fine di questa fase di espansione né ora né nel prossimo futuro, ma il peggioramento dei dati è coerente con il deteriorarsi del clima che si è già osservato sui mercati azionari.
– Novità importanti sono arrivate questa settimana dai negoziati sulla Brexit. I rappresentanti di Unione Europea, Barnier e Regno Unito, Davis, hanno confermato che è stato raggiunto un accordo per un periodo di transizione limitato nel tempo al 31 dicembre 2020, durante il quale il Regno Unito manterrà l’accesso al mercato unico e rimarrà soggetto a tutti gli obblighi della permanenza nell’UE, ma senza più partecipare ai processi decisionali. L’accordo prevede soltanto una consultazione del Regno Unito sulle decisioni future. Tuttavia, Barnier ha avvisato che l’accordo sarà legalmente vincolante soltanto se il Regno Unito ratificherà il trattato di recesso entro il marzo 2019, inclusa la parte che riguarda il confine irlandese. Il problema resta irrisolto, anche se il Regno Unito ha accettato di inserire nel Trattato una salvaguardia legale che manterrebbe l’Irlanda del Nord nell’unione doganale dell’UE se non venisse concordata una soluzione accettabile a entrambe le parti. Davis ha affermato che il problema dovrà essere risolto dal trattato commerciale fra UE e Regno Unito, ma sembra molto difficile riconciliare le condizioni dell’accordo politico del dicembre 2017 con gli obiettivi di abbandonare l’unione doganale dell’UE e di evitare frontiere fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna. I tempi sono molto stretti: per consentire la ratifica, l’accordo finale dovrà probabilmente arrivare sul tavolo del Consiglio Europeo a ottobre.
– I passi avanti dei negoziati riducono anche l’incertezza che fronteggia la Bank of England nella gestione della politica monetaria. Alla riunione del Monetary Policy Committee del 22 marzo, due membri su 9 hanno espresso una preferenza per un immediato rialzo del base rate dall’attuale 0,5% e il Comunicato afferma che il mantenimento dell’inflazione entro l’obiettivo richiederà una continua restrizione monetaria lungo l’orizzonte di previsione. I mercati sono giustamente orientati a prevedere un rialzo alla riunione di maggio.
Comunicazioni importanti
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