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Il Punto: L’Eurozona diverge dagli Stati Uniti, almeno in termini di sorprese sui dati, il che ha pesato anche sulle aspettative di politica monetaria

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Mossa conciliante della Cina per raffreddare le tensioni commerciali con gli Stati Uniti……….

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I dati italiani sulla produttività mostrano una realtà complessa. Costruzioni e servizi professionali da soli avrebbero ridotto del 60% la crescita media annua della produttività del lavoro dal 1998 a oggi.

– Il flusso di dati macroeconomici delle ultime settimane ha evidenziato una netta divergenza dell’Eurozona rispetto a Stati Uniti e Asia. Gli indici di sorpresa economica per l’Eurozona sono sui minimi dal 2013, a indicare che l’andamento dei dati è stato decisamente peggiore rispetto alle attese. Questa settimana, l’indice ZEW è nuovamente calato, mentre la stima dell’inflazione è stata rivista al ribasso da 1,4% a 1,3%. Al contrario, sebbene con qualche eccezione, il flusso di dati ha sorpreso positivamente sia negli Stati Uniti, sia in Asia. Questa divergenza si è riflessa sui movimenti dei tassi di interesse. Negli Stati Uniti, i mercati hanno rivisto al rialzo le attese sui tassi ufficiali, che sulla scadenza di dicembre 2019 sono tornate sui massimi del 21 marzo. In Europa, invece, le aspettative di rialzo per fine 2019 sono rientrate sui livelli di metà dicembre 2017, calando di 20pb rispetto al picco di fine gennaio. Manca una reazione altrettanto chiara del cambio euro/dollaro, che resta relativamente decorrelato con il differenziale dei tassi, anche se il movimento di quest’ultimo ha per lo meno arrestato il rialzo.

La concentrazione di ‘sorprese’ negative non significa che la situazione economica europea sia improvvisamente deteriorata: in realtà, gli indici restano su livelli coerenti con un’espansione economica ancora robusta. Tuttavia, è possibile che i dati di fine anno abbiano portato a un eccessivo ottimismo sulle prospettive economiche di breve termine dell’area. E se è decisamente troppo presto per trarne conclusioni sul sentiero della politica monetaria, però è possibile che ne derivino effetti sul tono delle dichiarazioni di fonte BCE.

Il peggioramento delle aspettative, che peraltro si sta manifestando anche negli Stati Uniti (per esempio, è emerso dall’indagine Empire State), potrebbe essere legato anche all’incertezza per l’evoluzione delle politiche commerciali, dopo le minacce di dazi punitivi contro le importazioni dalla Cina lanciate dal governo americano. L’impatto di una possibile guerra commerciale sarebbe più negativo per le imprese più orientate all’export, e quindi potrebbe aver pesato relativamente di più sul clima di fiducia nell’Eurozona.

Un secondo fattore da tenere in considerazione sono i riallineamenti valutari verificatisi nell’ultimo anno. Il cambio reale effettivo dell’euro è salito del 9% dal febbraio 2017, riavvicinandosi a quella media storica che aveva abbandonato dopo il lancio dell’APP da parte della Banca Centrale Europea. Recentemente, l’euro si è stabilizzato contro dollaro ed ha perso terreno contro sterlina, ma si è rafforzato su franco svizzero e corona svedese. Anche se l’elasticità dei flussi commerciali al cambio potrebbe oggi essere inferiore che in passato, tuttavia qualche ripercussione negativa doveva prima o poi emergere.

Infine, un ultimo fattore può essere costituito da problemi di destagionalizzazione e accidenti meteorologici. Questi ultimi, per esempio, possono spiegare gran parte del calo dell’attività edile in Italia nel mese di febbraio: -3,6% m/m, che riporta in negativo anche la variazione tendenziale.

L’andamento del primo trimestre ci condurrà probabilmente a limare le nostre previsioni sulla crescita del PIL nell’Eurozona. Un’analisi al riguardo sarà pubblicata in una nota dedicata la prossima settimana. Curiosamente, invece, le stime di consenso sulla crescita sono salite per quasi tutti i paesi europei negli ultimi tre mesi (fa eccezione l’Italia, dove sono tornata a 1,4% sul 2018 dopo un’effimera salita a 1,5%).

– Sul fronte delle politiche commerciali, è da registrare la mossa conciliante della Cina, che ha annunciato l’abrogazione entro il 2022 dell’obbligo per i produttori di auto esteri di condividere proprietà e utili con imprese cinesi. I vincoli saranno cancellati per il segmento delle auto elettriche già da quest’anno. Il Presidente cinese la settimana scorsa ha anche annunciato che le tariffe sulle auto importate saranno ridotte dall’attuale 25%.

– Nel 2017, la produttività del lavoro in Italia è tornata a crescere dopo il forte calo del 2016, pur senza recuperare i livelli del 2015. L’indice è pressoché invariato (-0,1%) rispetto al 2007, confermando che l’economia italiana continua ad avere problemi su questo fronte. Si badi che la stagnazione della produttività non è un fenomeno generalizzato: nell’industria in senso stretto è cresciuta dell’8,8% dal 2007 a oggi, e nel settore primario dell’11,9%. Questo aiuta a comprendere perché non c’è stato un legame così forte fra dinamica della produttività e competitività, e perché l’avanzo commerciale (oltre 55 miliardi negli ultimi 12 mesi) resta molto ampio nonostante la ripresa della domanda interna. 

La disastrosa performance aggregata della produttività deriva dal calo che si è verificato nei servizi (-3,1%) e nelle costruzioni (-8,8%), che assieme hanno sottratto circa lo 0,3% annuo alla crescita media della produttività (0,2% a/a medio). Nell’ambito dei servizi, il problema è particolarmente acuto nel comparto dei servizi professionali e di supporto, ove i livelli di produttività stimati da ISTAT sono del 16,7% più bassi rispetto al 2007 e addirittura del 31,9% inferiori al 1998. Questo comparto da solo ha ridotto la dinamica media annua della produttività dello 0,2% dal 1998 a oggi. L’andamento aberrante dei servizi professionali suggerisce cautela nell’interpretazione dei dati. Nei servizi, non è così facile (talora perfino arbitrario) separare il contributo delle ore lavorate dalla produttività. Il calo di quest’ultima potrebbe riflettere la formazione di sacche di sotto-occupazione o problemi di sottostima del fatturato. Curiosamente, la produttività è calata più rapidamente nelle fasi di maggiore crescita delle ore lavorate, come fra il 2000 e il 2008, e non è accelerata durante la grande recessione.

Anche nelle costruzioni, come nei servizi professionali, il declino della produttività precede la grande recessione: fra il 1998 e il 2007, infatti, si era già registrata una flessione del 9% in un contesto di forte aumento delle ore lavorate. Una peggiore dinamica della produttività nelle costruzioni non è una peculiarità italiana, ma si riscontra anche in altri paesi avanzati, dagli Stati Uniti alla Germania. È possibile che nel caso italiano il fenomeno rifletta almeno in parte anche la regolarizzazione di lavoro sommerso. Ma un altro problema potrebbe essere legato all’aumento della quota di valore aggiunto derivante da lavori di manutenzione e ristrutturazione, spesso gestiti da micro-imprese, a discapito delle nuove costruzioni.


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