Dazi doganali. Le modifiche finali nella compagine del nuovo governo italiano sembrano ridimensionare i timori degli investitori in merito a una “sfida aperta” all’architettura istituzionale della UE…….
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Invece, non sono state del tutto dissipate le preoccupazioni in merito a un possibile allentamento della disciplina fiscale: in tal senso, occorrerà attendere indicazioni più precise riguardo alla strategia di azione rispetto al “contratto di governo”.
Sono scattati i dazi contro acciaio e alluminio importati da UE, Canada e Messico. La quota di interscambio coinvolta è modestissima, ma i problemi potrebbero estendersi nei prossimi mesi. Illusorio pensare che ciò possa ridurre il disavanzo commerciale americano, che dipende da fattori macroeconomici.
– In Italia, a quasi tre mesi dalle elezioni e dopo diversi colpi di scena, è stata annunciata la formazione di un governo incentrato su una maggioranza Movimento 5 Stelle e Lega, guidato dal Professor Giuseppe Conte. Le novità rispetto alla squadra che era stata presentata domenica scorsa riguardano ruoli importanti, come il ministero dell’economia e quello degli affari esteri.
I cambiamenti (dopo quelli che erano intervenuti nel contratto di governo rispetto alla sua formulazione iniziale) sembrano ridurre in misura significativa i rischi di una “sfida aperta” all’architettura istituzionale dell’Unione europea (se non di “colpi di mano” che mettessero in discussione la permanenza dell’Italia nell’eurozona). Ciò aiuta a spiegare la reazione positiva dei mercati finanziari, dopo l’ escalation di tensione che aveva visto il suo apice nella giornata di martedì.
Tuttavia, l’altra ragione di preoccupazione per gli investitori consiste nel timore di mancanza di disciplina fiscale, fattore che d’altra parte è legato al primo in quanto potrebbe, se spinto alle estreme conseguenze, causare esiti potenzialmente distruttivi nella relazione stessa dell’Italia con l’Eurozona. Poiché il contratto di governo continua a essere il perno di questa coalizione, tale fattore di rischio potenziale resta in piedi, e non è escluso possa provocare in futuro nuove tensioni. Tuttavia, come accaduto nel processo di formazione della squadra dei Ministri, i partiti di governo difficilmente potranno ignorare i segnali che arriveranno dai mercati finanziari (più che non quelli delle autorità europee), che a lungo andare potrebbero minare lo stesso consenso politico dei due movimenti.
Peraltro, all’origine delle turbolenze di mercato c’era il fatto che il “contratto di governo” siglato due settimane fa non prevedesse esplicitamente coperture finanziarie, né un ordine di priorità delle misure. A nostro avviso, è ragionevole attendersi che esso non sarà implementato né rapidamente, né in toto ; inoltre, il fatto che le misure di copertura esplicitamente previste nel contratto siano insufficienti a bilanciare la portata degli interventi espansivi non significa automaticamente che l’intera copertura sarà in deficit (in altri termini, potrebbero essere nel tempo individuate altre fonti di finanziamento).
Pertanto, sarà importante attendere indicazioni più precise riguardo alla strategia di azione del governo, soprattutto in merito alla priorità delle singole misure. Tali indicazioni potrebbero arrivare già in sede di insediamento del nuovo esecutivo all’inizio della prossima settimana.
È possibile in ogni caso che si opti per una strategia di gradualità, che potrebbe vedere in una prima fase un pacchetto di misure con un impatto non drammatico sui conti pubblici. Il primo banco di prova importante sarà la Legge di Bilancio da presentare entro metà ottobre: in quella fase si dovrà decidere se far scattare o meno le clausole di salvaguardia, e l’esecutivo potrebbe essere tentato da una prima dose massiccia di tagli fiscali (il reddito di cittadinanza potrebbe essere rimandato in quanto come noto richiede una riforma propedeutica dei centri per l’impiego, e una riforma complessiva del sistema pensionistico potrebbe richiedere tempo, anche se alcune misure parziali potrebbero essere introdotte fin da subito).
Sarà proprio in sede di presentazione del budget 2019 che i nodi potrebbero venire al pettine, e si capirà quanto concreta è la minaccia di deviazione dal percorso di riduzione del debito. Le relazioni con il sistema di contrappesi istituzionali domestici, le autorità europee, le agenzie di rating e gli investitori internazionali potrebbero tornare ad essere tese. Ma da qui all’autunno non è da escludere una “tregua”.
– Dopo alcuni rinvii, oggi gli Stati Uniti hanno fatto scattare i dazi di salvaguardia contro i prodotti in acciaio e alluminio importati da UE, Canada e Messico. I dazi sono rispettivamente del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio e sono stati introdotti con la giustificazione di tutelare la sicurezza nazionale. Secondo quanto dichiarato dalla Commissione Europea, le misure americane colpiscono esportazioni che nel 2017 avevano un controvalore di appena 6,4 miliardi, irrisorio rispetto alla dimensione dell’economia europea e molto modesto anche rispetto all’interscambio commerciale complessivo fra le due aree (nel 2017, 375 miliardi di esportazioni verso, e 257 miliardi di importazioni dagli USA). Ora è probabile che l’UE faccia scattare fra due settimane i dazi di rappresaglia già individuati contro alcune importazioni dagli Stati Uniti nell’ambito delle regole WTO, e notificati il 18 maggio. Tuttavia, i contrasti fra UE e Stati Uniti sul fronte commerciale potrebbero estendersi a una quota maggiore dell’interscambio complessivo a causa dell’avvio da parte del Department of Commerce degli Stati Uniti di un’indagine su presunte minacce alla sicurezza nazionale che potrebbero venire dalle importazioni di autoveicoli.
I dazi sui prodotti in acciaio e alluminio rappresentano sicuramente un regalo ai produttori americani del settore, che hanno potuto applicare notevoli aumenti di prezzi ai loro acquirenti domestici. La dinamica dei prezzi americani, infatti, è diventata fortemente divergente da quella mondiale: i prezzi dell’alluminio sono del 150% più alti rispetto all’inizio del 2017, mentre quelli europei hanno registrato un incremento del 35% soltanto. Nel caso dell’acciaio, l’incremento è del 52%, contro l’8-12% registrato in Europa da inizio 2017. Trattandosi di beni intermedi, però, a tale beneficio corrisponde un danno per la competitività delle imprese americane in altri settori. Forse anche per questo, ora l’attenzione si è spostata sul settore dell’auto, che di metallo è un grande utilizzatore, e che potrebbe essere compensato con misure protezionistiche ad hoc.
Per ora, le iniziative protezionistiche delle Stati Uniti non bastano a modificare un quadro economico globale ancora positivo, ma potrebbero tornare a incidere negativamente sul clima di fiducia, se si allargassero. La questione sarà capire quali tipi di concessioni gli Stati Uniti si aspettano dall’UE: se si trattasse di misure di apertura dei mercati, l’effetto finale non sarebbe necessariamente negativo. Ma se invece si puntasse soltanto a sostenere i margini di alcune imprese americane, come ora sembra il caso, gli effetti sarebbero negativi per gli Stati Uniti e per l’UE. Senza che ciò porti necessariamente a un miglioramento della bilancia commerciale complessiva, che dipenderà piuttosto dal sentiero delle politiche macroeconomiche.
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