– Area euro. La dinamica di M3 è attesa accelerare marginalmente a giugno al 4,1% a/a da un precedente 4,0% a/a. Tra le controparti di M3,….
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la crescita dei prestiti alle imprese non finanziarie dovrebbe rimanere sui ritmi del mese precedente 3,6% a/a, mentre potrebbe vedersi una lieve accelerazione dei prestiti alle famiglie al 3,1% da un precedente 3,0%.
– Germania. L’indice IFO è visto in calo per il sesto mese consecutivo a luglio a 101,4 da un precedente 101,8. Si tratterebbe di un minimo da giugno del 2016, anche se l’indice reterebbe ancora al di sopra della media di lungo termine. Il calo dovrebbe essere spiegato da una moderazione delle attese per i prossimi mesi a 98 da 98,6 ma anche dell’indice sulla situazione corrente a 104,5 da 105,1. La fase di massima espansione per l’economia tedesca ed in particolare per il manifatturiero è ormai alle spalle. Il minor vigore della domanda mondiale pesa sugli ordini all’export e sull’andamento della produzione corrente. I timori di un’escalation delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti potrebbero deprimere la fiducia delle imprese nei prossimi mesi.
Stati Uniti
– Le vendite di case nuove a giugno dovrebbero correggere a 665 mila, dopo il forte rialzo a 689 mila a maggio. I nuovi cantieri hanno toccato un picco a fine 2017 e dovrebbero mantenere un trend appena positivo quest’anno. Anche la fiducia dei costruttori ha raggiunto un plateau nell’ultimo anno, su livelli elevati intorno ai massimi visti nel periodo del boom immobiliare. Gli investimenti residenziali dovrebbero crescere a ritmi modesti nel prossimo biennio.
Ieri sui mercati
Area euro L’indice PMI composito per la Eurozona è scivolato nuovamente a luglio a 54,3 da un precedente 54,9, circa in linea con le nostre attese ma più debole del consenso Reuters. Nonostante il calo odierno, l’indice rimane leggermente più elevato che a maggio scorso (54,1) ed in ogni caso è su di un livello coerente con un’espansione ancora solida dell’economia area euro. Guardando ai paesi, il PMI composito è salito in Germania a 55,2 da 54,8, mentre è calato di mezzo punto in Francia a 54,5. L’indice PMI è calato a luglio a 54,4, da 55,2, su scia dell’indice francese che ha ceduto 0,6 punti a 55,3, mentre l’indice tedesco è rimasto circa invariato a 54,4 da 54,5. La novità del mese è il leggero aumento del PMI manifatturiero a 55,1 da 54,9. Le condizioni nel manifatturiero migliorano in particolare in Germania dove l’indice PMI è salito a 57,3 da 55,9 un aumento decisamente significativo e riconducibile a condizioni di domanda in netta miglioramento sia dall’estero (1,3 punti) che dall’interno. In Francia, il PMI manifatturiero sale meno che in Germania a luglio (53,1 da 52,5). In Francia, si osserva un netto miglioramento della domanda interna ma un brusco calo degli ordini all’export. Nella media area euro gli ordini totali sono circa stabili mentre scivolano gli ordini all’export. Il calo degli ordini totali nella media euro zona, a fronte del miglioramento in Germania e Francia, può spiegarsi solo con un calo degli ordini in Italia. Ricordiamo che la prima stima del PMI composito include i dati per l’Italia anche se questi non vengono diffusi. La flessione del PMI composite job index a 54,8 da 55,1, suggerisce che la creazione di posti di lavoro rimane solida anche se meno vivace rispetto a qualche mese fa in linea con il rallentamento dell’attività economica sia pure da livelli assai levati.
Per quanto riguarda le dinamiche di prezzo: l’indice composito prezzi pagati è scivolato di 0,6 punti, probabilmente per effetto delle minori pressioni dai costi energetici, ma rimane comunque sopra quota 60 e segnala quindi pressioni a monte della catena produttiva piuttosto importanti. L’indice prezzi praticati è sceso a 53,5 da 53,8. Il calo è in gran parte spiegato dai servizi, dove l’indice si è attestato a 52,7 (da 53,2 in precedenza). Il calo dei prezzi praticati nei servizi è in linea con la discesa dei prezzi degli input, il che suggerisce che le imprese stanno cercando di preservare i margini in base all’andamento dei costi e che le pressioni sui prezzi rimangono limitate.
I PMI di luglio confermano che il picco di questo ciclo è alle spalle, ma le condizioni non si sono ulteriormente deteriorate nel mese scorso. Vedremo se l’indagine IFO, in uscita domani, confermerà il miglioramento degli ordini all’export in Germania. Si tratterebbe di una novità positiva dal momento che in questa fase la principale preoccupazione è che le crescenti tensioni sulle politiche commerciali e tariffarie possano smorzare la domanda, la produzione e gli investimenti. In agosto e settembre, gli indici di fiducia probabilmente si muoveranno lateralmente intorno ai livelli recenti, rimanendo così in linea con una crescita del PIL euro zona tra 0,4 e 0,5% t/t. Per ora, le cose si stanno evolvendo in linea con le nostre previsioni recenti. Confermiamo la crescita del PIL euro zona al 2,1% nel 2018.
Italia. I dati sul commercio estero coi Paesi extra-Ue a giugno mostrano un significativo recupero per entrambi i flussi commerciali, dopo la flessione del mese precedente. Il rimbalzo è più marcato per le esportazioni (+7,9% m/m) che per le importazioni (+2,1% m/m). Di conseguenza l’avanzo commerciale (in termini destagionalizzati) è risalito a 3,2 miliardi dai 2,2 mld del mese prima, tornando ai massimi da gennaio. Il recupero dell’export è guidato dai beni strumentali e dai durevoli, gli stessi gruppi che fanno segnare una contrazione dal lato dell’import; si segnala anche un balzo in entrambe le direzioni dell’energia. Su base annua, entrambi i flussi tornano in territorio positivo, a +8% a/a. Determinante per la crescita sia congiunturale che tendenziale dell’export è stato il contributo della cantieristica navale (in particolare verso Stati Uniti e Svizzera), al netto della quale la dinamica delle vendite all’estero si riduce a +1,7% m/m e +2,1% a/a. Al netto di questo effetto, si registra un incremento a due cifre dell’export verso l’India (+11,6%) e una flessione a due cifre verso OPEC (-18,3%), Medio Oriente (-13,1%) e Turchia (-12,5%). Dal lato dell’import, gli acquisti energetici gonfiano i dati da OPEC (+34,9%) e Russia (+11%), mentre si nota una contrazione significativa dall’India (-16,3%) e dai paesi MERCOSUR (-15,3%). In sintesi, vista la volatilità su base mensile e considerati i fattori speciali che hanno sporcato il dato, appare prematuro parlare di riaccelerazione del commercio estero dopo il rallentamento degli ultimi mesi.
Francia. L’indice INSEE di fiducia presso le imprese manifatturiere è calato a sorpresa a luglio a 108 da 109 (dato quest’ultimo rivisto al ribasso da 110). La correzione è spiegata dal calo della valutazione sia dell’attività corrente sia di quella futura, in parallelo a un aggiustamento al ribasso della domanda interna ed estera. Il livello dei prezzi praticati è in modesto aumento. L’indagine di luglio segnala il secondo calo consecutivo e inaugura il trimestre estivo sullo stesso livello della media del secondo trimestre a 109. L’attività è vista stabilizzarsi nel manifatturiero nei prossimi mesi per risalire dall’autunno.
Stati Uniti – Euro-zona alla vigilia dell’incontro Trump Juncker le attese di un accordo, per scongiurare nuovi aumenti di dazi sull’esportazioni europee ed in particolare sulle esportazioni di auto, sono modeste. Un accordo bilaterale con gli Stati Uniti per abbattere la maggior parte dei dazi sempre poco probabile dal momento che implicherebbe l’apertura da parte dell’unione di mercati altamente protetti come quello agricolo. Inoltre, per la clausola della nazione più favorita, Bruxelles si troverebbe a dover rivedere gli accordi anche con altri paesi come il Canada.
Stati Uniti. Un’analisi del Peterson Institute for International Economics (https://piie.com/system/files/documents/pb18-16.pdf ) stima che gli effetti dell’imposizione di dazi del 25% sulle importazioni americane di auto e componenti sarebbero ingenti, con ampi e diffusi rialzi dei prezzi e riduzione della domanda. Le auto vendute negli USA hanno percentuali diverse di componenti estere, maggiori per le auto nelle fasce più alte di prezzo. La valutazione delle conseguenze di nuovi dazi dipende dal grado di trasmissione dell’aumento dei costi sui prezzi finali. Il PIIE utilizza per la sua analisi il caso dell’aumento dei dazi americani su un segmento del mercato delle auto (furgoncini e pick-up, da 4 a 25%) e sulle moto (+45%) importate dal Giappone, in due episodi degli anni ’80. In quei casi, per ogni dollaro di nuovi dazi, i prezzi delle auto aumentarono di circa 60 cent; invece per le moto il rialzo dei prezzi fu compreso fra 90 cent e 1,40 dollari (cioè addirittura più dell’aumento dei dazi in alcuni segmenti). La differenza fra i due casi dipendeva dalla quota di vendite dei mezzi giapponesi nei due mercati: circa il 90% per le moto, con un solo concorrente locale (Harley-Davidson), mentre per i pick-up i produttori americani avevano quote di mercato più ampie e furono in grado di convertire velocemente la produzione per competere con quella giapponese. La diversa struttura dei due mercati spiega la diversa risposta dei produttori in termini di prezzi finali. Il PIIE ipotizza un trasferimento sui prezzi finali compresi fra il 66% e il 100% dei dazi: con un trasferimento del 66% dell’imposta, si stimano aumenti di prezzo fra l’8,4% per un’auto economica, il 12,2% per un SUV e il 13,4% per un SUV di lusso. Con un trasferimento completo, gli aumenti sarebbero compresi fra il 12 e il 20%. I consumatori avrebbero anche un forte aumento di incertezza non sapendo quanto durerà il nuovo regime di dazi, essendo imposto sulla base dei rischi per la sicurezza nazionale e dipendendo da decisioni arbitrarie dell’amministrazione. Secondo il PIIE, se venissero imposti i dazi ventilati da Trump, ci sarebbe un calo di produzione nell’industria automobilistica americana di circa l’1,5%, con una riduzione di circa l’1,9% degli occupati. Il mercato americano dell’auto è altamente penetrato dalle importazioni, non solo di prodotti finali ma anche di parti, pertanto l’introduzione di dazi è particolarmente costosa a livello domestico.
Fonte: BONDWorld.it
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