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Intesa SanPaolo Flash: Germania Inflazione in calo

Intesa SanPaolo – Germania. La seconda stima per il mese di dicembre conferma l’inflazione in calo all’1,7% da 2,2% sulla misura nazionale e da 2,3% su quella armonizzata……

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– Italia. La seconda stima dovrebbe confermare l’inflazione in calo a 1,1% a/a (1,2% secondo l’indice armonizzato), da 1,6% di novembre.

Nel mese i prezzi al consumo dovrebbero essere confermati in calo di un decimo su entrambi gli indici. Le maggiori pressioni al ribasso sono venute dai carburanti.

Anche l’inflazione core dovrebbe essere confermata in calo, per quanto marginale (a 0,6% da 0,7%).

In prospettiva, sembra iniziato un trend al ribasso per il CPI, che potrebbe caratterizzare buona parte del 2019.

Tale trend è dovuto principalmente all’energia, ma non ci sono segnali di risalita nemmeno delle componenti core .

– Stati Uniti. A causa della chiusura degli uffici federali, non saranno pubblicati oggi i dati delle vendite al dettaglio e delle scorte di dicembre, e dei flussi di capitale di novembre.

– Stati Uniti. I prezzi all’import dovrebbero proseguire sul trend in calo causato dal persistente crollo del prezzo del petrolio, segnando un calo di -1,1% m/m dopo -1,6% m/m di novembre.

I prezzi al netto del petrolio dovrebbero essere invariati.

– Stati Uniti. La Fed pubblica il Beige Book in preparazione per la riunione del FOMC di fine gennaio. Il rapporto sarà utile per valutare se le imprese restano ottimiste sulle prospettive cicliche, nonostante l’indebolimento dell’economia globale e l’incertezza politica.

Dal Beige Book potrebbe emergere se ci sono effetti dalla chiusura degli uffici federali in atto dal 22 dicembre sull’attività delle imprese.

Sul fronte del mercato del lavoro si dovrebbe confermare la difficoltà a reperire manodopera e il moderato trend verso l’alto dei salari, a fronte di una correzione dei costi delle materie prime.

I dati e gli eventi di ieri

Regno Unito. La camera dei comuni ha respinto l’accordo per il recesso dall’Unione Europea. La bocciatura è avvenuta con larghissima maggioranza (432 a 202), e ha visto anche numerosi deputati conservatori votare contro la proposta del governo.

A seguito del voto, il leader del Partito Laburista, Corbyn, ha presentato una mozione di sfiducia contro il governo, che sarà discussa e votata oggi.

Tuttavia, è opinione comune che la mozione sarà respinta, perché né i conservatori, né i nord-irlandesi del DUP vogliono elezioni anticipate.

Entro lunedì 21, il governo dovrà presentare una nuova proposta. Soprattutto, però, dovrà finalmente sondare il parlamento per verificare se esiste una potenziale maggioranza a favore di qualche soluzione alternativa (uscita senza accordo, nuovo referendum, rinegoziazione dell’accordo su nuove basi, rinuncia alla Brexit).

Quasi tutte le opzioni, eccetto quella di una rischiosa uscita senza accordo il 29 marzo, implicano la necessità di estendere il periodo negoziale, che dovrà probabilmente essere richiesta all’UE nelle prossime settimane.

BCE. Draghi nel suo intervento al Parlamento europeo, per il 20° anniversario della moneta unica, si è soffermato a lungo sull’evoluzione della politica monetaria negli ultimi anni e ha sottolineato che la credibilità della BCE dipende da un mandato ben definito; un set di strumenti sia convenzionali che non convenzionali è indispensabile in particolare in tempi di crisi in cui la trasmissione dell’impulso di politica monetaria può incepparsi; la comunicazione, in particolare in fasi in cui la banca centrale adotta misure straordinarie, è essenziale e diventa parte integrante nel determinare l’orientamento di politica monetaria.

Draghi si è anche soffermato sullo stato di salute dell’economia euro zona alla luce dei dati assai deboli delle ultime settimane.

Draghi ha detto che il rallentamento non porterà ad una recessione nella zona euro, dati i fondamentali ancora di supporto per investimenti e consumi e la buona tenuta del mercato del lavoro.

Tuttavia, il Presidente della BCE ha riconosciuto che il rallentamento è più marcato delle attese e dura ormai da diversi mesi.

È ragionevole che la BCE riveda al ribasso le stime di crescita 2019-20 che a dicembre erano di espansione del Pil di 1,7%, mentre ci sembra più probabile che la crescita si assesti a 1,4% (circa il potenziale) già quest’anno.

Draghi ha lasciato intendere che la BCE non rivedrà la guidance sui tassi e riacquisti la prossima settimana, dal momento che anche con una crescita più debole delle attese la politica monetaria rimane ampiamente accomodante.

Germania. I conti annuali mostrano una crescita media del PIL tedesco di 1,5%. Si tratta di un netto rallentamento rispetto al 2,2% dei due anni precedenti ma ancora un ritmo superiore alla media degli ultimi dieci anni (1,2%).

La stima media annua è coerente con un tasso di crescita del PIL tedesco marginalmente positivo a fine 2018 dopo il -0,2% t/t dei mesi estivi.

Anche assumendo un recupero dell’attività in particolare nell’industria a inizio 2019 la crescita per l’anno in corso potrebbe assestarsi a 1,2%.

Lo scorso anno la crescita è stata sostenuta in particolare dagli investimenti fissi (0,6%) e consumi privati (0,5%) anche se in minor misura rispetto ai due anni precedenti nel caso della spesa delle famiglie.

Per la prima volta nel 2018 la crescita del valor aggiunto nell’industria è stata inferiore rispetto ai servizi. La dinamica delle retribuzioni è accelerata in media al 4,7% dal 4,5% del 2017.

La Germania sta attraversando, come abbiamo sottolineato, una fase di rallentamento dovuta anche a fattori transitori, in particolare l’impatto della nuova normativa EU sulle auto diesel su produzione e immatricolazioni. Il grosso dell’aggiustamento dovrebbe essere alle spalle, ma si attendono ancora segnali di svolta.

Anche se il paese dovesse assestarsi su di un tasso di crescita dell’1,2%, leggermente inferiore al trend, ci sembra assi improbabile che una recessione possa verificarsi nel prossimo anno.

Ricordiamo che trai paesi avanzati la Germania è l’unica che può far leva sulla politica fiscale. I dati annuali mostrano un netto aumento del surplus di bilancio a 1,7% del PIL dall’1,0% del 2017.

Stati Uniti. Il PPI a dicembre cala di -0,2% m/m (+2,5% a/a). L’indice core corregge di -0,1% m/m e quello al netto di energia, alimentari e commercio è invariato su base mensile (+2,8% a/a).

Il comparto dei beni è in calo di -0,4% m/m, con una correzione di -5,4% m/m dell’energia e un aumento di +2,6% m/m degli alimentari. I beni core vedono un rialzo di +0,1% m/m. I servizi hanno prezzi in calo di -0,1% m/m, con il commercio in flessione di -0,3% m/m.

La riduzione dei prezzi a dicembre è guidata dall’energia, ma si registra anche un trend debole nei servizi, inclusi quelli ai consumi, con indicazioni di un andamento contenuto di questa componente del CPI nei prossimi mesi.

I dati non modificano il quadro di pressioni inflazionistiche estremamente contenute, coerenti con la pausa attesa nel sentiero dei rialzi della Fed.

Stati Uniti. L’indice Empire della NY Fed a gennaio corregge a 3,9 da 11,5 di dicembre (rivisto da 10,9), toccando il minimo da maggio 2017. L’indagine mostra un’espansione dell’attività solo marginalmente positiva a inizio anno.

Nello spaccato dell’indagine, si indeboliscono gli ordini (a 3,5 da 13,4), gli ordini inevasi (a -7,6 da -5,1), le consegne (a 17,9 da 20,3), gli occupati (a 7,4 da 17,5).

Sul fronte dei prezzi, i prezzi pagati correggono a 35,9 da 39,7, mentre quelli ricevuti aumentano marginalmente, a 13,1 da 12,8.

Gli indicatori a sei mesi restano in territorio moderatamente espansivo, ma su livelli più contenuti: indice di attività a 17,8 da 30,6, nuovi ordini a 19,5 da 34,8, occupati a 8,5 da 18,6, spesa in conto capitale e a17,9 da 31,2.

Per i prezzi, le imprese hanno aspettative circa in linea con quelle di dicembre.

L’indagine quindi segnala ulteriore rallentamento della crescita nella prima parte del 2019, senza però vedere un costante deterioramento, ma piuttosto una moderata ripresa nella parte centrale dell’anno.

Nella fase attuale pesa l’accumularsi di incertezza da diverse fonti (dazi, chiusura degli uffici federali, indebolimento della crescita mondiale), anche se le imprese continuano a prevedere prosecuzione della ripresa, se pure a ritmi più modesti.

Stati Uniti. Il supporto per una pausa nel sentiero dei rialzi dei tassi si è ormai consolidato e diffuso in tutto il FOMC. Kaplan (Dallas Fed) ha detto che vede “un trimestre o due di pazienza”, non soltanto settimane, ribadendo che la Fed ha il lusso di poter attendere e vedere l’evoluzione dello scenario.

Secondo Kaplan, la chiusura degli uffici federali aggiunge incertezza e freni alla crescita. George (Kansas City Fed), tipicamente fra i falchi nel Comitato, concorda sul fatto che una pausa nel sentiero dei rialzi dia la possibilità di valutare gli effetti degli interventi del passato e degli sviluppi attuali.

Secondo George, i tassi non sono ancora arrivati alla neutralità, anche se sono vicini, ma occorre vedere come l’economia risponde alla rimozione di stimolo, per evitare un eccesso di restrizione.

A suo avviso “è possibile che siano appropriati alcuni altri rialzi, ma questo giudizio non è urgente”: l’inflazione determinerà se sarà necessario muovere ancora i tassi.

George ha anche ribadito che è opportuno che il FOMC non dia guidance sui tassi in un contesto di incertezza e di tassi vicini alla neutralità.

Il copione della riunione del FOMC di fine mese è ormai scritto: la conferenza stampa di Powell sarà molto diversa da quella di dicembre, e sarà guidata dall’indicazione di flessibilità e pazienza di fronte a una combinazione di incertezza e venti contrari.

Fonte: BONDWorld.it


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