Il Punto : Italia: quanto è probabile che sia raggiunto anche questa volta un accordo per evitare la procedura di infrazione per debito eccessivo?……
a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo
Rispetto all’autunno 2018, le proiezioni inerziali dei conti pubblici sono molto peggiorate e oggi potrebbe risultare arduo riportare il deficit 2020 su livelli che non implichino un peggioramento significativo del saldo strutturale.
Inoltre, non sembra esserci accordo nel governo sulla strategia di finanza pubblica.
– La scorsa settimana la Commissione Europea ha fatto il primo passo verso il lancio di una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo (EDP) contro l’Italia.
Il rapporto del 5 giugno basato sull’art. 126 rileva che il criterio del debito non è rispettato nel 2018, 2019 e 2020.
Riguardo ai fattori rilevanti, la Commissione evidenzia un’aggravante nella dinamica attesa per il saldo strutturale, destinato ad allontanarsi dall’obiettivo di medio termine; né vi è alcuna evidenza che la deviazione dipenda dagli investimenti pubblici, che invece calano; inoltre, il Programma Nazionale di Riforma “affronta soltanto in parte le questioni strutturali sollevate dalle raccomandazioni specifiche del 2018” ed è lacunoso riguardo agli impegni e ai tempi di attuazione.
La conclusione che una procedura di infrazione potrebbe essere giustificata è stata confermata questa settimana del comitato tecnico che prepara le riunioni Ecofin.
Il Punto – I prossimi passi saranno quindi:
(a) il recepimento del rapporto da parte del Consiglio, questa settimana,
(b) la possibile formulazione di una raccomandazione di avviare l’EDP da parte della Commissione, forse il 26 giugno;
(c) la decisione del Consiglio di avviare la EDP, probabilmente il 9 luglio.
Il processo si potrebbe però interrompere prima se Commissione e Governo italiano raggiungessero un’intesa per misure che affrontino il problema della dinamica del debito, come avvenne nel 2018.
– Questa volta, però, l’ostacolo appare ben più arduo da superare.
Il problema non riguarda i conti 2019: come il Ministro dell’economia ha sottolineato, l’andamento delle entrate sembra risentire positivamente dell’introduzione della fatturazione elettronica (il gettito IVA è salito del 4,7% a/a nel primo trimestre 2019), mentre i condoni fiscali avrebbero riscosso un buon successo.
Perciò, il MEF si è sbilanciato a prevedere un deficit di 2,1-2,2% del PIL quest’anno, malgrado il rallentamento della crescita fino allo stallo, e una parte di tale miglioramento potrebbe essere strutturale.
Il MEF avrà perciò buon gioco a negare l’esigenza di manovre correttive sui conti 2019.
Il vero nodo, che emerge chiaramente dalle proiezioni della Commissione Europea, dal DEF e infine dalla raccomandazione sul programma di stabilità italiano che la Commissione ha sottoposto al Consiglio, è il forte aumento del deficit e del debito che rischia di prodursi nel 2020.
Se si esclude l’aumento dell’IVA, come richiesto da una mozione parlamentare e da entrambi i partiti che sostengono il Governo, il deficit 2020 arriverebbe al 3,5% anche senza aggiungere altre misure come la flat tax .
Secondo la Commissione Europea, il saldo strutturale peggiorerebbe di 1,2% mentre le regole fiscali portano a raccomandare una correzione strutturale di 0,6%.
Si parte quindi con una distanza pari a ben l’1,8% del PIL da colmare, cioè oltre 30 miliardi di euro.
Un piccolo contributo potrebbe venire da un miglioramento strutturale nella riscossione dell’IVA, se confermato, ma modesto.
Il Punto – Ci sembra arduo che la Commissione e il Consiglio possano accettare che non venga fatta alcuna correzione strutturale.
L’Eurogruppo “ha seguito l’opinione del Comitato Economico e Finanziario, che concorda con la Commissione sulla necessità di avviare una procedura basata sul debito”; quindi, “l’Italia è invitata ad adottare le misure necessarie per assicurare il rispetto con le condizioni del Patto di Stabilità e Crescita” (si veda il comunicato finale). Il vicepresidente della Commissione, Dombrovskis, ha dichiarato che “sarebbe necessaria una sostanziale correzione della traiettoria fiscale”.
Il ministro delle finanze tedesco Scholz ha richiamato il valore sostanziale delle regole.
Centeno, presidente dell’Eurogruppo, ha detto di aspettarsi di sentire che “gli obiettivi che il governo italiano si è impegnato a conseguire alla fine dello scorso anno saranno raggiunti”.
Infine, Moscovici ha parlato della necessità di dati e di un chiaro percorso che mostri che gli obiettivi 2019 e 2020 saranno rispettati.
Perciò, l’area di compromesso dovrebbe implicare in ogni caso una restrizione significativa (stimiamo fra 20 e 30 miliardi) rispetto allo scenario inerziale, anche ipotizzando che l’aumento del gettito IVA divenga permanente e che si riconosca senza troppa enfasi l’assurdità di un output gap dell’Italia pressoché nullo.
– D’altro canto, il problema non è ottenere il rispetto delle regole in sé, ma evitare l’allontanamento dell’Italia da un percorso che garantisca la sostenibilità del debito.
Ciò richiederà ben più di un aumento dell’avanzo primario, ma in assenza di un piano organico da parte dell’Italia, il rischio è tutta l’attenzione si concentri, per ora, soltanto su quest’ultimo.
Peraltro, se l’intervento fosse credibile si potrebbe gradualmente ricreare spazio fiscale attraverso la riduzione della spesa per interessi.
La riduzione dei premi per il rischio a livelli del Portogallo potrebbe dare un contributo di 6 miliardi di euro dopo un anno, che a regime potrebbero diventare ben 30 miliardi.
Mancherebbe ancora uno sforzo di riforma per migliorare l’efficienza del sistema-paese.
Il Punto – Lo scenario virtuoso incontra diversi ostacoli.
Il primo è che non c’è alcun appetito nella coalizione di governo per una restrizione fiscale.
Al contrario, la Lega continua a premere per un taglio delle imposte sui redditi finanziato in deficit, con il sostegno del partner di coalizione.
Ciò significa che potrebbero essere necessari impegni formali condivisi dai partiti di governo, a garanzia di qualsiasi intesa con la Commissione.
Invece, secondo il Corriere della Sera la prima risposta del governo sarà priva di impegni concreti, mentre farà appello a una presunta autocorrezione dei conti e alla necessità di cambiare le regole del patto di stabilità.
Secondo, non viene fatto grande sforzo per evitare dichiarazioni che possono aumentare i premi per il rischio, privando così di credibilità gli sforzi del Tesoro di mantenere un clima di fiducia.
La proposta di utilizzare emissioni di titoli di stato di piccolo importo per ripagare i debiti di fornitura della pubblica amministrazione, in particolare, rischia di essere nefasta per l’impatto che può avere sul rischio di ridenominazione.
Il dibattito sulla questione degli arretrati ha fatto emergere che: (1) gli arretrati stanno calando, (2) che sono già presenti strumenti finanziari per consentire agli enti locali di onorare gli impegni di spesa, e (3) che emettere titoli cartacei di piccolo importo è una risposta inadeguata e inefficiente per saldare il residuo.
Quindi, si è ingenerato il sospetto legittimo che chi ha proposto il meccanismo dei ‘mini-Bot’ avesse in mente tutt’altro, cioè creare le basi per una forma surrettizia di circolazione parallela.
Per ora le conseguenze sono limitate (il rischio di ridenominazione implicito nei CDS resta molto al di sotto rispetto ai livelli del novembre 2018), ma non sarebbe più così se venisse anche meno la speranza di obbiettivi prudenti per il deficit 2020.
Fonte: BondWorld.it
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