I tentativi di evitare l’insolvenza della Grecia si scontrano con crescenti problemi sul fronte del consenso interno e con la persistente inadeguatezza della risposta europea alla crisi. ……
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– In Grecia si va pericolosamente disgregando il consenso politico a favore del programma di risanamento. Nuova Democrazia, al governo del paese durante la fase di esplosione del deficit pubblico e ora all’opposizione, continua a respingere le richieste internazionali di appoggiare lo sforzo di risanamento e punta alle elezioni anticipate per ritornare al potere. Il partito di maggioranza Pasok comincia a mostrare segnali di logoramento, con diversi parlamentari a esprimere insoddisfazione per l’attuale linea di politica economica e le prime defezioni. Il Primo Ministro è stato costretto a un rimpasto di governo (che ha portato un costituzionalista al ministero delle finanze) e a richiedere un voto di fiducia per riaffermare la propria autorità. Questi sviluppi sono particolarmente preoccupanti perché la Grecia, ancora afflitta da un deficit primario al 4,9% del PIL e da un deficit commerciale del 14% nel 2010, non ha nessuna via di uscita dalla crisi che prescinda da un programma pluriennale di austerità fiscale. E negli ultimi mesi è diventato chiaro che la disciplina di bilancio sta venendo meno: il deficit di cassa del periodo gennaio-maggio è stato di 10,3 miliardi, 1,2 miliardi peggio rispetto allo stesso periodo del 2010. Senza ribilanciamento dei flussi primari di bilancio, i creditori non hanno motivo di impegnare altre risorse finanziarie. A quel punto, il ribilanciamento avverrebbe in modo traumatico attraverso una crisi di bilancia dei pagamenti, la paralisi del sistema finanziario locale e una secca contrazione della domanda aggregata. In tale scenario, o il resto dell’Eurozona decide di coprire tutto il fabbisogno di capitali del Paese per anni, o diventa indispensabile per la Grecia il ripristino dell’autonomia monetaria.
– Il quadro offerto dai vertici dell’area euro, purtroppo, non è stato molto più rassicurante. Come già nella primavera del 2010 (scoppio della crisi greca) e poi nell’autunno 2010 (proposta di riforma della governance), la leadership tedesca si è rivelata inadeguata alle caratteristiche di questa crisi, che richiederebbe pragmatismo, sensibilità riguardo alle reazioni di mercato e rapidità di azione. Per la terza volta in due anni, proposte tedesche hanno peggiorato il clima di fiducia. Il piano Schäuble per il coinvolgimento degli investitori privati, presentato in forma impegnativa attraverso una lettera ufficiale, è stato demolito dalle debolezze tecniche messe a nudo da BCE, agenzie di rating e Commissione Europea – ma non senza aver generato il timore di imminente caos sui mercati. La BCE ha dovuto ricordare che il meccanismo adottato deve rispettare due criteri fondamentali: non causare un credit event, e non portare a una dichiarazione di default da parte delle agenzie di rating. Come è emerso nei commenti delle agenzie, lo scambio di debito proposto dalla Germania avrebbe forse rispettato la prima condizione, ma certamente non la seconda. Il risultato sarebbe stato un’immediata esigenza di capitale e liquidità per le banche greche, con il risultato che l’Eurozona avrebbe finito con l’aver bisogno di iniettare più fondi di quelli forniti dal settore privato. Fortunatamente, l’impegno politico dell’Eurogruppo a coprire il fabbisogno finanziario della Grecia nei prossimi 12 mesi sarebbe considerato sufficiente dal FMI a consentire lo sblocco della quinta tranche, ammesso che la Grecia approvi le nuove misure. Così, l’Eurogruppo guadagnerebbe qualche settimana per definire i dettagli del coinvolgimento dei privati – il che probabilmente implicherà una convergenza sul denominatore comune costituito dal piano di rollover.
– Forse con modalità inopportune, ma correttamente nella sostanza, il presidente della Nederlandsche Bank, Wellink, ha avvisato che sarebbe necessario rinforzare urgentemente e massicciamente la rete di sicurezza costituita dal fondo europeo. Wellink ritiene necessario per contrastare i rischi di contagio (che ha cautamente limitato a Irlanda e Portogallo), portare a 1500 miliardi le risorse a disposizione e fornire alla EFSF maggiore libertà di azione. Purtroppo, appena tre mesi fa, l’Eurogruppo ha escluso, per motivi sostanzialmente ideologici, che la EFSF possa raccogliere fondi al di fuori di programmi condizionati di sostegno e che possa sostenere i paesi in difficoltà se non con prestiti o (in via eccezionale) sottoscrizione di debito sul mercato primario. Si può ancora sperare in una conversione a un atteggiamento più pragmatico?
Fonte: Intesa San Paolo Spa
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