GAM: Nelle poesie di Natale del poeta russo Iosif Brodskij, di Giuseppe Ungaretti, di Eugenio Montale si riconosce un sofisticato impiego dello story-telling;
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR
la narrazione ha mostrato la sua forza anche nei mercati nel corso del 2021, dalla vicenda GameStop di inizio anno sino alle più robuste narrazioni delle varianti del virus e dell’inflazione.
“Nuota via nell’angoscia inesplicabile dei Giardini Alexandr, notturna navicella inestinguibile, dentro il tormento dei mattoni, a notte, un lampione insocievole, come una rosa gialla, sulla testa dei suoi amanti, ai piedi dei passanti”.
Sono i primi versi di Romanza di Natale, la poesia scritta da Iosif Brodskij nel 1961. Da quell’anno in avanti, il poeta russo avrebbe scritto ogni anno una poesia sul Natale.
“Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente, più o meno seriamente, ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno”, spiegava il poeta dissidente.
Negli anni Sessanta e Settanta, quando Brodskij era in piena attività, la memoria del terrore staliniano era ancora vivida e benché gli orrori delle purghe fossero terminati, la mano del regime sugli intellettuali dissidenti era ancora durissima.
Brodskij ebbe rapporti difficili con le autorità: fu arrestato più volte, internato in un ospedale psichiatrico, imprigionato, mandato in campi di lavoro vicino al Circolo Polare e, infine, esiliato.
Il senso profondo della poesia dedicata al Natale del 1961 può essere compreso solo tenendo presente quale fosse il contesto dell’Unione Sovietica di quel periodo, quando il culto e le festività religiose erano vietate e l’unica festa ammessa era il Capodanno.
Nel calendario giuliano della chiesa ortodossa il Natale viene celebrato il 7 gennaio, i versi di Brodskij descrivono l’approssimarsi del 31 dicembre e l’incompiutezza della festa laica: la promessa di senso è oltre la fine dell’anno, la chiave per cogliere il senso di Romanza di Natale è nascosta negli ultimi versi:
“Nel mare cittadino il tuo Anno Nuovo nuota via nell’angoscia inesplicabile su un’onda cupo-azzurra, come la vita riprendesse, come fossero per venire luce e gloria, un giorno lieto, pane a volontà, come fosse per oscillare a destra, dopo aver spendolato a sinistra, la vita”.
Sono “la luce e gloria” del “giorno lieto” a dare senso alla ripartenza, alla rigenerazione vitale. Brodskij non era religioso, non c’è religiosità nelle poesie del Natale, semmai si riconoscono la fatica dell’esistenza, la sua estraneità al mondo reale che, per lui, è la cupa concretezza della povertà materiale e culturale del regime sovietico.
Il poeta avvertiva semmai quella spiritualità laica che accomuna l’umanità intera: “quando esci di mattina alle sei, nei campi, a lavorare con il sole che si alza, senti che quel gesto è lo stesso di milioni e milioni di altri essere umani; è allora che avverti il senso della solidarietà umana. Se non mi avessero arrestato e condannato, non avrei avuto quest’esperienza, sarei stato più povero”.
Brodskij amava la sua città, che ai suoi tempi si chiamava Leningrado, e amava un’altra affascinante città d’acqua, Venezia, dove riposa nel cimitero di San Michele, il “PèreLachaise” della città lagunare.
Le atmosfere cittadine delle sue poesie sembrano fare eco alle poesie che dedicarono al Natale Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale. Ungaretti scrisse “Natale” nel 1916 durante una licenza a Napoli, vivida la memoria degli orrori della trincea sul Carso:
“Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade … Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata …”.
Montale racconta Londra nella poesia “Di un Natale metropolitano”, del 1956: “… le luci di Mayfair, poi a un crocicchio/ le anime, le bottiglie che non seppero aprirsi …”.
Brodskij, che ammirava Montale, è poeta delle città, le sue poesie esprimono la vitalità di Leningrado, di Mosca, di Venezia, di Istanbul. Con linguaggio contemporaneo, potremmo dire che il genio dei due poeti che vinsero il Nobel per la Letteratura e di Ungaretti che ci andò molto vicino (venne candidato più volte) ha elaborato in queste poesie un sofisticato story-telling.
Scritte in periodi e con stili diversi, i versi sembrano l’occhio di una telecamera davanti alla quale scorrono nitide le immagini che raccontano storie di oggetti e di persone, luoghi, emozioni.
Nella poesia di Ungaretti riconosciamo ad esempio il tempo sospeso, la licenza è solo una pausa tra le brutture della guerra e sembra di vederla la stanza dove la solitudine e il calore del camino (“sto con le quattro capriole di fumo …”) viene preferita alla confusione natalizia che anima il “gomitolo di strade” della città. Anche nelle poesie di Brodskij e Montale scorrono nitidi i fotogrammi della vita cittadina.
Un altro premio Nobel, questa volta per l’Economia, ha studiato la forza dello story-telling, i modi in cui le narrazioni innervano le dinamiche economiche, condizionano i comportamenti degli agenti economici e degli investitori.
“Una narrazione economica è una storia contagiosa che ha il potenziale di cambiare il modo in cui le persone prendono le decisioni economiche, per esempio se assumere un lavoratore o attendere tempi migliori, se correre rischi o essere prudenti nel campo degli affari, se avviare un’impresa, se investire su un asset speculativo soggetto a volatilità”, scrive Shiller nel suo Economia e Narrazioni.
Una storia ben raccontata, sorretta da argomenti conosciuti o riconoscibili, “aggancia” un ascoltatore più di quanto possano fare elenchi di tabelle e numeri. Sono le narrazioni a indirizzare e orientare i movimenti di mercato argomenta Shiller.
I tassi di interesse e le grandezze economiche restano le variabili centrali nella valutazione di uno scenario di medio lungo termine ma sarebbe una leggerezza trascurare la semplificazione delle dinamiche economiche in narrazioni che influiscono sui comportamenti.
“I mercati possono restare irrazionali più a lungo di quanto tu possa rimanere solvente” ammoniva Keynes che imparò la lezione a sue spese, perdendo soldi suoi e degli amici.
Subito dopo la fine della Grande Guerra, Keynes pensò di fare soldi facili approfittando della confusione sui mercati dei cambi e di quella che riteneva la sua “conoscenza superiore” delle regole del gioco.
Con i risparmi propri e di qualche amico del circolo Bloomsbury l’economista di Cambridge andò “corto” di marco tedesco, franco francese e lira italiana, valute che riteneva sarebbero state indebolite dall’inflazione post-bellica, e costruì posizioni “lunghe” sulle valute che riteneva più forti, la sterlina e il dollaro.
All’inizio ebbe ragione e le performance dell’improvvisato fondo comune furono generose. L’inatteso si verificò nell’aprile del 1920, la Germania riguadagnò la fiducia dei mercati, il marco e altre divise deboli si apprezzarono e in poche settimane si dissolsero performance e capitale.
Deluso e imbarazzato per aver fatto perdere denaro agli amici, Keynes imparò dai propri errori, lasciò da parte le serie storiche e i fondamentali, riconobbe che gli “spiriti animali” non rispondono ai canoni della razionalità e sono invece vulnerabili ai condizionamenti, a quelle che oggi chiamiamo, appunto, narrazioni.
Keynes ne parla nel dodicesimo capitolo della Teoria Generale, gli “slanci vitali”, gli “animal spirits” sono il motore invisibile del progresso economico.
L’ammissione che gli “spiriti animali” non rispondono ai canoni della razionalità trasformò Keynes in un abile investitore, anziché tentare di anticipare i movimenti del mercato sulla scorta delle sue “conoscenze superiori”, cominciò a concentrarsi sul valore dei titoli azionari nel lungo periodo adottando quello che oggi definiremmo un approccio “value”.
Una novantina di anni dopo, Shiller torna sull’argomento affermando che “le oscillazioni del mercato sono guidate in buona sostanza dal contagio di narrazioni economiche estremamente semplificate” per cui si può comprendere la volatilità analizzando come cambino le opinioni prevalenti, “anche le idee diventano virali, proprio come il Covid-19”.
In questo anno “che sta lentamente per finire” non sono mancate le narrazioni e le più potenti di esse ci accompagneranno ancora ben addentro il 2022: l’evoluzione della variante Omicron, le dinamiche dell’inflazione, le risposte delle banche centrali di cui la settimana scorsa abbiamo avuto un’anticipazione.
La Federal Reserve ha confermato che gli acquisti straordinari verranno interrotti a marzo anziché a giugno e il “grafico dei pallini”, cioè le stime fatte dai membri del FOMC (il Comitato che governa la politica dei tassi) sui livelli dei tassi ufficiali nel futuro prossimo, mostra come esse si siano spostate verso l’alto.
La reazione composta dei mercati (al momento in cui scriviamo queste righe) sembra aver messo la prima tacca nella narrazione paurosa di contraccolpi rovinosi.
Non sono invece cambiate le previsioni dei membri del FOMC sul livello dei tassi in un orizzonte più lontano, l’idea di tassi destinati a restare contenuti nel lungo termine sembra tenere.
Torneremo a parlarne diffusamente a gennaio, oggi fermiamoci sulle narrazioni che, di per sé, non sono né imperfette né negative. Riconoscere la forza degli effetti delle narrazioni è solo il primo passo del faticoso lavoro della loro comprensione e interpretazione.
Proprio come nella poesia Romanza di Natale, che nasconde la chiave della comprensione nella filigrana degli ultimi versi, non è semplice decifrare compiutamente i contorni e gli effetti delle narrazioni sui mercati.
Non è facile riconoscere quali sono vere, quali solo verosimili e quali invece del tutto prive di fondamento. Il 2021 è cominciato con la vicenda di GameStop e dell’esercito dei “Robinhooder”: l’interazione tra social media e investitori individuali ha dato un forte scossone all’idea di efficienza dei mercati ma, soprattutto, al buon senso, scombussolando i listini per qualche settimana.
La narrazione che aveva conquistato molti investitori individuali era quella dei piccoli trader che, se ben organizzati in agguerrite falangi, potevano averla vinta sui grandi fondi speculativi: una storia suggestiva ma altrettanto farlocca.
Al contrario, la narrazione dei vantaggi del lungo termine nelle strategie di investimento è supportata da robusti argomenti, così come buone ragioni legittimano le narrazioni della rivoluzione digitale e della transizione energetica; storie familiari, facilmente comprensibili e dalle solide basi nella realtà.
Le parole sono importanti, dice uno dei personaggi di Nanni Moretti, si può indovinare parecchio di un uomo dalla scelta che fa di un aggettivo, scrive Iosif Brodskij.
L’intera storia della letteratura è lì a testimoniare la rilevanza delle narrazioni, Keynes e Shiller, tra gli altri, hanno messo in guardia dalla dimensione storica che assumono le narrazioni, entrano nell’economia e nella vita delle aziende e le cambiano.
L’Alpha e il Beta torna a gennaio, Buon Natale e Buone Feste a tutte e a tutti!
Fonte: AdvisorWorld.it
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