AXA IM. Si parla molto in questi giorni della proposta fatta dal Gruppo dei Sette di instaurare un regime globale di tassazione minima al 15% per le multinazionali.
A cura di Alessandro Tentori, CIO AXA IM Italia
Vorrei aggiungere una mia riflessione su questo progetto, in particolare soffermandomi sulla redistribuzione dei profitti e sul possibile cambiamento della struttura degli incentivi ad assumersi il rischio di impresa.
L’idea non è per nulla rivoluzionaria. Una recente analisi condotta dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) sottolinea come il numero di stati con tassazione minima applicabile alle aziende operanti localmente sia in costante aumento già dal lontano 1960. Nel 2018, lo strumento della tassazione minima era in vigore in ben 52 paesi al mondo. I modelli più gettonati si basano sul fatturato oppure sugli asset, con un terzo modello più complesso che limita gli incentivi fiscali (le cosiddette “preferenze fiscali”). Questo strumento fiscale sembra quindi essere efficace nel garantire un contributo minimo delle aziende al finanziamento degli investimenti pubblici. Non è da poco, visto il lento e inesorabile declino della corporate tax, scesa in media globale dal 40-45% degli anni 80 al 23% dell’ultimo quinquennio. In quei paesi dove vige una tassazione minima, la corporate tax è comunque in media 5 punti percentuali più alta.
Sorge spontanea, però, la questione della coerenza o meglio della consistenza temporale: Quegli stati che negli anni hanno attratto le corporazioni multinazionali con preferenze fiscali allettanti si potrebbero trovare nella spiacevole situazione di dover rinegoziare i contratti a condizioni ben diverse. Quale potrebbe essere l’effetto netto sul PIL e sulla società? Siamo di fronte al classico dilemma che assilla noi economisti dall’alba dei tempi: Da un lato il concetto di tassazione per contribuire al finanziamento dei beni pubblici (in senso puramente microeconomico), dall’altro i possibili costi in termini di occupazione nel caso che la persona legale decida di trasferire il suo business altrove.
Non illudiamoci, le inefficienze della politica fiscale, le differenze in termini di gettito fiscale tra stati apparentemente simili, l’evasione fiscale e quant’altro esisteranno con ogni probabilità anche con l’introduzione della tassazione minima globale. La differenza più tangibile sarà il costo di fare impresa. Ad oggi le multinazionali possono sfruttare gli incentivi fiscali regionali per ridurre le passività rispetto al fisco fino a un floor teorico dello zero percento.
Da domani, questo floor potrebbe levitare al 15%. Con esso potrebbe cambiare la propensione al rischio degli azionisti e del management, riaccendendo una altro classico problema delle scienze economiche e sociali: Il problema della relazione tra principal e agent, o come espresso allegoricamente da Stephen Ross “il problema di scegliere il gelato per una persona di cui non si conoscono i gusti”.
Fonte: BondWorld.it
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