CANDRIAM. L’attuale trend dell’inflazione è peculiare dell’economia post-COVID: in parte è il risultato dell’interruzione nelle supply chain, in parte deriva dalla domanda repressa dei consumatori, pressioni che risulteranno temporanee.
A cura di Emile Gagna, Economista di CANDRIAM
Tuttavia, le banche centrali dovranno rispondere a diverse domande sugli effetti sui salari, sulle tempistiche e sull’entità della stretta alle politiche monetarie.
La ripresa industriale globale, le interruzioni nella supply chain e gli effetti base hanno alimentato l’inflazione
Nell’ultimo anno l’inflazione USA, ad esclusione degli alimentari e dell’energia, ha raggiunto il 3,8%, il livello più alto in quasi 30 anni. Questo aumento non deve sorprendere. La pandemia è uno shock temporaneo che ha interrotto l’attività economica ma ha lasciato invariata la domanda. Tuttavia, nonostante l’invariata capacità produttiva, l’economia globale è parsa disorganizzata e le supply chain stravolte, con il risultato di un aumento significativo dei tempi di consegna. Questa disorganizzazione è temporanea, ma servirà tempo per porvi rimedio.
La contrazione della produzione industriale globale è stata la stessa verificatasi durante la crisi finanziaria globale, ma il rimbalzo è stato molto più forte.
Da inizio pandemia l’inflazione dei beni è molto aumentata, mentre quella dei servizi è rimasta contenuta, perché il Covid ha causato una temporanea distorsione della domanda a favore di alcuni beni (articoli sportivi, mobili, auto usate, ecc.), che hanno registrato interruzioni nella supply chain e un’impennata dei prezzi. Anche i prezzi di alcuni servizi, come i noleggi auto, ne hanno risentito indirettamente.
I prezzi dei servizi “non essenziali” (trasporti aerei, hotel, ecc.) sono crollati, ma con la riapertura iniziano a recuperare terreno. Ci sono valide ragioni per ritenere che l’inflazione rimarrà sotto pressione per diversi mesi, ma è ragionevole ritenere che sia un rimbalzo temporaneo.
Nell’Area Euro, dove la ripresa è più lenta rispetto agli Usa, il fenomeno è stato finora limitato: a fine maggio, l’inflazione core Usa era vicina al 4% e nell’Area Euro non raggiungeva l’1%. Nei Paesi dell’Europa meridionale più colpiti dalla crisi, l’inflazione si attesta a livelli molto più depressi di prima della crisi.
L’eccesso di risparmio accumulato potrebbe far salire la domanda leggermente al di sopra del tasso tendenziale negli Stati Uniti
La solidità della ripresa e il rapido aumento della domanda fanno però temere un’accelerazione dell’inflazione.
Che succederebbe se il risparmio aggiuntivo accumulato durante la pandemia venisse speso per intero? Nel caso delle famiglie a basso reddito, gran parte potrebbe essere già stato utilizzato, per ripianare debiti e arretrati. Parte di tali risparmi (oltre $1.000 miliardi) è nelle mani delle famiglie più ricche, ed è probabile che non vengano spesi per intero: il nostro scenario principale ipotizza la spesa di circa un terzo di quei $1.000 miliardi.
Nell’Area Euro, dove sono stati accumulati molti meno “risparmi aggiuntivi”, l’eccesso di domanda è meno preoccupante e ci aspettiamo che la ripresa non finisca prima della fine del 2021 per alcuni Paesi core, e della fine del 2022 per gli altri.
Nel complesso, l’attività potrebbe superare il trend precrisi negli Usa, poiché le famiglie spendono parte dei risparmi aggiuntivi; scenario che sembra più remoto in Europa. Inoltre, il nocciolo della questione è che affinché le pressioni inflazionistiche siano sostenute, sono fondamentali l’aumento di produttività e i salari.
Una domanda superiore al tasso tendenziale non si traduce necessariamente in un’occupazione superiore al tasso tendenziale
A fine maggio negli USA l’inversione di tendenza dei salari aveva già raggiunto livelli eccezionali in alcuni settori, come i servizi per il tempo libero, la distribuzione al dettaglio e i trasporti. Con la riapertura c’è grande esigenza di assunzioni in alcuni settori, ma alcuni sono riluttanti a impegnarsi in lavori “in presenza” spesso a bassa retribuzione. Perlopiù questi squilibri si appianeranno con vaccinazione, riapertura delle scuole e ritiro dei sussidi. Ciononostante, ci sono ancora 7 milioni di occupati in meno rispetto a febbraio 2020. In questo contesto è difficile aspettarsi tensioni sostenute e generalizzate sul mercato del lavoro, ancor più ora che la produttività ha accelerato.
Per l’inflazione è un’accelerazione fondamentale: un dato livello di produzione potrebbe essere raggiunto con un minor numero di lavoratori, attenuando le tensioni sul mercato del lavoro e sui salari; ciò aiuterebbe le imprese a preservare i margini, riducendo i costi unitari del lavoro.
Nell’Eurozona, la riduzione degli orari di lavoro è stata fondamentale per limitare la disoccupazione, il cui tasso è perciò un indicatore fuorviante. I tassi di occupazione sono più attendibili. Nell’Europa meridionale, la pandemia ha penalizzato particolarmente i più giovani, soprattutto in Spagna e in Italia, sebbene anche prima i tassi di occupazione maschile fra i più giovani fossero lontani dai livelli di metà anni 90.
Con un significativo rallentamento del mercato del lavoro, una pressione sui salari non sarebbe molto giustificata nell’Area Euro.
L’inflazione è nelle mani delle banche centrali
Nell’ambito del nuovo quadro di Flexible Average Inflation Targeting, la Fed tollererà temporaneamente un’inflazione più elevata, a compensazione degli anni in cui è rimasta ampiamente sotto l’obiettivo. Anche il passaggio a un obiettivo di occupazione inclusivo potrebbe aver alimentato le preoccupazioni. Ma nessuno di questi elementi implica che la Fed non interverrà di fronte a un aumento dell’inflazione, anche se bisognerebbe tenere conto dei rischi per la crescita.
L’Eurozona sta affrontando sfide simili a quelle degli USA, ma in forma meno acuta. Prima della pandemia, l’Area Euro aveva un’inflazione troppo bassa e una ripresa in affanno rispetto agli USA. Le preoccupazioni per una revisione della politica monetaria della BCE, che potrebbe determinare un netto cambiamento di posizione sull’inflazione, sono fuori luogo. Nessun cambiamento metterà a rischio l’impegno della BCE a contenere l’inflazione.
Fonte: BONDWorld.it
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