Intesa Sanpaolo – La BCE ha aperto alla possibilità di modifiche al percorso di avvicinamento al primo rialzo dei tassi in occasione della riunione del 10 marzo.
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Alle due domande sulla possibilità che i tassi ufficiali vengano alzati nel 2022, come i mercati scontano, Lagarde ha evitato di ripetere quanto in passato aveva affermato, cioè che ciò fosse improbabile alla luce della forward guidance. Il cambiamento è stato giustificato affermando che la precedente valutazione era “condizionata” e che le “condizioni sono mutate”, anche per l’andamento migliore delle attese dell’occupazione. La presidente si è limitata a ribadire i due vincoli sulla strada del rialzo dei tassi (la sequenza, che impone di fermare prima gli acquisti netti, e condizioni sull’andamento dell’inflazione). Per ora continuiamo a prevedere il primo rialzo nel 2023, con fine degli acquisti netti tra fine 2022 e marzo 2023, a motivo delle attese di netta riduzione dell’inflazione nel corso di quest’anno. Come scenario di rischio, l’accorciamento più plausibile del percorso vedrebbe una riduzione degli acquisti netti APP a 20 miliardi mensili nel 3° trimestre, con azzeramento nel 4°, in modo da alzare i tassi il 27 ottobre o il 15 dicembre. Nella curva OIS sono attualmente scontati 44pb di rialzo entro fine anno, di cui 23pb già a settembre.
Questa mattina in Germania gli ordinativi all’industria di dicembre hanno registrato un nuovo aumento di 2,8% m/m, dopo una crescita del 3,6% m/m (rivista al ribasso di un decimo) in novembre. Il fatturato nel comparto manifatturiero è salito di 0,2% m/m in dicembre ma resta ancora più basso del 2,9% rispetto ai livelli pre-COVID. In Francia la produzione industriale dovrebbe tornare a crescere a dicembre, di 0,5% m/m dopo il calo di -0,4% m/m registrato a novembre. In area euro invece prevediamo un ampio calo delle vendite al dettaglio a dicembre (-3,9% m/m), penalizzate dalla risalita dei contagi a cavallo d’anno.
Ieri nell’Eurozona i prezzi alla produzione nell’industria sono cresciuti di 2,9% m/m (26,2% a/a) a dicembre, ancora trainati dall’energia ma con rincari diffusi a tutti i comparti; la crescita dei prezzi dovrebbe essere proseguita su ritmi sostenuti anche a gennaio. Le stime finali degli indici PMI dei servizi a gennaio hanno registrato una limatura di quello relativo al complesso dell’Eurozona (51,1 da 51,2) mentre sono rimasti invariati quelli tedeschi e francesi. In Italia e in Spagna gli indicatori hanno subito una marcata flessione, rispettivamente a 48,5 da 53 e a 46,6 da 55,8 precedente, su livelli coerenti con una contrazione dell’attività nel settore. A gennaio in Italia l’indice PMI composito è calato a 50,1 da 54,7.
– Ieri la Bank of England ha alzato i tassi, come da attese, da 0,25% a 0,50%, ma con una maggioranza stretta, di 5 su 9 (4 membri avrebbero preferito un rialzo più ampio, di 50 pb). Per quanto riguarda il programma di acquisti, ha annunciato l’immediata cessazione del re[1]investimento dei titoli che giungono a scadenza, indicando un programma per la vendita dei corporate bond che dovrà giungere a completamento attorno alla fine del 2023. La vendita dei titoli di stato partirà invece solo dopo che il bank rate avrà raggiunto almeno l’1,00%. La BoE ha comunque ribadito che lo strumento chiave per l’aggiustamento di policy rimane il bank rate. Nel MPR aggiornato sono state riviste al ribasso le previsioni di crescita (da 5% a 3¾% quest’anno e da 1,5% a 1¼ % il prossimo) e al rialzo quelle di inflazione (da 3,5% a 5¾% per la fine di quest’anno e da 2¼% a 2,5% per la fine del prossimo).
Il mercato ha ridimensionato le attese di rialzo dei tassi, togliendo approssimativamente un rialzo di 25 pb da qui a metà dell’anno prossimo, assestandosi su un totale di cinque rialzi, di cui quattro quest’anno. A nostro avviso, la BoE potrebbe attuare altri tre rialzi di 25 pb quest’anno (a maggio, agosto e novembre) e uno/due l’anno prossimo, avviando il programma di dismissione dei titoli di stato tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. L’incertezza sullo scenario è inusualmente elevata.
– Negli Stati Uniti, gli occhi saranno puntati sull’employment report di gennaio, che dovrebbe registrare un crollo temporaneo, per via dell’assenza dal lavoro del numero record di contagiati a metà mese. Gli occupati non agricoli dovrebbero essere in calo di -250 mila, dopo 199 mila di dicembre. A metà gennaio, i nuovi contagi erano in media intorno a 800 mila, con una stima di circa 5,5 mln in isolamento/quarantena e assenti per Covid nell’ordine di circa 500 mila nella settimana di rilevazione. La stima ADP ha registrato un calo di -300 mila che potrebbe sovrastimare la correzione dei nonfarm payrolls nell’indagine BLS che, al contrario di ADP, non considera occupati i dipendenti assenti dal lavoro. Il tasso di disoccupazione dovrebbe essere stabile a 3,9%, mentre i salari orari potrebbero accelerare significativamente, con una variazione di 0,8% m/m, per via dell’assenza dovuta a Omicron prevalentemente concentrata fra i lavoratori meno qualificati con salari nella fascia bassa della distribuzione. I dati devono essere letti come un fenomeno transitorio collegato alla pandemia, che dovrebbe essere seguito da una netta ripresa della dinamica occupazionale già a febbraio. La curva dei contagi ha svoltato e il numero di casi è circa un terzo del picco e vicino ai livelli di dicembre.
Ieri, l’ISM dei servizi a gennaio ha registrato una flessione a 59,9 da 62,3 di dicembre, con cali dei sotto-indici di attività (a 59,9 da 68,3), ordini (a 61,7 da 62,1), occupazione (a 53,2 da 54,7) e prezzi pagati (a 82,3 da 83,9, sempre su massimi storici). Scorte e tempi di consegna indicano strozzature all’offerta in ulteriore aumento. La crescita rimane solida, nonostante Omicron, con una domanda forte e segnali di persistente scarsità di offerta di beni e lavoro e aumenti dei prezzi. Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione al 29 gennaio sono calate a 238 mila, da 261 mila della settimana precedente e sono vicini alla media del 2019. Nelle audizioni alla commissione bancaria del Senato per la nomina a membri del Board, i candidati di Biden Bloom-Raskin, Cook e Jefferson hanno affermato che il controllo dell’inflazione deve essere ora la priorità della Fed.
Fonte: BondWorld.it
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