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BlueBay – Mercati emergenti, la crisi ucraina apre a nuove prospettive per la Turchia

BlueBay AM: Vi ricordate l’ormai celeberrima espressione usata da Mario Draghi, “whatever it takes”, quando, da Presidente della BCE, si è rivolto ai mercati al culmine della crisi del debito sovrano del 2012? Il suo è stato un discorso potente, che ha dimostrato sia impegno sia convinzione, e ha avuto un effetto taumaturgico permanente per gli investitori.

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A cura di Polina Kurdyavko, Head of Emerging Markets, Senior Portfolio Manager, BlueBay


Guardando all’engagement nei mercati emergenti, è difficile trovare un Paese in cui le aziende, le banche e i funzionari governativi siano più disposti a impegnarsi con gli investitori rispetto alla Turchia.

Il Paese ha numerosi aspetti positivi, tra cui dinamiche demografiche favorevoli, una posizione strategica che collega Oriente e Occidente, una forza lavoro competente e istruita che sostiene un alto tasso di crescita potenziale, così come un peso del debito relativamente basso. Pochi Paesi al mondo possono vantare una combinazione così favorevole.

Tuttavia, la Turchia è anche tra i pochi Paesi dei mercati emergenti che gli investitori sottopesano notevolmente, riflettendo il livello di preoccupazione del mercato.

Quando si chiede loro cosa li preoccupa della Turchia, gli investitori indicano un mix di politica monetaria poco ortodosso – o la riluttanza dei policymaker ad alzare i tassi in risposta all’aumento dell’inflazione – come il fattore chiave che giustifica il loro atteggiamento cauto.

È un risultato piuttosto notevole nel contesto di altri Paesi emergenti che, a mio parere, si trovano ad affrontare problemi molto più grandi, di natura più strutturale e difficili da risolvere: alcuni sono quasi impossibili da prevedere (la guerra tra Russia e Ucraina), altri riguardando la sostenibilità del debito (alcuni dei Paesi sub-sahariani), oppure il vuoto politico nel più grande settore dell’economia cinese, o lo spostamento a sinistra in America Latina, solo per citarne alcuni. Tra tutti questi problemi, quello turco non è forse il più facile da risolvere?

La buona notizia è che i turchi sono sensibili all’engagement. Persino quelli in posizioni più alte e senior sembrano disponibili a prendersi del tempo, mostrando una genuina volontà di ascoltare. Il messaggio è molto chiaro, cioè che il nostro engagement è benvenuto. Questo dice molto, specialmente in un contesto di escalation geopolitica e di altre questioni urgenti, sia all’interno della Turchia sia nell’arena globale. Naturalmente, resta da vedere se i nostri dialoghi daranno qualche frutto.

In un mondo di incertezza e di notevoli rischi di coda, un approccio pragmatico può fare molto nel convincere gli investitori a dare a un emittente il beneficio del dubbio.

Storicamente, i leader turchi ci hanno sorpreso più volte con il loro approccio pragmatico. Spero che possano farlo di nuovo. Dato che una grande porzione dell’universo dei mercati emergenti nella regione EMEA è diventata praticamente non investibile dopo l’escalation della situazione tra Russia e Ucraina, qualsiasi “vincitore” nella regione potrebbe beneficiare di sostanziali afflussi. Sarà la Turchia?

Le quote per questa scommessa oggi sono chiaramente basse, come evidenziato dal posizionamento degli investitori, ma la ricompensa per l’ortodossia è alta. L’implementazione di un approccio “whatever it takes” per gestire l’inflazione potrebbe portare la Turchia dall’essere il Paese più sottopesato della regione a diventare il principale destinatario dei flussi degli investitori.

I policymaker che abbracceranno l’espressione di Draghi probabilmente otterranno esattamente ciò che stanno cercando: un’inflazione più bassa, una rinnovata fiducia nell’economia e, in definitiva, un percorso di rilancio della crescita.

Fonte: BondWorld.it


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