Il Punto : Stati Uniti – Inflazione ostinatamente elevata, crescita in frenata: sempre più difficile per la Fed mantenere la rotta.
Intesa SanPaolo
Il FOMC ha alzato i tassi di 75pb, di nuovo, ma ha sospeso la guidance “relativamente chiara” delle ultime riunioni, segnalando la crescente dipendenza della politica monetaria dai dati. Le difficoltà per la Fed sono riassunte dai dati del PIL del 2° trimestre: ampie sorprese verso il basso dalla domanda finale domestica privata e prezzi in aumento a ritmi intollerabili. L’andamento del mercato del lavoro e le variazioni mensili dei prezzi saranno la chiave per il ritmo dei rialzi dei tassi.
– La riunione del FOMC si è conclusa con un rialzo di 75pb, votato all’unanimità, l’indicazione di ulteriori rialzi e la sospensione della fase di forward guidance relativamente dettagliata in atto da maggio. L’inflazione rimane il focus della banca centrale e richiede “continui (ongoing) aumenti” dei fed funds e il messaggio della Fed rimane relativamente hawkish, sempre preoccupato dalla dinamica dei prezzi e dal mercato del lavoro sotto pressione.
– Tuttavia, secondo Powell, con i tassi sulla soglia del livello neutrale, “è ora di muoversi riunione per riunione e non offrire il tipo di indicazioni chiare che abbiamo fornito sulla strada verso la neutralità”. In particolare, Powell ha affermato che, per quanto riguarda settembre, “un altro aumento inusualmente ampio potrebbe essere appropriato, ma non è una decisione che prendiamo ora; è una (decisione) che prenderemo sulla base dei dati che vedremo”. In sostanza, il FOMC non esclude un’altra mossa da 75pb, ma lascia la strada aperta a un intervento più contenuto, possibilmente di 50pb, senza vincolarsi in anticipo. Da qui al 21 settembre, data della prossima riunione, ci saranno molte informazioni rilevanti, fra cui due CPI e due rapporti sul mercato del lavoro. Powell ha anche citato l’uscita dell’Employment Cost Index di oggi come un elemento di rilievo per il quadro della spirale salari-prezzi.
– Il comunicato stampa è poco variato rispetto a giugno. La valutazione congiunturale ora afferma che “indicatori recenti di spesa e produzione si sono indeboliti”, ma nonostante ciò si rileva di nuovo che l’occupazione è aumentata a un ritmo robusto. Sull’inflazione, le pressioni sui prezzi degli alimentari sono state aggiunte alle preoccupazioni causate da quelli energetici e dalla diffusione di variazioni ampie. È stato però eliminato il riferimento alle difficoltà sul fronte delle catene globali del valore causate dai lockdown in Cina.
– Nella discussione sulla politica monetaria, Powell ha ribadito che nonostante i recenti segnali di rallentamento dell’attività, l’economia è ancora in una fase di eccesso di domanda che richiede una politica monetaria almeno “moderatamente restrittiva”. Powell ha riconosciuto che “gli aumenti dei tassi sono stati ampi e sono arrivati in fretta”, e che probabilmente non hanno ancora dispiegato completamente i loro effetti sull’economia. Discutendo l’indebolimento della spesa delle famiglie e dell’attività nel settore immobiliare residenziale, secondo Powell comincia a esserci evidenza che si stia materializzando in parte il rallentamento che la Fed pensa debba avvenire. Ma il Presidente ha anche aggiunto che la crescita in frenata non è sufficiente a far rallentare i rialzi, per ora, perché per arrivare in territorio restrittivo è necessario scendere sotto la crescita potenziale. Inoltre, Powell ha reiterato che a suo avviso gli Stati Uniti non sono in recessione, dato che “ci sono troppe aree dell’economia che stanno andando troppo bene”, primo fra tutti il mercato del lavoro. Riguardo al sentiero futuro dei tassi, Powell non si è sbilanciato ma ha fatto riferimento alle proiezioni di giugno, che vedono un punto di arrivo nel 2023 intorno al 4%.
– In conclusione, per ora il FOMC rimane concentrato sulla lotta all’inflazione e ribadisce che vorrà vedere “evidenza convincente che l’inflazione sta rallentando” e che ulteriori rialzi potranno ancora essere inusualmente ampi, ma dipenderanno dai dati in arrivo. La Fed dovrà essere “flessibile”, ma sarà necessario “un periodo di crescita sotto il potenziale e di indebolimento delle condizioni del mercato del lavoro”. La nostra previsione è che nei prossimi mesi non ci siano i segnali convincenti di rallentamento dell’inflazione richiesti dalla Fed, ma che si estendano le indicazioni di rallentamento della domanda. Pertanto, manteniamo la previsione di un rialzo di 50pb a settembre e a novembre, prima di una transizione, attesa per dicembre, a rialzi di 25pb, con un punto di arrivo intorno a 4% nei primi mesi del 2023. Queste previsioni sono comunque soggette all’evoluzione dei dati, in particolare quelli sul mercato del lavoro e sugli investimenti delle imprese, che dovrà essere pesata di fronte all’inerzia dell’inflazione.
– La riunione del FOMC si è conclusa subito prima della pubblicazione del dato deludente del PIL del 2° trimestre, che era già a disposizione della Fed, ma che mette una luce più cupa sulle prospettive del ciclo USA. La stima advance del PIL del 1° trimestre ha registrato una contrazione di -0,9% t/t ann., dopo -1,6% t/t ann. del 1° trimestre. L’aspettativa era per un dato debole, frenato principalmente dalle scorte. Tuttavia, i dati hanno evidenziato, oltre a un ampio contributo negativo delle scorte, pari a circa -2pp, anche un netto indebolimento della domanda finale domestica privata, invariata su base trimestrale. Gli investimenti residenziali hanno corretto di -14% t/t ann. e, con un segnale più preoccupante, gli investimenti fissi non residenziali sono stati marginalmente negativi, con la prima contrazione del comparto macchinari da giugno 2020. I consumi sono cresciuti di 1% t/t ann., con i servizi in forte crescita (4,1% t/t ann.), contrastati però dalle ampie flessioni dei beni. Anche la spesa pubblica ha registrato un calo, che tuttavia non preoccupa perché è transitorio e collegato al rilascio delle riserve strategiche di petrolio effettuato per calmierare i prezzi in primavera. Il canale estero ha contribuito positivamente per 1,4pp.
– Guardando avanti, alla luce dei dati del 2° trimestre, si conferma che la transizione dalla domanda di beni a quella di servizi continuerà a pesare sulla crescita, con una combinazione di freni da diverse componenti: consumi, investimenti in macchinari e scorte. A questi si aggiunge la contrazione degli investimenti residenziali, che dovrebbe proseguire ancora per diversi trimestri. Con i dati correnti, l’economia USA è in una fase di significativa debolezza, che però non si può definire (per ora) una recessione, alla luce della continua espansione dell’occupazione e dell’andamento del reddito più positivo rispetto a quello del PIL, almeno fino al 1° trimestre (ultimo dato disponibile). Come noto, l’NBER non definisce una recessione sulla base non del numero di trimestri negativi del PIL, bensì dell’indebolimento diffuso delle principali variabili di attività, in particolare occupazione e reddito reale. Saranno soprattutto importanti eventuali revisioni nelle stime successive di PIL e reddito, oltre che il sentiero degli investimenti non residenziali e dell’occupazione. Le implicazioni dei dati del PIL per la politica monetaria sono miste. Infatti, a fronte della delusione sulla crescita della domanda finale domestica privata, si è registrato un andamento dell’inflazione in ulteriore aumento, con pressioni per il proseguimento dei rialzi dei tassi. Per ora prevediamo che la Fed mantenga la rotta di restrizione monetaria, ma l’incertezza è aumentata in misura significativa e la svolta ciclica è ormai avviata.
Fonte: BondWorld.it
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