Il Punto : Crisi energetica e restrizione monetaria concretizzano il rischio di recessione per l’economia mondiale.
Intesa SanPaolo
Negli ultimi tre mesi, le proiezioni di crescita reale per tutte le regioni economiche sono state riviste al ribasso, in taluni casi in misura molto ampia. Di contro, le proiezioni di inflazione sono state riviste di nuovo al rialzo, molto marcatamente in Europa e America Latina. I segni delle revisioni indicano che il principale fattore di errore è ancora costituito dalla difficoltà di cogliere gli sviluppi e le implicazioni della crisi energetica, in particolare in Europa. Tuttavia, ormai è entrato in campo un secondo fattore: la restrizione delle politiche monetarie che sta avvenendo a passo veloce in quasi tutti i Paesi avanzati, con ripercussioni anche sulla volatilità dei mercati valutari.
Sul fronte energetico, i problemi riguardano più il gas naturale che il petrolio, e più l’Europa che qualsiasi altra regione economica. Il nostro scenario di previsione incorpora una media 2023 del prezzo europeo del gas più alta rispetto a tre mesi fa di circa l’8%, con ipotesi che riteniamo prudenziali su fine 2022 e inizio 2023, mentre le revisioni sono modeste e al ribasso per il petrolio. Ci attendiamo anche per il gas un miglioramento a partire dal secondo trimestre 2023, grazie ai progressi nella diversificazione delle fonti energetiche, anche se le quotazioni rimarranno più elevate rispetto alla situazione pre-bellica.
Nel 2023, nell’area euro il costo dell’approvvigionamento energetico supererà i livelli del 2023 di circa 4 punti percentuali di PIL, un drenaggio di risorse che sarà solo in parte compensato dalle politiche fiscali e dalla riduzione della propensione media al risparmio delle famiglie. Né in Asia, né in Nord America l’impatto sarà, a nostro avviso, così significativo. Inoltre, lo shock energetico ha ripercussioni sulla competitività delle imprese europee, e può condurre a sostituzione di produzione interna con importazioni.
Lo scenario di riferimento sconta in parte il rischio che un inverno più freddo della norma o problemi di approvvigionamento accrescano lo squilibrio fra domanda e offerta, causando sia un’impennata dei prezzi più marcata, sia la necessità di tagliare i consumi di energia. Tuttavia, un significativo eccesso di domanda nei prossimi mesi sarebbe probabilmente associato a prezzi ancora più alti di quelli qui ipotizzati, e a effetti sull’attività economica più marcati. In tale scenario, il PIL dell’Eurozona si contrarrebbe di circa un punto percentuale in media annua nel 2023.
Lo scenario include una ulteriore, generalizzata, restrizione della politica monetaria, un percorso dal quale divergeranno soltanto Banca del Giappone e PBOC. Le proiezioni sui tassi ufficiali americani ipotizzano un massimo a 4,75% per l’obiettivo sui Fed Funds, seguito da tagli dei tassi dal 2024. Per l’Eurozona, prevediamo un picco di 2,50% per il tasso sui depositi – inferiore a causa dell’impatto sulla domanda interna che deriverà nei prossimi mesi dalla crisi energetica. La previsione è soggetta ad ampi margini di incertezza. Il rialzo dei tassi dovrebbe accelerare drasticamente nel Regno Unito, dove l’allentamento intempestivo della politica fiscale ha destabilizzato la sterlina.
Il rialzo dei tassi ufficiali sarà accompagnato da crescenti aspettative di recessione, che porteranno all’inversione delle curve dei rendimenti e all’aumento dei premi per il rischio. Il tasso reale di interesse a breve termine medio per i paesi OCSE, deflazionato con l’inflazione osservata, dovrebbe tornare positivo nel 2023 per la prima volta dal 2009. I premi per il rischio saranno sostenuti anche dall’escalation dell’impegno militare russo in Ucraina, dopo i clamorosi rovesci subiti nel mese di settembre, e dalle minacce cinesi a Taiwan. Anche la riduzione dei portafogli di titoli delle banche centrali e la riduzione dell’eccesso di riserve contribuiranno alla restrizione delle condizioni finanziarie. Il calo delle riserve e l’aumento dei tassi dovrebbero ripercuotersi negativamente sulle condizioni e la disponibilità del credito.
Lo shock energetico asimmetrico e la restrizione globale delle condizioni finanziarie si sommeranno al rallentamento dell’economia cinese, che riteniamo continuerà malgrado lo stimolo di politica economica. Di conseguenza, la crescita del PIL mondiale dovrebbe rallentare dal 2,7% del 2022 a 2,0% nel 2023 (da 2,9% a 2,5% a cambi PPP), cioè ben 1,1 punti percentuali meno della stima di giugno. La marcata revisione riflette soprattutto il cambiamento delle prospettive in Europa e Stati Uniti, come evidente dalla Tabella 1. La crescita media annua calerà sotto l’1% negli Stati Uniti e nell’area euro, dove ci attendiamo di osservare anche alcuni trimestri di contrazione del PIL rispettivamente nella parte centrale del 2023 e tra fine 2022 e inizio 2023. Il volume del commercio mondiale di beni dovrebbe crescere ancor meno: 1,4%, contro il 3,7% del 2022 e il 2,9% in media registrato annualmente nel periodo 2012-21.
In scia al rallentamento della domanda, la dinamica più favorevole dei prezzi energetici e l’allentamento delle strozzature nelle catene internazionali del valore dovrebbero portare a un netto calo dei tassi di inflazione nel corso del 2023. Ci attendiamo che l’inflazione rallenti globalmente dal 7,9% medio del 2022 al 5,3% nel 2023, e quindi al 3,2% (circa lo stesso livello del biennio 2018-19, prima della pandemia). La prima fase della disinflazione sarà strettamente legata alle dinamiche del comparto energetico. Il rallentamento dei prezzi di altri beni e servizi frenerà la corsa più tardi e più lentamente, anche perché le imprese dovranno assorbire una coda di adeguamenti salariali legata al parziale recupero dello shock inflattivo del 2022, e gli indici dei prezzi al consumo di alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, hanno un’inerzia legata alla componente del costo dell’alloggio.
La diversa velocità di aggiustamento della politica monetaria e l’impatto asimmetrico della crisi energetica stanno agitando i mercati valutari. La crisi dei rapporti con la Russia ha conseguenze di medio e lungo termine che implicano un livello di equilibrio del cambio più basso rispetto a prima: l’aumento dei costi energetici fronteggiati dalle imprese nel breve e nel medio termine riduce la crescita potenziale dell’area dell’euro e ne peggiora la competitività, mentre il rischio geopolitico tende a favorire il dollaro. Riteniamo che l’aggiustamento sia pressoché completato, e che un miglioramento della situazione energetica potrebbe portare a un moderato recupero dell’euro nel corso del 2023. La debolezza dello yen riflette la divergenza della politica monetaria giapponese rispetto a quella degli altri Paesi avanzati, un fattore destinato a persistere nei prossimi mesi. Quella della sterlina, l’adozione di misure di politica economica sconcertanti quali un ampio taglio delle imposte finanziato in deficit in una fase di alta inflazione e ampio deficit delle partite correnti, i cui effetti saranno ora contrastati da una più rapida restrizione monetaria.
Fonte: BondWorld.it
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