CFO SIM L’Europa, con tutta evidenza, non esiste. Essa non è né un continente né una cultura né un popolo né una storia. Essa non è definita né da una frontiera unica né da un destino o un sogno comune. Esistono in compenso degli europei, che però sfuggono quando si cerca di definire in modo più preciso i contorni (J. Attali)
Antonio Tognoli Responsabile Macro Analisi e Comunicazione Corporate Family Office SIM S.p.A.
Settimana con dati importanti in uscita, fra tutti l’inflazione USA di ottobre, giovedì. Il dato atteso è l’8% (dall’8,2% di settembre). Un valore più alto dell’8% toglierebbe a Powell la possibilità di essere meno falco nei prossimi meeting e sarebbe ovviamente una notizia sgradita per i mercati. Valori sotto l’8% rafforzerebbero invece la convinzione che il picco di inflazione sia ormai alle spalle e, pur senza abbassare la guardia, consentirebbe alla FED di ridurre l’intensità degli aumenti. Domani ci saranno anche le elezioni di mid term USA. Secondo le aspettative di PBS/Marist, gli americani che dicono che voteranno sicuramente per i repubblicani dovrebbero essere l’88%, quelli per i democratici l’82% e per gli indipendenti il 73%.
Le elezioni sono dai più considerate come un referendum su Biden che potrebbe perdere la maggioranza del senato. È dai tempi di Jimmy Carter (con l’eccezione di George W.Bush) che non si verifica la circostanza di un presidente in carica il cui partito vince le elezioni di metà mandato. E poiché non succede mai, nessuno alla cosa dà peso. Ma stavolta dall’altra parte c’è uno che si chiama Trump, dal quale ci si aspetta qualche mossa.
Oggi alle 8:00 è attesa la produzione industriale della Germania di settembre (stima +0,2% contro -0,8% di agosto).
Leggermente più alto delle stime il PMI composito dell’Europa (47,3 punti contro 47,1 atteso) rilasciato venerdì scorso. In USA la variazione degli occupati di ottobre segna un incremento di 261k, contro 200k atteso, ma si riduce rispetto ai 315k di settembre. Il tasso di disoccupazione di ottobre sale al 3,7% dal 3,6% di settembre, segnalando che la politica monetaria restrittiva di Powell comincia a produrre gli effetti sperati. Anche se il dato ha perso un po’ di significatività rispetto al passato (non sappiamo la dinamica di chi non cerca più lavoro), la maggiore disoccupazione dovrebbe infatti cominciare a raffreddare i consumi e, per questa via l’inflazione, che ci aspettiamo si riduca nei prossimi mesi con maggiore vigore rispetto ai dati che abbiamo visto.
Chi si aspettava un Powell meno falco già nell’ultimo meeting, è rimasto deluso. Del resto, è proprio questo il momento di non abbassare la guardia e dare messaggi che non lascino spazio ad interpretazioni (l’errore di considerare transitoria l’inflazione sta infatti costando piuttosto caro). Per rallentare il ritmo degli aumenti dei tassi d’interesse la FED aspetta di vedere segnali chiari di un’inflazione, soprattutto quella core, che inizia a diminuire su base mensile.
Il piano di Powell è quello di alzare i tassi ad un livello che freni attivamente l’economia e di mantenerli tali per un periodo prolungato. Ovviamente è perfettamente conscio che più i tassi aumentano e più a lungo rimangono a livelli restrittivi, più aumenta l’entità del “dolore economico”. Ma non ci sono alternative credibili.
Purtroppo l’inflazione è nota per salire come un razzo e scendere come una piuma. In altre parole ci vuole del tempo prima di vedere frenare i tassi di crescita dei prezzi. E tra i due momenti è molto probabile che il violento rialzo dei tassi di interesse porti il sistema economico verso la recessione.
Situazione parzialmente diversa in Europa. Parzialmente perché anche la BCE porterà i tassi ad un livello che freni l’economia e li manterrà per un periodo prolungato. Ma l’intensità dell’aumento potrebbe essere diversa. In Europa, più che negli USA, hanno pesato sull’inflazione una sequenza di shock esterni. Man mano che questi fattori svaniranno, possiamo aspettarci che anche l’inflazione scenda. In particolare, lo shock energetico e il rallentamento nelle catene di approvvigionamento dovuto alla pandemia, è probabile che evidenzino miglioramenti. Ciò significa che nei prossimi trimestri (forse già entro la fine dell’anno), vedremo l’inflazione ridursi ad un livello più compatibile con l’obiettivo finale fissato dalla BCE.
Del resto, in una inflazione principalmente da domanda come quella USA, occorre ridurre il reddito reale disponibile per ridurre i consumi e frenare la crescita dei prezzi. In quella Europea, dovuta in prevalenza ad un aumento dei costi (incluso l’import), occorre agire su questi ultimi per vedere una dinamica in discesa. Il rialzo dei tassi favorisce sicuramente una riduzione dell’inflazione, ma a patto di una lunga e insidiosa recessione (sempre via consumi). L’aumento dei tassi in presenza di un’inflazione da costi diventa più un “collaterale” della politica economica, ancorché importante. I governi Europei stanno correttamente lavorando sui costi (e la stabilizzazione del prezzo del gas ne rappresenta un esempio), ma i tempi di reazione sono troppo lunghi rispetto a quelli che la situazione economica richiederebbe. Quindi, a maggior ragione, più tempo passa più il dolore economico aumenta.
La situazione economica richiederebbe infatti un maggiore coordinamento degli sforzi fiscali e monetari in Europa, dove non c’è una grande tradizione sul tema. E anzi, molti sembrano andare per la propria strada (inutile citare Germania e Olanda).
La politica fiscale, come noto, deve essere mirata e limitata nel tempo, in modo da non aggiungere ulteriore pressione sulla domanda e sui prezzi. Nel contempo, la politica monetaria deve garantire che il processo di normalizzazione prosegua in modo ordinato, gestendo in modo ottimale il cambiamento ed evitando una recessione. Chiaro che il coordinamento deve essere massimo. L’impresa dell’Europa, BCE e Governi, è questa.
Abbiamo avuto successo nell’affrontare la crisi pandemica mostrando un enorme senso di solidarietà e di azione comune e siamo riusciti a riprenderci dalla crisi che abbiamo avuto nel 2020. Occorre ora agire con forza per far fronte all’inflazione, tenendo insieme l’economia e il mercato del lavoro.
In tutte le fasi di transizione verso un equilibrio stabile, la volatilità cresce e rimane elevata. Volatilità che, se ben gestita non è per forza un male ma può invece favorire una gestione attiva del portafoglio. Questo vuol dire mantenere un contatto costante con le società in portafoglio e adottare un approccio bottom up che vada a privilegiare lo stock picking.
In tutti i mercati, le caratteristiche da tenere in considerazione e che dovrebbero guidare gli investimenti nelle fasi di incertezza economica sono: livelli bassi di indebitamento; marginalità sostenibile e vantaggi competitivi chiari; controllo delle catene di fornitura (preferibilmente corte). Caratteristiche che per le piccole e medie imprese è più semplice rispettare, grazie alla maggiore agilità e flessibilità operativa e decisionale.
Fonte : BondWorld.it
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