Il gap di competitività dell’Italia rispetto agli altri Paesi è probabilmente inferiore a quanto normalmente si stima e non può essere compreso con analisi puramente…..
macroeconomiche.
L’Italia evidenzia un ritardo di produttività legato al sottodimensionamento del suo sistema produttivo e ad alcune ben note fragilità “strutturali”, ma non sembra aver perso (e anzi sembra aver in parte recuperato dal 2005 ad oggi) la sua capacità di competere sui mercati mondiali.
Tale capacità sarà cruciale nei prossimi mesi in quanto l’export, in presenza di una domanda domestica che rimarrà stagnante, è l’unica componente di crescita che sembra avere ampi margini di ripresa.
Al consolidarsi della ripresa della domanda mondiale, si riaffaccia per il sistema produttivo italiano, in maniera pressante, il tema della competitività: in presenza di una domanda domestica ancora stagnante e di una politica fiscale ingessata dal peso del debito, infatti, la crescita della domanda estera offre un’opportunità unica per rilanciare l’attività produttiva. A sua volta, la crescita è necessaria per facilitare il riassorbimento dell’elevato debito pubblico del paese, ormai superiore al 115% del PIL.
L’Italia viene solitamente accomunata agli altri Paesi “periferici” dell’area euro per l’erosione di competitività che avrebbe subito rispetto alla Germania, e testimoniata dalla presenza di un cronico disavanzo di parte corrente e da un tasso di crescita mediamente inferiore al resto dell’Eurozona. In particolare, viene spesso ricordato che la “virtuosa” Germania è riuscita a diventare il maggior esportatore mondiale grazie al contenimento del costo del lavoro.
Effettivamente il costo del lavoro nominale per l’intera economia è cresciuto tra il 1999 e il 3° trimestre del 2009 del 25% in Germania, contro il 33,2% in Italia. Ma l’Italia, dopo Germania e Austria, ha avuto la performance migliore nell’Eurozona, facendo lievemente meglio della media eurozona (+38,5%), e decisamente meglio di Paesi come Grecia (+61,3%) o Spagna (+73,8%).
Inoltre, il livello del costo del lavoro resta inferiore alla media Eurozona e ai Paesi core.
Incrociando livello e crescita del costo del lavoro (dall’inizio dell’area euro), l’Italia è nel quadrante meno rischioso, evidenziando sia un livello finale, che una crescita negli ultimi dieci anni, inferiori rispetto alla media Eurozona.
Dunque, lo svantaggio competitivo dell’Italia non consiste tanto nel livello assoluto del costo del lavoro (per il quale anzi l’Italia può vantare un comportamento più “virtuoso” di altri), ma nella dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto (= costo del lavoro – produttività). In effetti gli indici di CLUP mostrano una dinamica assai più sfavorevole per l’Italia, che non per gli altri Paesi europei negli ultimi anni (il contrario poteva dirsi negli anni ’90, quando la leva della svalutazione consentiva una maggiore competitività delle imprese italiane). Ora, visto che sul costo del lavoro l’Italia non mostra alcuna sottoperformance, la ragione del gap di competitività va cercata in un gap di produttività.
Circa la produttività, vi sono diverse analisi che segnalano un ritardo dell’Italia rispetto ai principali Paesi europei. Il Rapporto Annuale 2008 dell’Istat1 mostra in effetti un gap sia di competitività che di redditività rispetto alla media dei 5 principali Paesi europei (oltre all’Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito).
Ma una regolarità ben nota agli economisti industriali ma molto meno ai non addetti ai lavori è che il gap di produttività dell’Italia sembrerebbe almeno in parte legato al “sottodimensionamento” del sistema produttivo e in particolare al ‘nanismo’ del tessuto industriale2.
Infatti, la sottoperformance riguarda in particolare le micro-imprese (da 1 a 9 addetti), per le quali il più basso costo del lavoro non compensa l’ampio gap in termini di produttività, competitività e redditività. La performance delle imprese italiane cresce poi al crescere del numero di addetti: anzi, per le imprese medie e grandi si osserva una competitività (e per le medie imprese anche una produttività) superiore alla media.
Questo risultato è confermato da uno studio, sempre dell’Istat3, secondo cui complessivamente circa la metà del differenziale negativo di produttività delle imprese manifatturiere italiane è spiegato dall’aspetto dimensionale, mentre la specializzazione ne spiega meno di un decimo.
In particolare, sussisterebbe un forte gap negativo di produttività rispetto a Germania e Francia nel comparto delle microimprese, non interamente compensato dal più basso costo del lavoro. La performance delle medie imprese italiane è invece positiva.
Altri fattori citati per spiegare la performance insoddisfacente dell’industria sono l’orientamento geografico delle esportazioni verso aree poco dinamiche e la specializzazione settoriale su prodotti caratterizzati da minor crescita della domanda mondiale e maggiore competizione da parte di paesi emergenti.
La tabella mette in evidenza anche importanti differenziazioni settoriali. Se il divario di produttività riguarda trasversalmente tutti i settori (ciò è coerente con l’ipotesi che si tratti di un gap in termini di produttività totale dei fattori, si veda infra), il ritardo dell’Italia in termini di competitività (e redditività) appare abbastanza contenuto nell’industria e molto marcato viceversa nei servizi (in particolare nei servizi tradizionali, l’unico settore per il quale si riscontra anche un costo del lavoro più alto che nella media degli altri Paesi considerati).
Ancora una volta ciò sarebbe coerente con la presenza di alcune fragilità “strutturali” del sistema-Paese, che però non impediscono alle imprese manifatturiere di competere con successo sui mercati internazionali. Ed è il settore industriale quello più orientato alla concorrenza internazionale, e pertanto quello per il quale ha più senso un confronto internazionale in termini di competitività.
Limitando l’analisi al settore manifatturiero, Aiello, Pupo e Ricotta5, utilizzando dati di impresa per il periodo 1996-2005, hanno evidenziato che: 1) la bassa produttività del lavoro appare spiegata pressoché interamente dalla dinamica della produttività totale dei fattori; 2) il calo della produttività non appare generalizzato ma riconducibile ad alcuni comparti produttivi6; 3) sembra essersi verificata (in particolare nel periodo 2003-05) una ristrutturazione del sistema industriale con una riallocazione di risorse verso le imprese più efficienti (il che confermerebbe i risultati di Barba Navaretti et al. (2007), Bugamelli e Rosolia (2006) e Confindustria (2006)7). Lo studio confermerebbe anche il ruolo del progresso tecnico sulle dinamiche della produttività, già sottolineato negli anni scorsi anche dalla ricerca di Intesa Sanpaolo.
Il ritardo in termini di produttività totale dei fattori sarebbe dovuto alle note “fragilità strutturali” di cui soffre l’Italia, tra le quali ricordiamo:
– elevato peso del debito pubblico che riduce la possibilità di sostenere il ciclo con un incremento delle infrastrutture pubbliche o un taglio delle imposte in particolare sul lavoro;
– percentuale più elevata che negli altri Paesi sviluppati dell’economia sommersa e del fenomeno dell’erosione ed evasione fiscale;
– eccesso di burocrazia e inefficienza del settore pubblico e della giustizia civile;
– presenza di elevati ostacoli alla concorrenza in numerosi settori e in particolare nei servizi professionali;
– presenza di un mercato del lavoro polarizzato (tra dipendenti a tempo indeterminato iperprotetti e lavoratori flessibili con scarse tutele) e centralizzato (con un peso ridotto della contrattazione su base territoriale o aziendale);
– scarsità di incentivi all’innovazione e all’incremento della spesa in tecnologia e ricerca e sviluppo;
– alto costo dell’energia.
In ogni caso, il concetto di competitività non può essere fatto coincidere con il costo del lavoro (assoluto o per unità di prodotto) in quanto:
1) il costo del lavoro è solo per così dire un “input” di competitività, mentre l’output è rappresentato dai prezzi di vendita dei beni e servizi esportati;
2) la capacità di competere sui mercati internazionali è un concetto più ampio della mera competitività di costo (pur essendo sicuramente ad essa legata), e si misura con la effettiva performance dell’export di un Paese (che dipende non solo da fattori di costo ma dalla qualità dei prodotti e dai servizi offerti).
Passiamo dunque all’analisi della performance effettiva dell’export italiano che è ciò che realmente conta nell’affrontare il tema della competitività.
È innegabile che negli ultimi anni l’Italia abbia perso quote di mercato sul commercio mondiale, ma ciò non è sorprendente perché ha riguardato la maggior parte dei Paesi sviluppati, in un contesto di costante crescita della quota dei Paesi cosiddetti “emergenti”.
Ad esempio, il calo della quota di mercato dell’Italia (dal 4,1% nel 1999 al 3,2% nel 2009) è meno marcato di quello della Francia (dal 5,4% al 4%); la Germania rimane un’eccezione perché è riuscita a mantenere all’incirca costante la sua quota poco sotto il 9%.
Il calo della quota di mercato dell’Italia è assai meno marcato se valutato rispetto non al commercio mondiale ma ai soli Paesi OCSE, specie se si esclude la Germania.
Inoltre, la crescita dell’export export nominale è risultata negli ultimi dieci anni circa in linea con la media dell’Eurozona, ed è decisamente superiore ad esempio a quella riscontrata in Francia.
Ciò riflette non soltanto la crescita dei volumi ma anche un aumento dei valori medi unitari delle esportazioni. L’ampia letteratura che si è sviluppata su questo tema negli ultimi anni in Italia concorda sul fatto che tale fenomeno sia da attribuirsi a un riposizionamento competitivo delle imprese esportatrici, che, pur rimanendo focalizzate in gran parte sui tradizionali settori del “Made in Italy”, hanno fatto rilevanti sforzi (incrementando qualità e contenuto innovativo in termini di design, tecnologia e servizio) per aggredire le fasce a più alto valore aggiunto di ogni mercato e settore di riferimento.
Il processo di selezione industriale che ha riguardato soprattutto gli anni di maggiore caduta della quota di mercato dell’Italia (tra il 2000 e il 2005) ha certamente contribuito a una maggiore efficienza in tal senso.
Negli anni successivi al 2005, infatti, la performance del nostro export pare in netto miglioramento. Da segnalare i risultati di Monducci (Istat, 2009), secondo cui dall’analisi dei dati di impresa emerge che tra il 2001 e il 2007 le imprese esportatrici sono state quelle maggiormente dinamiche (+18,9% di crescita del valore aggiunto rispetto al +7,8% di quelle non esportatrici), il che confermerebbe che la produttività/competitività delle imprese esportatrici è superiore alla media delle imprese italiane.
Gran parte del differenziale è spiegato dalla più elevata presenza di grandi imprese (dimensione media delle imprese: esportatrici 30 addetti, non esportatrici meno di 5 addetti), tuttavia emerge anche un differenziale positivo di produttività del lavoro per le imprese esportatrici in tutte le classi di addetti, in particolare nelle piccole imprese.
Dopo le importanti difficoltà mostrate dal sistema delle imprese esportatrici tra il 2000 e il 2005, successivamente è emersa una migliore performance, anche grazie ad alcune modificazioni che sembrano assumere carattere “strutturale”: incremento dell’incidenza dei beni strumentali, dei beni intermedi e dell’energia e riduzione del peso dei beni di consumo.
Lo studio conferma la forte crescita dei valori medi unitari delle esportazioni, di molto superiore a quella dei principali paesi europei, che sembrerebbe indicare la presenza di fenomeni, comparativamente più rilevanti nel nostro paese, di ricomposizione dell’export e di incremento della qualità dei prodotti esportati. A conferma di ciò vi è l’aumento della propensione innovativa delle imprese esportatrici nel 2004-06 rispetto al 2002-04.
Per tenere conto di tutte queste considerazioni, e per dare un’idea meno distorta della performance competitiva dell’Italia, può essere opportuno considerare le serie sull’export mondiale di soli beni manufatti (escludendo dunque energia, alimentari e materie prime grezze in generale), in quanto, complice anche la salita dei prezzi, gli ultimi anni hanno visto una netta crescita della quota nell’export mondiale dei Paesi esportatori di energia e materie prime alimentari.
Per tener conto del fenomeno dello spostamento verso produzioni a crescente valore aggiunto, riteniamo sia opportuno considerare queste serie in termini nominali (ovvero a prezzi correnti). Ebbene, l’analisi di queste serie (fonte: 2008 International Trade Statistics Yearbook delle Nazioni Unite) mostra che la performance dell’Italia è stata all’incirca in linea con gli altri Paesi dell’area dell’euro (esclusa la Germania, unico tra i Paesi sviluppati a vedere crescere la sua quota di mercato negli ultimi dieci anni).
La quota dell’Italia sull’export mondiale totale, dopo aver toccato un punto di minimo nel 2006 (al 4,4%) è da allora risalita sino al 5,2% del 2008 (ultimo anno disponibile). Di più, la quota dell’Italia sul totale dei Paesi sviluppati è salita costantemente nell’ultimo decennio, dal 6,8% del 1999 al 7,5% del 2008.
Addirittura, la quota dell’Italia sul totale dei Paesi del G-7 non è mai stata tanto elevata da oltre un secolo, toccando un massimo storico di 10,8% nel 2008 (dal 9,2% del 1999).
Anche altri indicatori più “qualitativi” (o meglio, che si basano su un concetto di competitività più ampio di quella di costo) supportano l’idea che l’Italia sia un Paese competitivo sui mercati internazionali.
Secondo il “Trade Performance Index” calcolato da WTO/UNCTAD9 (dati 2008), l’Italia è leader mondiale in 3 su 14 macrosettori: tessile, abbigliamento e cuoio, pelletteria e calzature, e secondo in altri 4 macrosettori: manifattura di base (in cui rientrano i marmi e le piastrelle in ceramica), meccanica non elettronica, meccanica elettrica ed elettrodomestici e altri prodotti manifatturieri (che include l’occhialeria e l’oreficeria).
Secondo tale classifica la performance dell’Italia sarebbe seconda solo a quella della Germania (che può vantare ben 8 “medaglie d’oro” e una d’argento). Il fatto che l’Italia sopravanzi in questa classifica un gigante come la Cina (che esibisce un primo posto, due secondi posti e due “medaglie di bronzo”) è dovuto al peso che ha nell’indice l’export in rapporto alla popolazione, nonché alla maggiore diversificazione per prodotto o per mercato di sbocco che caratterizza l’export italiano.
Si aggiunga che, a differenza di altri Paesi dell’area euro (nello specifico Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), l’Italia presenta una posizione finanziaria sull’estero tutto sommato gestibile (al 3° trimestre del 2009, lo stock della posizione finanziaria netta sull’estero era pari a -16,3% del PIL10), il che fa sì che l’Italia abbia, rispetto a quei Paesi, minori necessità di attrarre investimenti esteri e di migliorare il saldo delle partite correnti per finanziare il proprio debito estero.
Anzi per la verità negli ultimi trimestri si riscontra un’inversione nel saldo delle partite correnti, che nel 3° trimestre è tornato in positivo (considerando la variazione cumulata degli ultimi 4 trimestri, a +2,2% del PIL) per la prima volta dal 1998 ovvero dall’era pre-euro. In sintesi, il gap di competitività delle imprese italiane è probabilmente inferiore a quanto normalmente si ritiene.
L’Italia evidenzia un ritardo di produttività legato alla ridotta dimensione media delle imprese, nonché a fattori istituzionali già sottolineati da OCSE e FMI11 (inefficienza della spesa pubblica, malfunzionamento della giustizia civile, diffusione dell’evasione fiscale, scarsa concorrenza nei servizi professionali, eccesso di burocrazia), ma non sembra aver perso (e anzi sembra aver in parte recuperato dal 2005 ad oggi) la sua capacità di competere sui mercati mondiali.
Tale capacità sarà cruciale nei prossimi mesi in quanto l’export, in presenza di una domanda domestica che rimarrà stagnante, è l’unica componente di crescita che sembra avere ampi margini di ripresa.
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