Image

GAM: L’elefante nella stanza

GAM: Come nel corso del XIX secolo, la globalizzazione degli ultimi quarant’anni ha coinciso con innovazioni tecnologiche che hanno aumentato la produttività e tenuto bassi prezzi e inflazione.


Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da AdvisorWorld iscriviti alla Nostra Newsletter gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente


A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR


Il pendolo della Storia oscilla nuovamente verso la deglobalizzazione, il confronto tra blocchi di influenza aumenterà le inefficienze e i costi.

Negli ultimi due secoli la libertà di movimento di capitali, merci e persone ha avuto un andamento simile a quello delle maree, moti ondosi di innalzamento degli scambi e della cooperazione seguiti da fasi di arretramento. La globalizzazione non è un fenomeno nuovo, la prima ondata fu quella attuata dall’antica Roma, cominciata con la realizzazione delle prime strade nel III secolo a. C. e fondata sulla forza economica e militare.

Si sono poi susseguite le globalizzazioni della Via della Seta, la prima tra il I e il V secolo, la seconda tra il XIII e il XIV secolo della nostra era. Ma la prima ondata di globalizzazione che possiamo misurare in termini moderni fu quella innescata in Europa dalla Rivoluzione Industriale. Le innovazioni tecnologiche fecero fare balzi prodigiosi alla produttività e ai volumi dei beni prodotti, presero forma lunghi cicli di sviluppo, il secolo del Positivismo e delle scoperte scientifiche fu un periodo di intensa attività economica, di crescita, di bassa inflazione e di tassi di interesse contenuti.

Quelle stesse condizioni di innovazione tecnologica e avanzamenti produttivi si sono ripresentate tra gli anni Ottanta e oggi, quattro decenni di globalizzazione caratterizzati da crescita, tassi bassi e assenza di inflazione. La nuova fase di deglobalizzazione che sembra aprirsi costituisce invece l’arretramento della marea, l’ordine globale smette di convergere e anzi si frantuma, gli antagonismi tra paesi o blocchi di paesi prevaricano sulla cooperazione e il risultato di isolamenti sospettosi saranno nuove forme di inefficienza e maggiori costi.

Alla prima globalizzazione del XIX secolo fece seguito la deglobalizzazione dei nazionalismi e delle guerre della prima metà del Novecento, oggi la guerra in Ucraina e i nuovi nazionalismi fanno ancora una volta oscillare il pendolo della Storia verso la frantumazione e l’isolamento in blocchi di influenza.

Nel corso del 2021 l’inflazione negli Stati Uniti è balzata in un tempo rapidissimo a livelli non più visti negli ultimi quarant’anni sulla spinta di tre fattori eccezionali e temporanei: le misure di sostegno a consumatori e piccole attività, la carenza di manodopera, con molti lavoratori a casa per paura dei contagi o costretti dalle chiusure delle scuole e, potentissima terza forza, la sorprendente ripresa della domanda che ha trovato impreparata l’offerta.

Una “supply-side inflation” molto diversa dalla grande inflazione degli anni Settanta, che entrò lentamente e letalmente nell’organismo economico a seguito di scelte monetarie e fiscali prese nella metà del decennio precedente.

La graduale diminuzione di quelle tre forze avrebbe con molta probabilità comportato la progressiva diminuzione dell’inflazione, anche sulla spinta delle dinamiche di lungo periodo che l’hanno tenuta a bada negli ultimi quattro decenni. La guerra e la logica avvelenata del confronto tra blocchi cambiano completamente le prospettive e, come nelle deglobalizzazioni del passato, anche questa in cui il mondo rischia di entrare comporterà un aumento dei costi.

L’inflazione è l’elefante nella stanza, la vera protagonista della scena economica. La settimana scorsa i verbali dell’ultima riunione del Board della Federal Reserve hanno confermato le preoccupazioni dei banchieri centrali e la loro intenzione a procedere con decisione, sia con l’aumento dei tassi, senza escludere singoli interventi di 50 punti base, sia con la riduzione del bilancio.

Quest’ultima manovra dovrebbe favorire l’aumento dei tassi di interesse a lungo termine e affrettare il recupero del terreno dall’attuale posizione di “dietro la curva” della banca centrale americana. In condizioni normali l’aumento dei tassi tende ad appiattire la struttura delle scadenze alzandone la parte a breve, ma queste non sono condizioni normali, il ciclo di rialzo dei tassi coincide con una curva che è già piatta a causa dei massicci acquisti di titoli da parte della Federal Reserve.

Un anno fa di questi tempi commentavamo il sorprendente recupero della crescita globale, il rendimento del decennale americano era attorno a 1,6%, i prezzi scontavano un’inflazione di circa il 2,5% per i successivi cinque anni. Le aspettative erano ancora quella di una ripresa ragionevolmente equilibrata, l’aumento dell’inflazione non avrebbe cambiato granché lo scenario, la narrazione prevalente era quella del successo delle campagne vaccinali, delle politiche monetarie ultra-accomodanti, degli stimoli fiscali.

La guerra sconquassa ogni cosa, vite, destini, prospettive: il costo delle materie prime e il rallentamento degli scambi commerciali costituiscono i due maggiori ostacoli alla crescita globale. C’è una robusta relazione positiva tra commercio internazionale, produttività, crescita globale: è già stata rilevata una diminuzione dei volumi di merci scambiati e, se dovesse consolidarsi, prenderà forza l’ipotesi di bassa crescita nel lungo termine.

Il rallentamento riguarda anche la Cina. La guerra in Ucraina e i contagi della variante Omicron costituiscono due imprevedibili minacce ai piani del governo fondati sui tre pilastri della crescita, della sconfitta del Covid, della dichiarata competizione sfida con gli Stati Uniti. In Cina l’attività economica rallenta, la settimana scorsa il Consiglio di Stato, il massimo organismo amministrativo della Repubblica Popolare, ha avvertito che ci saranno “ulteriori aumenti di nuove pressioni al ribasso”.

La lotta al Covid perseguita con ostinata durezza sta registrando forti contraccolpi, il lockdown imposto alla popolazione di Shanghai costituisce un ulteriore inciampo al funzionamento delle catene della fornitura mentre le proteste dei cittadini sono un colpo inatteso all’autorità del governo e dello stesso Xi Jinping. Per la leadership politica cinese l’avanzamento e lo sviluppo sono indispensabili, eppure anche la Cina, come l’Europa, fronteggia il probabile il rallentamento strutturale a causa della sfavorevole struttura demografica.

Lo scenario estremamente incerto è stato uno degli argomenti più discussi nelle conversazioni con i molti consulenti finanziari incontrati la settimana scorsa a Roma, nella tre giorni di Consulentia 2022, l’evento annuale di Anasf tornato in presenza dopo l’interruzione per l’emergenza sanitaria. Con molti consulenti abbiamo ricordato la condizione “ontologica” dei portafogli di investimento, vulnerabili alle oscillazioni di breve termine e resistenti nel lungo periodo.

Negli ultimi due anni le varie rotazioni settoriali sono state effimere, il favore prestato quando al “value” e quando al “growth” ha avuto un movimento ondoso, condizionato dalla mutevolezza cangiante delle notizie e delle narrazioni. Sarebbe incauto scommettere con sicurezza su rotazioni settoriali o di stile, abbiamo detto, lo stile “value” è ad esempio fortemente condizionato dalle prospettive di crescita, mentre il “growth” è sensibile ai tassi ma dalla sua ha le prospettive di medio lungo periodo.

La sfida è la protezione del capitale contro l’inflazione e l’evidenza storica mostra che uno dei modi migliori per generare rendimenti reali è l’investimento azionario, in particolare nei settori che possono esercitare un potere di prezzo come i beni di consumo discrezionali e la tecnologia.

Negli scambi di idee durante le giornate di Consulentia, è emerso che la preoccupazione più avvertita dai consulenti riguarda le obbligazioni, la classe di attivo che rappresenta la gran parte del risparmio finanziario degli italiani e per la quale l’inflazione è acido che corrode il valore delle cedole e del capitale in rimborso.

Non tutte le obbligazioni sono uguali, abbiamo ricordato, questo è il tempo dell’attenzione, della selezione attiva. L’aumento dei tassi comporta ad esempio l’aumento dei costi di finanziamento, pessima notizia per molti ma non per il settore finanziario che beneficia di più alta redditività. Vale la pena allora considerare il debito subordinato, in prevalenza emesso da banche e assicurazioni.

La diversificazione non protegge i portafogli in qualsiasi momento e da qualsiasi perdita ma è il vero “porto sicuro” nel lungo termine. Entriamo in una nuova storia, anche noi viaggiatori tra due epoche come furono Stefan Zweig e Robert Musil, testimoni del passaggio tra l’epoca della globalizzazione e, dopo il 1914, della deglobalizzazione.

Come investitori, la novità del 2022 è il ritorno del rischio politico, fino ad oggi considerato e valutato solo in relazione ai paesi emergenti. Non i governi e le leadership politiche ma i banchieri centrali sono stati i protagonisti negli ultimi decenni. Oggi invece, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, i risparmiatori dovranno tener conto anche della geopolitica nelle loro valutazioni di investimento.

Fonte: AdvisorWorld.it


Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.