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Il Punto – Prosegue la tendenza discendente dell’inflazione annua

Il Punto : Prosegue la tendenza discendente dell’inflazione annua sia nell’Eurozona (CPI a 2,6% da 2,8% a febbraio, CPI core BCE a 3,3% da 3,6%) che negli USA (deflatore dei consumi core a 2,8% da 2,9% a gennaio).

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In questa fase, sembrano esserci meno ostacoli al processo disinflattivo nell’area euro che negli Stati Uniti: in tal senso, la settimana prossima, la BCE dovrebbe comunicare una revisione al ribasso delle proiezioni dello staff sia sul PIL che sull’IPCA, preparando il terreno per un taglio dei tassi in una delle due riunioni successive (più probabilmente a giugno che ad aprile).

Area euro. La settimana prossima, l’evento più importante è la riunione del Consiglio Direttivo della BCE giovedì 7, da cui non sono attese novità sui tassi. Le nuove previsioni dello staff dovrebbero includere limature al ribasso delle proiezioni di crescita e inflazione; la comunicazione dovrebbe ribadire che la politica monetaria sarà decisa riunione per riunione sulla base dei dati, senza fornire neppure questa volta un netto indirizzo ufficiale. Non è da escludere che possa essere annunciata già a questa riunione la conclusione del lavoro sulla revisione del quadro operativo della politica monetaria, anche se non risultano annunci ufficiali di un anticipo rispetto alla scadenza della “primavera”. Riteniamo che l’avvio della fase di taglio dei tassi sia ormai imminente, ma è probabile che considerazioni legate al contenimento dei rischi reputazionali inducano a rinviare a giugno la prima mossa, continuando con l’approccio “dipendente dai dati”.

Nel frattempo, i dati preliminari sui prezzi al consumo di febbraio, diffusi in settimana, hanno confermato il rallentamento dell’inflazione Eurozona, in linea con le attese, a 2,6% a febbraio da un precedente 2,8%. L’indice core è però diminuito meno del previsto (la misura al netto di energia e alimentari freschi a 3,3% da 3,6%), per via di una resilienza nei servizi (3,9% da 4%). L’inflazione è calata in tutti i maggiori Paesi (da 3,1% a 2,7% in Germania, da 3,4% a 3,1% in Francia, da 3,5% a 2,9% in Spagna), con la sola eccezione (attesa) dell’Italia, dove si è registrata una stabilità (a 0,9% sull’IPCA).

Gli indici di fiducia diffusi in settimana (ESI Commissione UE per l’Eurozona, survey Istat in Italia) hanno dati segnali più negativi rispetto alla prima parte della tornata di indagini di febbraio, evidenziando rinnovata debolezza non solo nell’industria ma anche nei servizi, nel commercio al dettaglio e nelle costruzioni (mentre prosegue il sia pur lento recupero del morale delle famiglie).

Il mercato del lavoro, pur restando robusto, comincia a mostrare qualche segnale di indebolimento: in Germania, i disoccupati a febbraio sono aumentati di 11 mila unità, per un tasso di disoccupazione al 5,9% (ai massimi da maggio 2021); in Francia, gli occupati nel 4° trimestre sono rimasti invariati (e sono calati di un decimo nel settore privato). In Italia, il tasso dei senza-lavoro è rimasto al 7,2% a gennaio (minimo dal 2008), ma solo per effetto di un aumento degli inattivi (gli occupati sono diminuiti di 34 mila unità). Nell’intera Eurozona la disoccupazione è scesa di un decimo a 6,4%, ma il dato del mese precedente è stato rivisto al rialzo di un decimo.

In Italia, i dati annui hanno visto un PIL non corretto per i giorni lavorativi in crescita più del previsto nel 2023, a 0,9% in volume (da 4% precedente, rivisto al rialzo da 3,7%) e 6,2% ai prezzi di mercato (da 7,7% nel 2022, rivisto da 6,8% precedente). A fronte di dati di PIL (sia a prezzi correnti che concatenati) migliori del previsto, il disavanzo della PA si è però attestato al 7,2% del PIL, ben più alto che nelle previsioni della NADEF (ferme a 5,3%), per effetto di un’adesione ancora superiore al previsto ai bonus edilizi. Il consolidamento dei dati relativi al Superbonus, nonché la riclassificazione dei crediti d’imposta del pacchetto “Transizione 4.0” come payable, si sono riflessi in una revisione al rialzo dell’indebitamento netto anche per il 2022 (8,6% del PIL da una precedente stima a 8%). La revisione al rialzo del livello del PIL nominale (pari a oltre 16 miliardi nel 2022) si è però tradotta in un rapporto debito/PIL molto più basso di quanto stimato in precedenza, al 137,3% nel 2023 (contro il 140,2% previsto nella NADEF) da 140,5% nel 2022 (rivisto al ribasso da 141,7%). Tuttavia, mantenere una traiettoria discendente sarà assai più arduo già a partire da quest’anno, per via di un differenziale assai meno favorevole tra crescita del PIL nominale e costo del debito, nonché della possibilità di un’adesione ancora sostenuta ai bonus fiscali ancora esistenti.

La settimana prossima è piuttosto leggera in termini di dati in uscita: i più rilevanti saranno i numeri sulla produzione industriale di gennaio in Germania, Francia e Spagna, che rifletteranno una accentuata volatilità nei due mesi a cavallo d’anno. Nella maggiore economia dell’area, ci aspettiamo un parziale rimbalzo (0,6% m/m) dopo il calo di -1,6% m/m a dicembre: lo sciopero ferroviario di fine mese, seppur durato meno del previsto, ha coinvolto anche i treni merci, ma i dati sul traffico autostradale sembrano suggerire che l’impatto sia stato compensato, almeno in parte, dal trasporto su gomma; anche le costruzioni potrebbero aver beneficiato di condizioni metereologiche più favorevoli rispetto ai mesi precedenti. L’attività industriale tedesca è destinata comunque a rimanere debole nei prossimi mesi, vista la persistente debolezza della domanda estera: gli ordini all’industria dovrebbero tornare a calare a gennaio, prevediamo di -6% m/m, dopo che l’ampio balzo di dicembre era spiegato esclusivamente da singole commesse ad elevato impatto nell’aeronautica. In Francia, la produzione industriale è attesa correggere di -0,9% m/m dopo che il robusto incremento di dicembre (+1,1% m/m) era stato sostenuto da anomalie stagionali, che avranno effetto opposto a inizio 2024. In Spagna, il rimbalzo del settore auto potrebbe aver supportato l’output industriale (+0,5% m/m da -0,3% precedente).

I dati relativi all’intera Eurozona riferiti al mese di gennaio dovrebbero mostrare un PPI poco variato (-0,1% m/m, -7,9% a/a) dopo l’ampia flessione di dicembre (-0,8% m/m), e vendite al dettaglio in calo per il terzo mese consecutivo (nostra stima: -0,3% da -1,1% m/m), dopo che in settimana si è registrata una flessione sia in Germania che in Francia. Infine, le ultime indagini relative a febbraio, i PMI servizi di Italia e Spagna dovrebbero confermare un quadro più favorevole rispetto a Germania e Francia, con indici su livelli ancora espansivi e in miglioramento rispetto al mese precedente (a 52,7 da 51,2 in Italia e a 52,8 da 52,1 in Spagna).

Stati Uniti. La prossima settimana, l’attenzione sarà rivolta all’employment report di febbraio, in calendario venerdì 8 marzo: prevediamo una moderazione nella creazione di posti di lavoro non agricoli a febbraio, con un aumento atteso di 180 mila unità (da 353 mila a gennaio). Il tasso di disoccupazione dovrebbe rimanere stabile al 3,7%. Si attende un marginale incremento del tasso di partecipazione a 62,6% e delle ore lavorative settimanali a 34,2, dopo il calo dovuto al maltempo di gennaio). Infine, è atteso un raffreddamento della crescita congiunturale dei salari orari, a 0,2% m/m da 0,6% m/m precedente.

L’altro dato rilevante della settimana sarà l’ISM del settore dei servizi (in calendario martedì 5), atteso in rallentamento a 53 a febbraio, da 53,4 il mese precedente: sarà importante verificare la dinamica delle intenzioni di assunzione (che, dopo il crollo “anomalo” di dicembre, si erano “normalizzate” a gennaio), nonché quella dei prezzi pagati, che a gennaio avevano raggiunto un massimo da quasi un anno a 64. Sempre martedì, sarà diffuso il dato sugli ordini all’industria, attesi in flessione di circa due punti percentuali a gennaio dopo la sostanziale stagnazione di dicembre. Infine, il deficit commerciale dovrebbe ridursi lievemente a gennaio, da 62,2 a 61,7 miliardi di dollari.

Sul fronte del ciclo, ci sono indicazioni di minor vigore dei consumi: la spesa personale in termini reali a gennaio è calato di -0,1% m/m, e risulta ora in rotta (in caso di stabilità a febbraio e marzo) per una crescita dei consumi di contabilità nazionale attorno a 1,5% t/t ann. nel trimestre in corso (circa la metà del ritmo visto nei due trimestri precedenti). Il calo a sorpresa della fiducia dei consumatori secondo il Conference Board a febbraio (a 106,7 da 110,9) non suggerisce indicazioni di riaccelerazione, così come la stagnazione del reddito disponibile reale delle famiglie a gennaio, pur in un contesto di accelerazione del reddito nominale (1% m/m) e di risalita del tasso di risparmio (3,8%, dopo il calo a 3,7% il mese precedente).

Ma l’informazione più rilevante della settimana appena trascorsa riguarda il deflatore dei consumi, che a gennaio ha mostrato una accelerazione in linea con quanto ci si poteva attendere dopo le sorprese al rialzo su CPI e PPI, a 0,3% m/m (0,4% core) dopo lo 0,1% di dicembre. Sia il deflatore headline che quello core hanno comunque mantenuto un rallentamento su base annua, rispettivamente a 2,4% da 2,6% e a 2,8% da 2,9%, in entrambi i casi ai minimi da quasi tre anni.

A nostro avviso, le informazioni congiunturali recenti restano coerenti con un primo taglio Fed a giugno e ribassi cumulati per 75 punti base quest’anno (al momento, i rischi si stanno spostando verso tagli semmai di entità minore rispetto a questo scenario di base).


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Fonte: InvestmentWorld.it


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