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Il Punto – La BCE ha tagliato le stime di crescita e inflazione

Il Punto : La BCE ha tagliato le stime di crescita e inflazione, e il wording di Christine Lagarde ci pare coerente con la nostra idea di un primo taglio dei tassi il 6 giugno.

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Anche per la Fed confermiamo l’idea di un avvio del ciclo espansivo a giugno, ma se i dati di febbraio su mercato del lavoro e inflazione dovessero sorprendere ancora al rialzo come a gennaio, aumenterebbero le chance di un rinvio del primo taglio ai mesi successivi.

Area euro.

L’evento più importante della settimana è stata la riunione del Consiglio Direttivo della BCE. La novità viene dalle nuove proiezioni dello staff, che incorporano una revisione al ribasso dei numeri sia sulla crescita che sull’inflazione nel 2024 (a 0,6% da 0,8%, e a 2,3% da 2,7%, rispettivamente); soprattutto, la stima sull’IPCA 2025 è stata rivista al ribasso di un decimo, al 2%, in sostanza configurando il raggiungimento del target già l’anno prossimo anziché nel 2026 come in precedenza atteso. Quanto dichiarato da Christine Lagarde in conferenza stampa ci pare coerente con la nostra view (solo fino a qualche settimana fa disallineata rispetto al mercato e ora sostanzialmente in linea con le attese degli investitori), che include un primo taglio dei tassi il 6 giugno e tre ribassi complessivi da 25pb quest’anno (anche se l’eventualità che i tagli possano alla fine essere quattro non può essere esclusa del tutto).

Questa settimana, i numeri di gennaio sulla produzione industriale in Germania, Francia e Spagna, al di là di un’accentuata volatilità su base mensile anche dovuta a problemi nelle procedure di destagionalizzazione emersi nell’era post-pandemica, hanno confermato che è ancora presto per vedere una ripresa dell’attività manifatturiera. In Germania, l’output ha mostrato un parziale rimbalzo (1% m/m) dopo il calo del mese precedente (-2% m/m), ma i dati sugli ordini e le indagini di fiducia suggeriscono che la debolezza della domanda continuerà a pesare sull’attività nel breve termine (abbiamo recentemente tagliato le nostre previsioni sul PIL tedesco, da 0,2% a zero per il 2024 e da 1,5% a 1,1% nel 2025; ne deriva anche una minore accelerazione attesa per l’Eurozona l’anno prossimo, a 1,3% da un 1,5% stimato in precedenza).

In Francia, non solo l’output è calato assai più del previsto a gennaio (-1,1% m/m), ma il dato precedente è stato rivisto al ribasso (da 1,1% a 0,4% m/m), confermando che il robusto incremento di dicembre era dovuto ad anomalie stagionali e non rappresentava un’inversione di tendenza. Nel complesso, i dati nazionali già comunicati, assumendo anche una correzione in Irlanda dopo il balzo eccezionale di fine 2023, sono coerenti con una produzione industriale nell’Eurozona (in calendario mercoledì 13) in calo di circa -1% m/m a gennaio, dopo il 2,6% m/m precedente (dato che con ogni probabilità verrà rivisto al ribasso).

Per il resto, la prossima settimana nell’Eurozona si presenta povera di dati economici rilevanti. Le letture finali d’inflazione nelle quattro principali economie non dovrebbero riservare particolari sorprese, confermando il calo generalizzato di febbraio (con la sola eccezione dell’Italia, dove si è avuta una stabilità nel mese). Le nostre attuali stime sull’inflazione area euro sono più basse di quelle della BCE per il 2025 (a 1,8% sia per quanto riguarda l’indice headline che il core). Per quanto riguarda gli altri dati diffusi in settimana, i PMI di febbraio sono stati rivisti al rialzo, di quattro decimi il manifatturiero, a 46,5, e di due decimi i servizi, a 50,2 (ai massimi dallo scorso luglio). In particolare, hanno sorpreso al rialzo i PMI servizi di Italia e Spagna, a 52,2 e 54,7 rispettivamente, in entrambi i casi ai massimi da maggio dello scorso anno. In Italia, l’Istat ha comunicato la nuova serie trimestrale del PIL, coerente con i dati annui diffusi il 1° marzo: la crescita 2023 (sul dato corretto per i giorni lavorativi) è stimata ora all’1% (da 0,7% in precedenza), con una variazione acquisita per il 2024 in aumento da +0,1% a +0,2%. Nell’area euro, il PPI è calato più del previsto a gennaio (-0,9% m/m, come a dicembre, per una variazione annua ancora in territorio ampiamente negativo, a -8,6% da -10,7%), e le vendite al dettaglio sono risultate sostanzialmente stagnanti nello stesso mese dopo l’ampio calo di dicembre (-0,6% m/m), per una variazione annua in ulteriore flessione a -1% da -0,5% precedente. Nel complesso, dunque, i dati della settimana non modificano gran che il quadro congiunturale, evidenziando solo vieppiù una rinnovata debolezza nel settore industriale a fronte invece di una (moderata) riaccelerazione della domanda nei servizi. Le nostre stime sulla crescita economica nell’Eurozona restano più basse di quelle dello staff BCE, sia per quest’anno (0,4% contro 0,6%) che per il 2025 (1,3% vs. 1,5%).

Stati Uniti.

Powell ha utilizzato la sua testimonianza biennale al Congresso (Humphrey-Hawkins) per ribadire che la Fed non ha fretta di tagliare i tassi di interesse, resta attenta ai rischi dell’inflazione e pertanto non vuole allentare la presa troppo rapidamente. Le poche novità rispetto alle ultime uscite lasciano intendere che lo scenario di base della Fed resti quello coerente con le proiezioni del FOMC di dicembre ovvero con circa 75pb di tagli dei tassi nel corso del 2024 (e con la nostra idea di un primo taglio, anche per la Fed come per la BCE, a giugno). Il flusso di discorsi da autorevoli esponenti, come Bostic, Mester, Collins, Kugler e Barkin, Daly e William (votanti), nonché Goolsbee e Kashkari (non votanti), ha ribadito in media una fiducia nello scenario di soft landing, sottolineando l’importanza di un approccio cauto e dipendente dai dati, che non pare coerente ad oggi con un avvio del ciclo espansivo prima del 12 giugno. Anzi, in caso di sorpresa al rialzo sui dati su payrolls e CPI di febbraio, non è da escludere che le attese si spostino verso il FOMC del 31 luglio o del 18 settembre.

Il Beige Book preparato in vista del FOMC del 19-20 marzo riporta che l’attività economica complessiva è aumentata leggermente rispetto all’inizio di gennaio. La spesa dei consumatori, in particolare per i beni al dettaglio, ha mostrato una tendenza al ribasso, influenzata anche da una maggiore elasticità ai prezzi. L’occupazione è aumentata a un ritmo lieve o modesto nella maggior parte dei distretti, con un ulteriore allentamento delle tensioni sul mercato del lavoro. Quasi tutti i distretti hanno segnalato un miglioramento della disponibilità di manodopera nonostante la crescita dei salari sia proseguita in tutti i distretti, ma a un ritmo più lento, allineandosi maggiormente alle medie storiche. Le pressioni sui prezzi sono rimaste, ma alcuni distretti hanno segnalato un certo grado di moderazione dell’inflazione.

In tema di corsa alle presidenziali, il Super Tuesday si è chiuso con poche sorprese. Donald Trump ha rafforzato la sua posizione per la conquista della candidatura repubblicana, dopo aver vinto in 14 dei 15 Stati; Nikki Haley ha annunciato il ritiro dalla corsa alla Casa Bianca, aggiungendo che non darà il suo endorsement a Trump. Anche Biden ha fatto il pieno dei voti nei caucus democratici. Entrambi i candidati hanno perso sostenitori rispetto al 2020 ma, salvo intoppi giudiziari (per Trump, sempre meno probabili) e di salute (per Biden), è molto probabile che si assista il prossimo novembre a una replica dello scontro Biden-Trump di 4 anni fa. Nel frattempo, in Congresso si cercano in questi giorni difficili equilibri per scongiurare il rinnovato spettro dello “shutdown”. La prossima scadenza per l’approvazione di un accordo che consenta di superare l’impasse è la mezzanotte di oggi (venerdì 8 marzo).

Sul fronte dei dati congiunturali, in attesa dell’employment report di oggi pomeriggio, e dopo il calo a sorpresa dell’ISM manifatturiero comunicato il 1° marzo (a 47,8 a febbraio, da 49,1 il mese precedente), con in particolare un ritorno in territorio recessivo dei nuovi ordini e un’ulteriore flessione delle intenzioni di assunzione, la settimana che va concludendosi ha mostrato viceversa una revisione al rialzo dell’indice PMI manifatturiero diffuso da S&P (a 52,2 a febbraio, da 51,5 della stima preliminare e da 50,7 di gennaio). Tuttavia, l’indice ISM dei servizi è sceso più del previsto, a 52,6 da 53,4 precedente, mostrando un miglioramento dei nuovi ordini ma un ritorno in territorio di contrazione della componente occupazionale. Anche il PMI Servizi di S&P è stato rivisto al rialzo, a 52,3 da un preliminare a 51,3 e da 52,5 di gennaio. Gli ordini all’industria sono diminuiti di -3,6% m/m a gennaio (-0,8% al netto dei trasporti), e gli ordini di beni durevoli al netto di difesa e aerei sono stati rivisti al rialzo (a zero, sulla variazione mensile). Forse la maggiore sorpresa della settimana è stato l’aumento ben superiore al previsto delle vendite di auto in febbraio (a 15,8 milioni), che hanno così recuperato pienamente il calo a 15,4 milioni registrato a gennaio. Insomma, le indicazioni congiunturali sono risultate miste; la maggior parte degli indicatori di nowcasting vede ora una crescita del PIL nel trimestre corrente tra il 2% e il 2,5% t/t ann. (lievemente al di sotto della nostra stima).

La prossima settimana il dato più importante in calendario sarà il CPI di febbraio (in agenda martedì 12): è attesa una crescita di 0,4% m/m per l’indice headline e di 0,3% sul core; su base annua, l’indice headline è visto stabile a 3,1%, il core in rallentamento a 3,7% da 3,9%. I prezzi alla produzione (in calendario giovedì 14) sono attesi mostrare variazioni congiunturali più contenute, di 0,3% e 0,2% m/m rispettivamente per gli indici al lordo e al netto delle componenti più volatili. Le vendite al dettaglio sono viste in parziale recupero a febbraio dopo il calo del primo mese dell’anno (0,6% m/m, 0,4% al netto delle auto), così come produzione industriale e grado di utilizzo degli impianti: l’entità del rimbalzo chiarirà quanto i dati deboli di gennaio fossero da considerarsi temporanei perché viziati dalle condizioni meteo particolarmente avverse. Infine, il dato preliminare di marzo sulla fiducia dei consumatori diffusa dall’Università del Michigan dovrebbe registrare una sostanziale stabilizzazione (a 77) dopo la flessione di febbraio.


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Fonte: InvestmentWorld.it


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