DPAM : Da un punto di vista macro, nel mondo ci sono tre livelli di prezzi da tenere d’occhio: quello del petrolio, i tassi decennali statunitensi e il dollaro USA.
A cura di Yves Ceelen, CIO Global Balanced di DPAM
Tutti e tre dipendono dalle decisioni politiche della nuova amministrazione statunitense che saranno prese all’inizio del 2025.
Prendiamo ad esempio il prezzo del petrolio. L’OPEC+ cerca di stabilizzarne il prezzo limitando la produzione. Ciò significa che esiste una capacità produttiva inutilizzata e che il prezzo del petrolio potrebbe essere vulnerabile. Se la nuova amministrazione statunitense riuscirà a ottenere una pace o almeno una tregua in entrambi i conflitti geopolitici, potrebbe esserci un “dividendo della pace” e di conseguenza un prezzo del petrolio più basso, poiché i prezzi elevati dell’oro nero agiscono come una tassa. Rimanendo invariati tutti gli altri fattori, un livello del petrolio più basso sarebbe vantaggioso per l’economia, soprattutto per l’Europa. Il secondo prezzo da tenere monitorato è quello del tasso decennale statunitense. Mentre un prezzo del petrolio potenzialmente più basso sarebbe positivo per i tassi, i mercati temono che le politiche di Trump (deregolamentazione, dazi, immigrazione, reshoring) siano reflazionistiche. Con un’inflazione più elevata e un’economia statunitense ancora forte, potrebbe essere difficile mantenere i tassi decennali statunitensi ben al di sotto del 4,5%. Allo stesso tempo, la Federal Reserve potrebbe abbassare leggermente i tassi, ma non più di quanto i mercati stiano valutando oggi, ovvero tre tagli dei tassi di 25 punti base ciascuno entro la fine del 2025.
Su scala globale, è molto probabile che l’economia statunitense continui a distinguersi in modo positivo. Ciò si rifletterà naturalmente in un aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi rispetto a quelli dei paesi con rating simile. Di conseguenza, il terzo prezzo, quello del dollaro USA, potrebbe rimanere forte, arrivando alla parità con l’euro. Anche se Trump favorisce un dollaro più debole per reindustrializzare alcune parti degli Stati Uniti, altre politiche come i dazi, la deregolamentazione e una diversa gestione dell’immigrazione sarebbero positive per il dollaro.
Questo aspetto è importante perché la liquidità del dollaro determina il comportamento degli asset più rischiosi. Una liquidità eccessivamente scarsa del dollaro non sosterrebbe né le elevate valutazioni dei titoli azionari né gli spread storicamente bassi delle obbligazioni societarie. Ciò significa anche che il perdurare di un dollaro forte renderebbe il 2025 un anno più difficile in termini di rendimenti per gli asset più rischiosi.
È uno scenario già scritto?
Ad ogni modo attenzione ai dettagli in quanto, in primo luogo, politiche come quelle dei dazi e la deregolamentazione richiedono tempo e non è possibile conoscere in anticipo l’esatta tempistica del loro impatto sull’inflazione. In secondo luogo, i mercati tendono a prezzare le aspettative prima che gli eventi si verifichino. Inoltre, la situazione finanziaria degli Stati Uniti rimane alquanto precaria. Il governo degli Stati Uniti ha bisogno di reinvestire un immenso carico di debito e potrebbe dover contare sulla buona volontà di amici (Giappone, Europa) e nemici (Cina) per assorbire i Treasury che arrivano sul mercato.
Dove siamo posizionati?
Per ora continuiamo a preferire le azioni alle obbligazioni, soprattutto quelle delle società statunitensi, sia dal punto di vista macro che micro. Le small cap statunitensi potrebbero risultare vincenti nel breve periodo. Nel panorama del reddito fisso, preferiamo le obbligazioni europee ad alto rendimento perché i bilanci della maggior parte delle società rimangono solidi. Siamo consapevoli che si tratta di operazioni basate sul consenso.
Di recente molti investitori hanno accantonato il debito dei mercati emergenti in valuta locale. Guardiamo ancora con favore a questa asset class, oggi tra le meno preferite, in quanto il “dividendo della pace” non è certamente ancora prezzato nelle obbligazioni dell’Europa orientale e la paura dei dazi ha colpito le obbligazioni messicane. L’attuale spread rispetto ai titoli di Stato in euro sembra più che sufficiente a compensare una certa volatilità. Inoltre, continuiamo a investire nell’oro fisico come asset di diversificazione in un contesto di inflazione potenzialmente più elevata che potrebbe spingere nel 2025 gli investitori statunitensi a guardare al metallo prezioso.
Fonte: InvestmentWorld.it
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