Benetti Carlo GAM

GAM: House of Harms

GAM : House of Harms. Tanto tuonò che piovve (e molto).

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A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


Il Liberation Day ha mostrato il lato oscuro della forza, mentre scriviamo queste note i mercati stanno reagendo con violenza ai dazi e alle modalità del calcolo annunciate la scorsa settimana, prevale la paura che i costi su aziende e famiglie saranno superiori al previsto e che la recessione sia più probabile.

Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di protezionismo ma l’applicazione sistematica e indiscriminata delle tariffe su qualsiasi merce importata non accadeva dai tempi del Tariff Act del 1930 (conosciuto anche come Smoot-Hawley Act, dal nome dei due proponenti). L’applicazione di dazi fino al 60% su oltre 20.000 merci importate negli Stati Uniti scatenò le risposte protezionistiche degli altri paesi amplificando gli effetti nefasti dei gravi errori di politica monetaria. Quello scenario presenta molte similitudini che spaventano il mercato.

Da queste giornate di passione, almeno Scott Bessent sembra aver ottenuto quello che voleva, un dollaro debole e bassi rendimenti dei Treasury. Sono le due pre-condizioni che per il Segretario al Tesoro sono necessarie alla “disintossicazione” dell’economia, l’obiettivo è stato raggiunto ma, probabilmente, non nel modo immaginato.

È successo tutto molto rapidamente, nella storia del mercato azionario degli ultimi decenni è la prima volta che un violento sell-off sia stato causato da scelte di politica economica di un presidente e non da shock esogeni come la pandemia o il fallimento di una banca. Il rendimento del Treasury è sceso sotto il muro del 4% ma merita ricordare che era attorno a 4,8% appena tre mesi fa. È una discesa “Alpine coaster” che non è accondiscendenza alle strategie dell’Amministrazione ma preoccupazione per il brusco aumento delle probabilità di recessione.

Gli attuali valori di borsa e il rendimento delle obbligazioni scontano lo scenario peggiore, l’avvitamento recessivo dell’economia e la Federal Reserve costretta a tornare nella modalità espansiva a dispetto di una inflazione probabilmente più alta.

“Attento a quello che desideri perché potresti ottenerlo” dice Oscar Wilde, i rendimenti sono scesi, un indubbio vantaggio per il Tesoro che deve finanziare il servizio al debito, ma al prezzo di un crollo del mercato azionario che non si vedeva da anni.

L’inflazione ostinatamente sopra il 2% aveva frenato gli acquisti di Treasury, i prezzi delle obbligazioni scontavano la cautela della Federal Reserve nei tagli dei tassi; poi è arrivato il “liberi tutti” del Liberation Day, gli acquisti sono stati massicci e il rendimento del decennale è crollato a 3,91%.

Nelle scorse settimane abbiamo parlato della diversificazione del portafoglio anche al di fuori degli Stati Uniti, vediamo quali potrebbero essere gli effetti dei dazi sulle classi di attivo commentate nell’Alpha e il Beta del 10 febbraio scorso, “Non solo cioccolato: la borsa che fa gola”, e nell’Alpha e il Beta del 31 marzo, “Dazi nostri”.

Le aliquote tariffarie applicate alle importazioni dalla Svizzera sono del 31% e del 32%, un aggravio di costi che le società che dispongono di impianti di produzione negli Stati Uniti potranno agevolmente evitare. Per il momento i prodotti farmaceutici sono esenti perché si tratta di “una categoria a parte”, ha dichiarato Trump che ha però anticipato che le tariffe colpiranno anche il settore pharma “a un livello mai visto prima”.

L’effetto maggiore che si realizzerà nell’immediato futuro sul listino svizzero è la decelerazione dell’economia. Gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale del Paese dopo l’Unione Europea, l’aggiustamento al ribasso delle previsioni di crescita dell’economia globale coinvolge naturalmente anche l’economia elvetica che, per le sue dimensioni, dipende fortemente dal commercio globale. I dazi del 2 aprile, il “Liberation Dismay”, aumentano la probabilità di una performance economica più debole rispetto alle previsioni di inizio anno.

A livello micro, di tipologie merceologiche, alcune società di piccole e medie dimensioni operano in settori in cui non c’è la concorrenza delle aziende americane, ad esempio nell’intralogistica, oppure nei metodi di produzione avanzati.

In aiuto all’economia svizzera viene il programma di investimenti in difesa e progetti infrastrutturali in Europa e in Germania che “potrebbe compensare l’indebolimento del mercato americano” scrive Thomas Funk di GAM Investments; in ogni caso, mette in guardia Thomas, “ci vorrà tempo prima che questi programmi entrino in funzione”. I cambiamenti esigono flessibilità da parte delle aziende, nei portafogli di investimento la gestione attiva individua le società che meglio rispondono alle condizioni del nuovo ambiente economico.

Nel settore del lusso l’impatto dei dazi sarà diverso in base all’esposizione delle varie società verso gli Stati Uniti.

Una possibilità per le grandi case del lusso è il trasferimento di tutti i nuovi costi sul prezzo finale destinato al cliente.

Sarebbe però una scelta azzardata: potrebbe essere rischioso testare la resistenza del “pricing power” dopo gli aumenti dei prezzi applicati negli ultimi anni. Più percorribile è l’opzione di un trasferimento solo parziale delle tariffe sul listino, facendo assorbire ai margini il resto dei maggiori costi.

Come per tutti gli altri settori, i dazi costituiscono una minaccia al fatturato e ai margini anche per l’industria del lusso, per valutarne le conseguenze torna utile la “piramide del lusso” che abbiamo imparato a conoscere con Flavio Cereda di GAM Investments. Nella parte superiore della piramide, quella dei consumatori “Beyond”, l’impatto sarà minimo. Gli effetti sulle vendite si avvertiranno con l’anabasi verso la base della piramide e a seconda dell’esposizione delle società verso gli Stati Uniti.

Semmai, annota Flavio Cereda, i consumatori americani del lusso, i più spendaccioni assieme ai cinesi, si troveranno alle prese con un’inflazione più elevata o comunque ostinata, è probabile dunque che viaggeranno meno e spenderanno meno. I marchi annoverabili nella fascia del consumo aspirazionale sono quelli che potrebbero soffrire di più le nuove misure tariffarie.

Il settore ha sperimentato anche nel recente passato fasi di turbolenza, scrive Flavio, ma ha dimostrato anche buone capacità di resilienza, di “adattamento e di ripresa”. Anche per il lusso vale la regola aurea che gli eccessi nella debolezza presentano il più delle volte opportunità.

Ora è il tempo dell’attesa. Il Canada ha promesso nuovi dazi su alcuni veicoli importati dagli Stati Uniti, la Cina ha risposto con misure altrettanto dure e con l’inizio della svalutazione dello yuan. Il Vietnam ha invece chiesto al governo americano di ritardare l’applicazione delle tariffe al 46%, tra le più elevate, e avviare subito i negoziati commerciali.

Gli altri Paesi stanno ancora valutando la qualità e l’intensità delle risposte, le prossime settimane saranno ancora sotto il segno dell’incertezza radicale, della volatilità, non si possono escludere neppure ripensamenti o aggiustamenti da parte della Casa Bianca.

Le buone ragioni per vendere le azioni in portafoglio non mancano e, nella storia dei mercati azionari, non sono mai mancate: nel marzo del 2023 ad esempio, il fallimento di tre banche americane, tra i maggiori fallimenti bancari nella storia americana, causò paura e forti vendite. C’erano buoni motivi per vendere anche nel febbraio 2020, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò la condizione di pandemia, o nel 2016, dopo il referendum sulla Brexit.

Andando ancora più indietro nel tempo, ci sono state buone ragioni per “allontanare l’oggetto della paura”, per dirla con l’amico Paolo Legrenzi, nell’anno del Millennium Bug o all’indomani del 19 ottobre 1987, la giornata peggiore nella storia della borsa americana.

Non è mai difficile trovare il momento giusto per vendere.

Il difficile è trovare il momento giusto per comprare: tra coloro che vendettero nelle drammatiche settimane del febbraio 2020, quanti rientrarono nella seconda metà di marzo?

Nella brutale correzione di queste ultime sedute c’è la risposta ai dazi e c’è la componente tecnica di vendita di asset in utile (anche l’oro dunque) per finanziare le richieste di margini e i disinvestimenti dai fondi reali e previsti. Sono state create sacche di valore di cui gli investitori dai nervi saldi potrebbero approfittare; il deleveraging è però ancora in corso, “quando” rientrare resta una decisione difficile, soprattutto con i vari paesi che in risposta ai dazi americani sembrano avere un orientamento ritorsivo e non di acquietamento nella de-escalation.

In queste condizioni di incertezza radicale possono aiutare la storia dei mercati finanziari e la finanza comportamentale: un anno fa di questi giorni, il 27 marzo 2024, moriva Daniel Kahneman, lo psicologo che vinse il premio Nobel per l’economia.

Kahneman, con il collega e amico Amos Tversky, disvelò la fallacia dei processi decisionali, quello che ci frega, ha spiegato (con linguaggio un po’ più formale) è l’“euristica del giudizio”, la facilità con cui prendiamo scorciatoie mentali che fanno risparmiare tempo ma possono fuorviare e portare a giudizi o decisioni sbagliate. L’eredità intellettuale di Kahneman per chi si occupa di risparmio è l’invito al controllo delle emozioni, a guardarsi dalle insidie dei bias cognitivi che inducono quasi sempre a scelte di investimento intempestive e, nel tempo, costose.

Nel breve periodo i mercati resteranno volatili, la spinta dei dazi applicati in modo indiscriminato e arbitrario potrebbe favorire la cooperazione tra i paesi e aree economiche, la stessa amministrazione americana potrebbe rivedere alcune misure, correggerne altre.

L’economia degli Stati Uniti è la più flessibile al mondo e le aziende americane hanno sempre dimostrato adattabilità: ci vorrà tempo ma il tempo è quello che non manca all’investitore accorto.

Fonte: InvestmentWorld.it


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