Credit Mutuel AM – In risposta all’attacco statunitense e israeliano all’Iran e alla chiusura dello stretto di Hormuz da parte delle autorità iraniane, a marzo la geopolitica è tornata in primo piano.
A cura di François Rimeu, Senior Strategist, Crédit Mutuel Asset Management
L’aumento dei prezzi delle materie prime energetiche ha destabilizzato gravemente i mercati portando a una crescita notevole dei tassi d’interesse a breve, soprattutto in Europa, a un calo dei mercati azionari e a una riduzione globale della leva finanziaria che ha causato una brusca diminuzione delle valutazioni dei metalli preziosi, solitamente resilienti in contesti simili.
È molto difficile fare previsioni nel corso di eventi di questo tipo a causa della volatilità di varie dichiarazioni, che alimentano forti cali seguiti da altrettanto forti recuperi. L’incoerenza delle comunicazioni di Donald Trump si aggiunge all’instabilità.
Nonostante la difficoltà nel fare previsioni, vale la pena sottolineare alcuni punti. In prima battuta, la crisi non riguarda solo le materie prime energetiche. Lo stretto di Hormuz è un passaggio strategico per molte materie prime, tra cui alcuni componenti necessari per la produzione di fertilizzanti (il 30% dell’export di ammoniaca e il 45% dell’export di zolfo). È quindi probabile che, se protratta, questa crisi porti a un ulteriore aumento dei prezzi alimentari, come avvenuto nel 2022. Anche una quota significativa di alluminio (9%) transita dallo stretto, con possibili conseguenze simili per certi settori (trasporti, transizione energetica, alimentare). Anche il 40% della produzione mondiale di elio passa da Hormuz, un elemento necessario per la produzione di fibre ottiche e semiconduttori.
Negli ultimi 50 anni le economie sviluppate hanno ridotto in modo significativo la propria intensità energetica grazie a investimenti massicci in energia nucleare e rinnovabile. Tuttavia, ciò non significa che queste economie siano al riparo dalle fluttuazioni dei prezzi energetici: è essenziale considerare però le differenze storiche. Questa osservazione è particolarmente rilevante per gli Stati Uniti dal momento che sono diventati un esportatore netto di petrolio. Le analisi di Budget Lab indicano che un aumento dei prezzi petroliferi avrebbe un impatto relativamente ridotto sull’economia USA, stimato tra il -0,1% e il -0,15% sulla crescita per ogni aumento di 10 dollari del barile. Se consideriamo il tasso di crescita previsto per gli Stati Uniti prima dello shock, il 2,5%, questo comporterebbe una crescita per il 2026 compresa tra l’1,5% e il 2%. In Europa gli effetti sarebbero più intensi, probabilmente portando la crescita allo 0% se il prezzo del barile rimanesse a lungo sopra i 100 dollari. In Asia, ad eccezione di Cina e Giappone, la situazione sarebbe probabilmente ancora più precaria.
Inoltre, è importante considerare che lo shock dell’offerta che sta impattando ora il mercato petrolifero è di rare proporzioni. Dallo stretto di Hormuz transita il 27% del commercio marittimo di petrolio, che equivale a circa il 18-19% della produzione globale. Considerando tutte le misure messe in atto per mitigare l’impatto generale (reindirizzare certi flussi verso il Mar Rosso o il porto di Fujairah, attingere alle riserve strategiche e reintrodurre sul mercato parte del petrolio iraniano o russo), al momento lo shock di offerta sembra riguardare tra l’11 e il 12% della produzione mondiale di petrolio. Questo sta già causando problemi di offerta in certi Paesi asiatici che hanno preso varie contromisure per ridurre la domanda di circa 2 milioni di barili al giorno. Nel caso di un protrarsi dello shock, questi problemi di offerta potrebbero raggiungere l’Europa nel giro di 4-6 settimane. Da ultimo, è importante tenere conto che questo shock di offerta potrebbe essere esacerbato se gli Huthi chiudessero lo stretto di Bab al-Mandeb; questo rappresenterebbe un ulteriore shock di offerta da 6-7 milioni di barili al giorno.
In risposta a questa crisi, abbiamo adeguato parte della nostra asset allocation. Sul fronte azionario, abbiamo neutralizzato rapidamente il bias positivo dei nostri portafogli. Il sell-off di mercato e il calo marcato del sentiment degli investitori ci stanno quasi facendo ricredere ma ci sembra una mossa un po’ prematura con il petrolio ancora a 100 dollari e il traffico rallentato nello stretto di Hormuz. Nel breve termine preferiamo i titoli USA. Dal punto di vista obbligazionario, abbiamo rafforzato le nostre posizioni nei segmenti a breve e medio termine. Infatti, in caso di una crisi prolungata non riteniamo che la banca centrale europea potrà alzare i tassi in modo significativo, come i mercati stanno invece anticipando. Abbiamo un posizionamento neutrale ma nel medio termine i tassi d’interesse in crescita continuano a rendere interessante il mercato del credito. Infine, stiamo sfruttando il rallentamento per rafforzare certe posizioni, quali i titoli delle utility in ambito azionario così come l’oro e le aziende aurifere.
Le condizioni di mercato sembrano troppo deboli per giustificare un’assunzione aggiuntiva di rischio e la situazione rimane troppo incerta per il profilo di rischio-rendimento che consideriamo davvero favorevole. Stiamo anche aumentando le nostre posizioni sulle obbligazioni europee con scadenza pari o inferiore ai 5 anni in previsione di aumenti dei tassi d’interesse molto importanti.
Fonte: InvestmentWorld.it
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