Artaz Enguerrand La Financiere de l'Echiquier

La Financiere de l’Echiquier : Draghi o Trichet?

La Financiere de l’Echiquier (LFDE) : Mario Draghi sarà ricordato nella storia europea come l’uomo che predicò nel deserto?


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A cura di Enguerrand Artaz, strategist di La Financière de l’Echiquier


Politica monetaria europea: i rischi di una stretta prematura

Con le istituzioni europee che ancora una volta si sono distinte per la loro inerzia, le conclusioni estremamente pertinenti del suo rapporto sulla competitività – pubblicato nel settembre 2024 – non hanno finora sortito alcun effetto concreto. Alla luce poi del dogmatismo oggi imperante a Francoforte, il pragmatismo e volontarismo che hanno caratterizzato la sua azione alla guida della Banca centrale europea sembrano essere stati una semplice parentesi. Concentrandosi sul rincaro dell’energia provocato dalla guerra in Iran, la BCE sembra infatti decisa a ripetere con grande diligenza gli errori di Jean-Claude Trichet e non ad ampliare il solco tracciato dal suo successore.

Mentre i dati PMI relativi al mese di maggio riflettono prospettive più che cupe per le attività nell’Eurozona, Olli Rehn – governatore della Banca centrale di Finlandia e membro influente del Consiglio direttivo – non ha esitato a dichiarare questa settimana che la BCE sarebbe certamente costretta ad aumentare i tassi di interesse per «tutelare la sua credibilità». In altre parole, per evitare di ripetere l’errore del 2022 quando l’istituto aveva certamente reagito in ritardo al rialzo dell’inflazione, la BCE è pronta a ripetere quelli del 2008 e del 2011, quando aumentò i tassi in piena fase di rallentamento economico con l’aumento del prezzo del petrolio come unico motivo, o quasi. Questi errori furono ben più dannosi provocando o amplificando la recessione, facendo precipitare l’Europa in un decennio perduto in termini di crescita economica.
 
A parte il rigorismo quasi intrinseco della BCE – al di fuori degli anni di Draghi – nulla giustifica oggi l’assunzione di un simile rischio. Da un lato, a costo anche di ribadire un’ovvietà, ricordiamo che la situazione attuale non ha nulla a che vedere con quella del 2022. Lo shock dell’offerta non si accompagna a uno shock della domanda, il mercato del lavoro sta rallentando, il punto di partenza dell’inflazione è nettamente più basso e i tassi reali sono in territorio positivo. Alla vigilia della guerra in Ucraina erano ancora molto negativi (il tasso di deposito della BCE si attestava a -0,5%). Le condizioni per una spirale inflazionistica dovuta agli effetti di secondo round del rincaro dell’energia sono quindi ben lungi dall’essere soddisfatte, a maggior ragione se si considerano la crescita molto debole registrata nel primo trimestre all’interno dell’Eurozona – lo 0,1% soltanto – e le prospettive di attività e di consumo.
D’altra parte, le condizioni finanziarie si sono già nettamente inasprite nel corso delle ultime settimane. Oltre al tono restrittivo della BCE, le attività risentiranno del continuo aumento dei tassi a lungo termine, con il decennale tedesco tornato ben oltre il 3%, e il prossimo inasprimento delle condizioni di concessione del credito. Secondo l’ultima indagine della BCE presso le banche, l’inasprimento previsto per le imprese è vicino ai livelli del 2022. È quindi del tutto inutile inasprire ulteriormente le condizioni finanziarie proprio quando il rischio di recessione appare ben più rilevante del rischio inflazionistico. Certo, le aspettative di inflazione delle famiglie sono aumentate in maniera significativa, anche se si tratta di un classico quando i prezzi alla pompa vanno alle stelle e, ancor di più, in un contesto in cui gli animi rimangono segnati dall’episodio inflazionistico del 2022. D’altra parte, le aspettative di mercato, come lo swap sull’inflazione a 5 anni tra 5 anni particolarmente seguito, rimangono piuttosto stabili.
 
Per l’investitore non è privo di conseguenze vedere la BCE spazzare via in questo modo l’eredità di Mario Draghi e ricadere nelle sue vecchie abitudini. È oggi sbiadita la narrativa pro-Europa, che ha sostenuto i mercati lo scorso anno e che sembrava ancora valida all’inizio del 2026. Lo sarà ancora di più fintanto che le istituzioni europee, BCE in testa, continueranno a privilegiare il dogmatismo teorico e l’immobilismo normativo rispetto al pragmatismo e al volontarismo economico. Eppure, Mario Draghi aveva cercato di indicare la strada.

Fonte: InvestmentWorld.it


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