Lo shock energetico legato alla guerra tra Stati Uniti e Iran e il cambio di rotta su inflazione e tassi hanno messo alla prova le previsioni di inizio anno. Anthony Willis, Senior Economist di Columbia Threadneedle Investments, mantiene una view costruttiva: azioni preferite alle obbligazioni, con una preferenza per Giappone, Asia e mercati emergenti.
Articolo creato dalla Redazione di InvestmentWorld.it
Le prospettive positive con cui Columbia Threadneedle aveva aperto il 2026 — un contesto economico in rafforzamento e utili societari in miglioramento — sono state messe alla prova dalle tensioni geopolitiche e dal clima di incertezza. Eppure, osserva Anthony Willis, Senior Economist della casa di gestione, la solidità dei rendimenti riflette la convinzione diffusa che, pur restando elevati i rischi geopolitici, le economie stiano reggendo un nuovo shock dei prezzi dell’energia. Gli utili solidi hanno intanto spinto molti indici azionari verso nuovi massimi storici.
La view di fondo resta positiva. Willis prevede che la crescita prosegua su una traiettoria favorevole e che la dinamica degli utili, già forte, si estenda ai diversi settori e alle diverse aree geografiche. Il principale fattore di rischio resta la ristrettezza della leadership di mercato: il tema dell’intelligenza artificiale ha trainato i rialzi di un gruppo relativamente ristretto di società. Per l’economista, però, le prospettive sottostanti sugli utili sono più solide di quanto questa concentrazione lasci intendere. Su questa base, Columbia Threadneedle continua a individuare le opportunità più interessanti nei titoli azionari rispetto alle obbligazioni, con una preferenza per mercati emergenti, Asia e Giappone. L’incertezza geopolitica potrà generare ulteriore volatilità, ma — è la conclusione di fondo — crescita resiliente e fondamentali societari solidi dovrebbero restare le forze dominanti nella seconda metà dell’anno.
Il posizionamento di partenza riflette questa lettura: il quadro resta leggermente costruttivo, con le azioni preferite alle obbligazioni e una predilezione per Giappone, Asia e mercati emergenti.
La storia finora: rendimenti del 2026
I rendimenti delle principali asset class nei primi mesi dell’anno raccontano due fili conduttori. In testa figurano Corea del Sud e Taiwan, trainate dal settore tecnologico e dall’intelligenza artificiale. Subito dietro compaiono le materie prime energetiche — il gas europeo (TTF) e il Brent — sospinte dallo shock di offerta. L’Italia si colloca tra i migliori mercati europei, grazie al contributo delle banche e all’attività di fusioni e acquisizioni. Sul fronte opposto, il reddito fisso ha offerto rendimenti trascurabili, penalizzato dalle preoccupazioni inflazionistiche. Nel complesso i mercati si sono dimostrati resilienti, malgrado la volatilità e l’incertezza politica.
La guerra Iran-USA e lo shock energetico
Il fattore che ha dominato il semestre è il conflitto tra Stati Uniti e Iran. Secondo la lettura di Columbia Threadneedle si è arrivati a una tregua fragile, prorogata di 60 giorni per definire un accordo di pace di lungo periodo. Il presidente Trump aveva ripetuto a più riprese — la presentazione conta una quarantina di occasioni — che un’intesa era imminente, e oggi dispone di una possibile “via d’uscita”. Il quadro è definito da un Memorandum of Understanding che fissa i termini per i negoziati futuri; i dettagli, avverte la casa di gestione, potrebbero essere interpretati in modo diverso da Washington e Teheran.
Il punto cruciale per i mercati è la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Lo schema prevede la rimozione del blocco da parte statunitense, con un allentamento delle sanzioni e lo sblocco degli asset congelati legati ai progressi sul programma nucleare iraniano; in cambio, l’Iran riaprirà lo Stretto. Restano da chiarire alcuni nodi operativi, a partire dal ruolo della cosiddetta Persian Gulf Strait Authority e dalla possibile costituzione di una coalizione internazionale per la supervisione delle operazioni di sminamento e per la logistica della riapertura. Più in generale, sostituire in tempi brevi il precedente accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) sarà difficile: occorrerà definire un nuovo quadro di ispezioni e l’eventuale rinuncia dell’Iran all’uranio arricchito, in un contesto in cui i negoziati procedevano già lentamente prima del conflitto e la sfiducia reciproca resta elevata.
Sul piano dei prezzi, il petrolio è significativamente rientrato dopo l’impennata legata al conflitto. Un livello compreso tra 75 e 85 dollari al barile è considerato gestibile per la crescita globale, con attese di normalizzazione tra settembre e ottobre. Possibili oscillazioni di breve periodo restano sul tavolo, ma l’outlook su forniture e prezzi è giudicato positivo, anche perché le scorte dovranno essere ricostituite prima dell’inverno e il petrolio iraniano non più soggetto a sanzioni potrebbe, nel tempo, contribuire ad aumentare l’offerta globale. I dati sul traffico marittimo nello Stretto, dopo il crollo registrato a inizio marzo, mostrano una graduale ripresa delle partenze, sia di petroliere sia di porta-container.
Un confronto con lo shock energetico del 2022
Willis insiste su un punto: questo shock è diverso da quello innescato dalla Russia nel 2022. Nel 2026 l’impatto sull’offerta è stato più immediato — la chiusura fisica di un punto strategico anziché una graduale perdita di forniture per via delle sanzioni — ma la riduzione delle scorte ha contribuito a contenere i prezzi. La crisi energetica mediorientale viene letta come una sospensione temporanea, non come un cambiamento strutturale per le economie occidentali. La resilienza del GNL è aumentata grazie alla maggiore produzione statunitense, pur senza essere ancora sufficiente; le infrastrutture portuali europee sono migliorate rispetto a tre anni fa e ulteriori terminali statunitensi entreranno in funzione nei prossimi mesi.
Decisivo è anche il diverso punto di partenza macroeconomico. Nel 2022 lo shock si era innestato su pressioni inflazionistiche post-Covid, politiche monetarie accomodanti e mercati del lavoro rigidi, amplificando un’inflazione già in salita. Nel 2026, al contrario, prevalgono pressioni disinflazionistiche e mercati del lavoro più deboli. Sintetizzando il confronto: lo shock russo era di tipo sanzionatorio, con impatto graduale, effetto persistente e significativo sull’inflazione e politica monetaria accomodante; quello iraniano deriva dalla chiusura di un’arteria strategica, ha impatto immediato, effetto sull’inflazione potenzialmente intenso ma più breve, e si inserisce in un quadro di politica monetaria relativamente restrittiva e prudente.
Trump, prezzi alla pompa e le elezioni di mid-term
La fretta statunitense di chiudere il conflitto ha una chiara componente politica. L’indice di gradimento del presidente è in calo, con i giudizi più severi proprio sull’inflazione e sui prezzi, e prezzi elevati di benzina e diesel avrebbero potuto erodere ulteriormente il consenso. Il rischio di carenze di carburante è stato evitato grazie alla riapertura dello Stretto e all’aumento dell’offerta iraniana. Sullo sfondo restano le elezioni di mid-term, che si presentano in un contesto poco favorevole per l’amministrazione.
Dal lato iraniano, il bilancio è più sfumato. Teheran ottiene sollievo dalle sanzioni, lo sblocco di asset e la possibilità di proseguire i programmi missilistici e le attività tramite proxy. Il dossier nucleare resta irrisolto e rappresenta una potenziale fonte di tensione futura. Columbia Threadneedle si attende il persistere di titoli negativi nei prossimi 60 giorni, ma assegna una bassa probabilità a un ritorno al conflitto aperto. L’Iran ha mostrato resilienza ed è apparso meno incline degli Stati Uniti a porre fine alle ostilità; il regime resta in piedi, ha imparato a usare lo Stretto come leva strategica e sembra aver tenuto fuori dal perimetro negoziale sia le guerre per procura sia i missili balistici. L’allentamento delle sanzioni, paradossalmente, ne rafforza la posizione. Resta infine possibile un maggiore “teatro geopolitico” da parte di Trump qualora i negoziati non dovessero progredire.
Crescita economica e stimoli ancora disponibili
Prima dello scoppio del conflitto, le previsioni di crescita per il 2026 erano incoraggianti e lo scenario base del Fondo Monetario Internazionale continua a indicare, per ora, un impatto limitato. Le stime FMI di aprile 2026 collocano la crescita mondiale poco sopra il 3%, gli Stati Uniti intorno al 2,3%, la Cina sopra il 4% e l’India oltre il 6%; più contenute le aree europee, con l’Italia nella parte bassa della classifica. Willis non esclude ulteriori revisioni al rialzo.
Il sostegno alla crescita arriva soprattutto dagli stimoli fiscali, che restano sufficienti a estendere il ciclo. Negli Stati Uniti lo stimolo è in larga parte già incorporato — anche attraverso i rimborsi fiscali — con ulteriori misure possibili. In Europa la spinta è attesa dalla Germania, una volta che la liquidità inizierà a fluire, con un effetto a cascata sul comparto manifatturiero. Il Giappone, con il nuovo governo guidato da Sanae Takaichi, avvia il mandato all’insegna di una politica fiscale più espansiva. La Cina resta il punto più debole: l’economia interna è fragile e potrebbe rendersi necessario un nuovo intervento di stimolo, con un’attenzione particolare al mercato immobiliare e al riequilibrio dei consumi. Sul fronte congiunturale, i PMI hanno registrato una contrazione temporanea per effetto del conflitto, ma è attesa una ripresa rapida.
Inflazione e politiche monetarie: la narrativa si è capovolta
Fino a poche settimane fa l’inflazione stava seguendo la direzione attesa, in graduale rientro verso gli obiettivi delle banche centrali. Lo shock energetico ha invertito questa narrativa. Le cause, sottolinea Willis, sono però considerate temporanee, e questo consente agli istituti centrali di adottare un approccio paziente, attendista, anziché affrettarsi ad alzare i tassi.
Il cambiamento più rilevante riguarda proprio le aspettative sui tassi ufficiali. Prima del conflitto il mercato scontava due tagli della Federal Reserve nel corso del 2026; ora non prevede alcuna variazione. Per la Bank of England si è passati da due tagli attesi a uno o due rialzi; per la Banca Centrale Europea, da nessuna variazione a due o tre rialzi. Le attese sulla Bank of Japan restano invece ferme a due rialzi. Le traiettorie implicite nei mercati collocano i tassi terminali intorno al 4,3% per la BoE, al 3,9% per la Fed, al 2,8% per la BCE e all’1,9% per la BoJ. Nel Regno Unito i tassi sono tornati su livelli storicamente normali, in un intervallo del 2,5-3,5%.
Un capitolo a parte riguarda la Fed guidata dal nuovo presidente Kevin Warsh, orientato a preservare credibilità e indipendenza dell’istituto e propenso, in questo contesto, a un rialzo dei tassi. Warsh appare intenzionato a valutare l’impatto dell’intelligenza artificiale su produttività e crescita prima di modificare la rotta. L’abbandono della forward guidance, però, introduce maggiore incertezza per i mercati obbligazionari: secondo Columbia Threadneedle è probabile un aumento strutturale dei rendimenti dei Treasury, in un quadro di deficit in crescita e di minore attrattività del debito statunitense.
Scenari regionali
Europa. La crescita mostrava segnali di ripresa, ma il rincaro dell’energia rappresenta un rischio per le prospettive. Gli utili dovrebbero risultare nettamente più solidi rispetto al 2025. La BCE non è più “in una buona posizione” e sono attesi rialzi dei tassi. Il nuovo orientamento verso la difesa metterà sotto pressione i conti pubblici o richiederà l’emissione di debito comune. Lo stimolo fiscale tedesco dovrebbe avere effetti positivi diffusi, mentre l’Europa lavora a ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, con nuove relazioni commerciali in direzione di India e Mercosur. Il rischio di stagflazione, nel complesso, appare in diminuzione.
Regno Unito. Crescita debole e politica debole, in sintesi. Le prospettive sono fragili e lo shock energetico aggiunge un ulteriore fattore negativo, con aumenti delle bollette stimati nell’ordine del 15-20%. Il governo resta fortemente impopolare ed è atteso, nel corso dell’estate, un “reset” di politiche e di persone, con un possibile avvicendamento ai vertici. L’inflazione, che era destinata a raggiungere l’obiettivo, potrebbe ora attestarsi intorno al 4%. La Bank of England è probabilmente orientata ad alzare i tassi, con il rischio di un approccio eccessivamente restrittivo. I conti pubblici restano sotto stretta osservazione e le sfide legate a energia e difesa devono ancora emergere pienamente. Le valutazioni azionarie risultano però più interessanti rispetto ad altri mercati, con ampi spazi per la gestione attiva e per operazioni di M&A.
Giappone. La nuova premier Sanae Takaichi alimenta aspettative di una politica fiscale più aggressiva e, disponendo di una super maggioranza, gode di maggiore certezza politica e di margini più ampi per intervenire — uno scenario che richiama l’Abenomics. L’inflazione sta diventando più persistente, come segnalano gli aumenti salariali dello Shunto e i prezzi dell’energia, e salari più elevati potrebbero sostenere i consumi interni. La Bank of Japan proseguirà la normalizzazione monetaria, ma a ritmo molto graduale. Restano da monitorare lo yen e i titoli di Stato giapponesi (JGB), con possibili effetti anche oltre i confini nazionali.
Stati Uniti. Stabilità economica e incertezza politica convivono. La crescita appare discreta, sostenuta anche dallo stimolo fiscale, ma l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, l’inflazione più elevata e la guerra in Iran peseranno sul dibattito politico. I dazi proseguiranno, nonostante la battuta d’arresto legata all’IEEPA. La Federal Reserve adotterà con ogni probabilità un atteggiamento attendista per valutare l’impatto dello shock energetico. La dinamica degli utili è solida e si sta estendendo oltre le mega-cap, mentre le società dell’AI sono chiamate a dimostrare ritorni sugli ingenti investimenti.
Mercati emergenti. Le prospettive di crescita sono positive, trainate da Cina e India, pur con i rischi legati al rincaro dell’energia. La Cina ha giocato bene le proprie carte, utilizzando le terre rare per raggiungere un compromesso commerciale con gli Stati Uniti. Le valutazioni restano interessanti rispetto ad altre regioni, anche se meno dopo i recenti rialzi. Il contesto fiscale è favorevole, mentre i rischi sul fronte monetario sono più elevati; lo stimolo incrementale cinese è destinato a proseguire. Dinamiche demografiche e crescita della classe media restano fattori attrattivi, almeno per ora. Si rafforza inoltre l’effetto sostituzione: i Paesi commerciano sempre più tra loro, anziché con gli Stati Uniti. Il principale rischio è un dollaro forte.
Utili e valutazioni
Le prospettive sugli utili restano incoraggianti. Le previsioni di crescita degli EPS per il 2026 e il 2027 sono state riviste al rialzo, soprattutto nei mercati emergenti e nel comparto tecnologico asiatico. Le stime indicano una crescita degli utili intorno al 49% per i mercati emergenti e superiore al 20% per gli Stati Uniti nel 2026, mentre per l’Europa si prospetta un incremento superiore al 10% nel 2026 e vicino al 10% nel 2027.
Sul piano delle valutazioni, gli Stati Uniti viaggiano vicino ai massimi storici in termini di P/E forward a dodici mesi, mentre il valore relativo si concentra nei mercati emergenti, in Cina e nel Regno Unito. È un quadro che rafforza la preferenza per le azioni rispetto alle obbligazioni e per le aree con multipli più contenuti.
Il tema AI: investimenti elevati e selezione in arrivo
L’intelligenza artificiale resta centrale. Gli investimenti sono in forte crescita: gli hyperscaler statunitensi dovrebbero destinare circa 700 miliardi di dollari nel 2026, con cifre ancora più elevate negli anni successivi. Una mole di spesa che richiede un’intensa raccolta di capitali, attraverso equity e obbligazioni, come mostrano i casi di SpaceX, OpenAI, Anthropic e Google. Gli indicatori di adozione confermano la traiettoria, con una quota crescente di imprese che utilizzano strumenti di AI.
Il punto di svolta, per Willis, è la selezione. Il mercato inizierà a distinguere con maggiore nettezza tra “vincitori” e “vinti” sulla base del ritorno sugli investimenti, separando le aziende che già monetizzano da quelle che bruciano cassa. La monetizzazione è in corso e resterà uno dei temi guida per i mercati, insieme alle IPO del settore.
Mercati obbligazionari sotto pressione
Il reddito fisso è destinato ad attraversare fasi di volatilità, alimentate dalle preoccupazioni su inflazione, deficit fiscali e crescente livello del debito. Gli spread sono su livelli storicamente bassi, ma i fondamentali societari restano solidi. I rendimenti dei titoli di Stato decennali sono in risalita, con quelli britannici e statunitensi nettamente sopra il bund tedesco. In questo contesto, la casa di gestione continua a ritenere più favorevole il profilo rischio-rendimento delle azioni rispetto alle obbligazioni.
Geopolitica e nuovo ordine globale
Willis colloca la geopolitica tra i fattori più sottovalutati. L’ordine internazionale basato su regole, ereditato dal dopoguerra, si sta erodendo, con una frammentazione in corso e l’emergere di “sfere di influenza” guidate da Stati Uniti, Russia e Cina: gli Stati Uniti concentrati sull’emisfero occidentale, la Russia sull’Europa, la Cina sull’Asia e sull’Africa attraverso la Belt and Road. In questo quadro, l’Europa è chiamata a riconoscere la fragilità dell’alleanza transatlantica e ad aumentare rapidamente la spesa per la difesa, individuando meccanismi di finanziamento comune. La scarsità di risorse, aggiunge, orienta sempre più le decisioni politiche. È un anno con poche elezioni all’orizzonte — tra cui i mid-term statunitensi, il voto in Brasile e l’atteso cambio di leadership nel Regno Unito — ma con implicazioni potenzialmente rilevanti. Nel breve termine, l’Iran resta il principale punto di tensione.
Il nodo è il finanziamento. Aumentare la spesa per la difesa non è alla portata di tutti: il debito pubblico in rapporto al PIL viaggia intorno al 237% in Giappone, al 135% in Italia, al 121% negli Stati Uniti, al 113% in Francia e supera il 100% nel Regno Unito, mentre la Germania resta più contenuta, sotto il 65%. Sul versante dei deficit, le previsioni FMI indicano uno sbilancio dell’8,1% del PIL per gli Stati Uniti e del 6,2% per la Francia, con l’Italia più vicina al 3%. Sono numeri che spiegano perché il tema delle risorse e quello del debito comune europeo tornino con insistenza nel ragionamento.
La resilienza dei mercati agli shock geopolitici
Un elemento ricorrente nell’analisi è la capacità dei mercati di “guardare oltre” gli shock geopolitici e di recuperare con relativa rapidità, a condizione che i fondamentali restino solidi. I dati storici offrono un contesto: nei principali eventi geopolitici dal dopoguerra a oggi, l’impatto medio sui mercati è stato positivo, con un guadagno dell’1,4% a un mese, del 2,8% a tre mesi e del 5,9% a sei mesi dall’evento. Anche le vendite di mercato sono un fenomeno fisiologico: un ribasso intra-anno del 10% si è verificato nel 64% degli anni dal 1928 (in media ogni 1,6 anni circa), mentre cali del 20% si sono manifestati nel 27% dei casi (circa ogni quattro anni) e quelli più estremi sono progressivamente più rari. La volatilità attuale, misurata dal VIX, risulta inferiore a quella registrata nelle crisi precedenti.
Il messaggio è che il rischio principale non risiede nello shock geopolitico in sé, ma nella possibilità che questo si traduca in uno shock inflazionistico o di crescita tale da intaccare gli utili. Finora, sottolinea Willis, la dinamica degli utili non è stata influenzata dalle vicende geopolitiche, e proprio il tempismo dei risultati legati all’AI ha favorito il rapido recupero dei mercati durante il conflitto.
L’angolo italiano: banche, M&A e difesa
Per il mercato domestico, l’attenzione si concentra sul settore bancario. Columbia Threadneedle si attende un ulteriore consolidamento tra le banche italiane ed europee: i bilanci solidi favoriscono le operazioni di fusione e acquisizione, in un clima di fiducia crescente. È uno dei motori che hanno collocato Piazza Affari tra i migliori mercati europei dell’anno. Sul piano di sistema, restano centrali i meccanismi per impiegare i fondi del recovery e per finanziare la difesa comune europea, un terreno che apre opportunità per le aziende italiane del comparto, a partire da Leonardo.
Le elezioni di mid-term: incognita per i mercati
Tradizionalmente lo stallo politico a Washington — un Congresso diviso che limita la capacità d’azione dell’esecutivo — è considerato un fattore favorevole per i mercati. Con Trump, però, l’incertezza resta elevata. Un eventuale ricorso più intenso agli ordini esecutivi potrebbe alimentare la volatilità, mentre un Congresso a maggioranza democratica potrebbe contenerne le iniziative. Difficile, in questa fase, individuare l’esito più favorevole per i mercati: il rischio prevalente è quello di una maggiore polarizzazione e di una conseguente volatilità.
Conclusioni: lo scenario 2026 resta positivo
Tirando le fila, la lettura di Columbia Threadneedle rimane complessivamente costruttiva. Per il 2026 ci si attendeva un’estensione del ciclo economico grazie agli stimoli fiscali, e quella tesi regge. Lo shock energetico dovrebbe restare contenuto, a condizione che la tregua tra Stati Uniti e Iran tenga. La narrativa di un’inflazione in calo si è invertita, ma le banche centrali possono permettersi un approccio paziente. La crescita degli utili è solida, così come il momentum dei mercati. Investimenti in AI, IPO e monetizzazione resteranno temi centrali. Sul commercio, si è entrati in un nuovo regime “normale” dei dazi, al quale i sistemi commerciali globali e le catene di approvvigionamento si sono ormai adattati.
Alla luce della breve durata e dell’impatto economico limitato del conflitto nel Golfo, Willis mantiene una visione costruttiva, confermando la preferenza per le azioni rispetto alle obbligazioni e per Giappone, Asia e mercati emergenti. La volatilità resta un fattore con cui convivere, ma non è la forza che, secondo l’economista, deciderà la direzione dei mercati nei prossimi mesi.
Fonte: InvestmentWorld.it
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