Candriam: I mercati scontano un rialzo della Fed entro la fine dell’anno, ipotesi che riteniamo esagerata.
A cura di Nicolas Jullien, Global Head of Fixed Income di Candriam
La politica monetaria non è ovviamente accomodante nemmeno ora. La crisi energetica potrebbe rivelarsi meno dannosa di quanto temuto anche se lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso, poiché una combinazione di un calo della domanda (soprattutto in Asia) e di una maggiore produzione (soprattutto nelle Americhe e nell’Africa subsahariana) sta attenuando parte dell’impatto.
Il precedente rapporto sull’occupazione, molto positivo, è stato trainato in larga misura dal settore dell’ospitalità sulla scia dei Mondiali di calcio. La crescita salariale è ancora inferiore all’IPC complessivo, il che indica una relativa mancanza di potere contrattuale dei lavoratori e quindi un mercato del lavoro ancora debole. Ciò rassicurerà anche la Fed circa l’assenza del rischio di una spirale salari-prezzi.
Tuttavia, vi sono chiaramente ancora motivi di cautela, soprattutto per le scadenze più lunghe. A un primo sguardo, la crescita USA rimane robusta. Le probabilità di recessione sono diminuite in modo significativo. L’inflazione resta il principale vincolo. Oltre ai prezzi del petrolio, anche l’IA si sta rivelando inflazionistica, poiché gli investimenti in infrastrutture e i prezzi legati ai software sono già visibili nei dati.
In termini di crescita, continuiamo a monitorare da vicino i consumi. Gran parte dell’attuale dinamica di crescita è legata agli investimenti nell’intelligenza artificiale e allo sviluppo delle infrastrutture, mentre la crescita del reddito reale ha perso vigore e il tasso di risparmio è diminuito. I consumatori statunitensi sono inoltre più esposti agli effetti di ricchezza dei mercati azionari rispetto a quelli europei. Finché l’occupazione rimane resiliente, ciò non fa presagire uno shock imminente dei consumi, ma rende l’economia più vulnerabile se i guadagni del mercato azionario legati alla tecnologia e all’IA dovessero iniziare a calare.
Eurozona: aumenta il rischio di recessione. Probabile rialzo tassi a settembre
Conserviamo una visione leggermente positiva sulla duration in euro per la scadenza a 10 anni. I rendimenti dei Bund leggermente superiori al 3% offrono ancora un certo valore, soprattutto in uno scenario in cui le tensioni geopolitiche diminuiscono e i prezzi del petrolio si riducono. Al contrario, uno shock energetico avverso potrebbe spingere i rendimenti verso i recenti massimi, quindi la posizione resta cauta.
Il prezzo del petrolio rimane il principale driver dei tassi in euro. Nelle ultime settimane, gli asset rischiosi e gli spread non core hanno ritracciato maggiormente rispetto ai rendimenti tedeschi, lasciando i Bund più vicini a uno scenario di picco energetico, mentre gli spread BTP-Bund sembrano puntare su un esito più favorevole. Prediligiamo un’esposizione non core selettiva su alcuni Paesi dell’Europa centrale e orientale membri dell’Eurozona.
Il segnale di crescita si è ulteriormente indebolito. I PMI e gli indicatori del ciclo economico si stanno muovendo nella direzione sbagliata: il rischio di recessione è aumentato e la divergenza con gli Stati Uniti si è ampliata. Il settore manifatturiero si è dimostrato più resiliente dei servizi, ma interpretiamo in parte questo dato come un effetto di accumulo delle scorte piuttosto che come un chiaro segno di una solida domanda sottostante. Questo deterioramento non è estremo, ma è sufficientemente visibile da indurre la BCE a tenerne conto nelle prossime riunioni.
L’inflazione sta andando nella direzione opposta e mantiene il tratto a breve più vulnerabile. I rischi di reflazione sono in aumento, l’inflazione primaria è superiore al 3% e anche la componente core mostra ora segni di una rinnovata pressione al rialzo. Ci aspettiamo che il Consiglio direttivo della BCE rimanga vigile e “dipendente dai dati”. Un secondo aumento dei tassi a settembre è possibile, ma con una necessità limitata di ulteriori rialzi, a meno che lo shock energetico non si intensifichi.
Valute: nel lungo termine un dollaro più debole
Pur mantenendola, abbiamo ridotto la nostra posizione short sul dollaro. Nel corso del mese il dollaro si è rafforzato. Questo movimento è stato generalizzato, con la maggior parte delle valute dei mercati sviluppati ed emergenti che si sono indebolite su base relativa.
Ciò non significa che abbiamo assunto una posizione strutturalmente positiva sul dollaro. La nostra view a più lungo termine rimane quella di un dollaro più debole qualora il mercato smettesse di prezzare i rialzi dei tassi della Fed sul tratto breve della curva, ma l’asimmetria nel breve periodo è meno interessante di quanto non fosse in precedenza.
Fonte: InvestmentWorld.it
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