L’iniziale forza del movimento innescato da una Yellen-Fed abbastanza sorprendente si è un po’ persa per strada. Il dollaro ha consolidato i moderati guadagni iniziali senza estenderli, la borsa – non quella italiana che vive su un altro …
pianeta – è rimasta abbastanza vicina, nella sua volatilità, ai livelli di inizio anno e la curva dei tassi US sembra abbastanza ferma. In realtà mentre il tasso a 10 anni, quello più comunemente osservato è in effetti abbastanza statico a 2.75%, il 5 anni è salito con più convinzione e ora, avvicinandosi a 1.80%, è praticamente ai livelli di fine 2013 (quando il 10 anni era di poco sopra il 3%) e a una manciata di punti base dai massimi di periodo raggiunti durante l’estate scorsa in piena paranoia da ‘tapering’ imminente. In ogni caso, guardando oltre questi movimenti di curva, manca un ingrediente fondamentale per capire se veramente possa essere nata una nuova Fed più centrista (cosa che in molti continuano a non credere): qualche informazione attendibile che confermi che l’economia americana è in buono stato di salute. Poter attribuire l’evidente flessione nell’attività economica d’inizio anno, in tutto o in parte significativa, alle anomalie meteorologiche è fondamentale per vedere quelle tendenze appena abbozzate (su dollaro e tassi US) dipanarsi con maggiore momento e costringere la Federal Reserve a dichiarare con maggiore tempestività il suo gioco.
Questa settimana d’inizio mese (e trimestre) è come sempre molto fitta di dati (indici ISM e non-farm payrolls) e dovrebbe segnalare un’attività (specialmente per quanto riguarda marzo) in uscita dal ‘polar vortex’ invernale. Il mercato sarà particolarmente sensibile a questi dati. In particolare, nel rapporto sull’occupazione, si guarderà con attenzione anche alla crescita nei salari orari. Il dibattito se la causa della diminuita partecipazione alla forza lavoro sia ciclica o strutturale rimane vivace. Ricordiamo che cause strutturali renderebbero più alto rispetto alla storia il tasso NAIRU (non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment) di ‘disoccupazione strutturale’, sotto al quale le forze inflazionistiche diventano importanti: questo costringerebbe la Fed a essere più tempestiva nei futuri rialzi. Indicazioni di pressione di aumento salariale sarebbero un chiaro indicatore che ciò stia effettivamente avvenendo.
Nel frattempo l’ECB continuerà il suo equilibrismo verbale tra il non avere quasi più proiettili facili da usare e una disinflazione che, pur senza accelerare, rimane un pericolo serio.
Dati macro. US: dopo il deludente Chicago PMI di oggi, attendiamo l’indice ISM manifatturiero (martedì), gli ordinativi di fabbrica (mercoledì), l’ISM non manifatturiero e l’attesissimo rapporto sull’occupazione (venerdì). Europa: l’atteso CPI per l’intera area Euro è uscito oggi sotto le attese (‘headline’ 0.5% vs 0.6% atteso, in linea a 0.8% il ‘core’); nei prossimi giorni importanti le letture finali, sia EuroZona sia UK, sugli indici PMI di attività manifatturiera (martedì) e servizi (giovedì). Altro: PMI ufficiale cinese (e seconda lettura di quello HSBC) manifatturiero (martedì) e servizi (giovedì), indice giapponese di ‘sentiment’ aziendale Tankan (martedì), vendite al dettaglio e bilancia commerciale australiana (giovedì), bilancia commerciale canadese (giovedì), occupazione e indice Ivey PMI canadese (venerdì). Banche centrali. Giovedì occhi puntati su Draghi: un taglio è improbabile ma non impossibile. In ogni caso qualsiasi segnale proveniente da comunicato e Q&A verrà tenuto in adeguata considerazione. Poco altro: in Brasile i tassi potrebbero salire ancora (da 10.75% a 11.00%, mercoledì) mentre dovrebbero rimanere invariati altrove, in Australia (2.50%, martedì) e India (8.00%, martedì).
UN GRAFICO CHE CI PIACE… L’indicatore di debito che siamo più abituati a sentir citare – dal momento che siamo italiani – è il rapporto tra debito governativo e GDP. In ogni caso va ricordato che di solito uno stato può stampare moneta – non è il caso delle nazioni dell’EuroZona – per onorare il suo debito se emesso in valuta locale. Tecnicamente l’insolvenza diventa così impossibile anche se una forma più nascosta di ‘impoverimento’ del creditore avviene ovviamente quando l’inflazione sale (e se si stampa moneta, prima o poi, sale di sicuro). Da questo punto di vista può essere un dato interessante l’indebitamento del settore privato (che non può stampare liberamente moneta), in particolar modo escludendo il settore finanziario che, a volte, in economie iper-finanziarizzate come quella inglese può distorcere l’informazione. Ecco la situazione del debito privato (escludendo i soggetti finanziari) in alcune macro aree (grafico Citibank).
Fonte : JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management
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