Il Punto: Le maggiori Banche centrali rimangono formalmente impegnate a garantire un lungo periodo di tassi zero

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Cominciano ad emergere le prime smagliature nelle politiche monetarie ultra-accomodanti dei Paesi avanzati. Il Regno Unito è il primo paese dove si stanno manifestando problemi significativi di instabilità finanziaria, e dove la condotta della politica monetaria rischia di diventare destabilizzante.,….

La prima reazione potrebbe essere sul piano regolamentare, ma le pressioni per abbandonare anche la politica dei tassi zero potrebbero farsi irresistibili prima del previsto.

Nessun problema a giustificare la stance di politica monetaria c’è, invece, per Fed e Banca del Giappone.

Le maggiori Banche centrali rimangono formalmente impegnate a garantire un lungo periodo di tassi zero e condizioni di liquidità accomodanti. Tuttavia, il differente stato di maturazione della ripresa economica sta cominciando a rendere l’orientamento ultra-espansivo più rischioso da sostenere in alcune aree. Ieri, il vice-governatore della Banca d’Inghilterra, JonCutliffe ha riconosciuto che “sarebbe pericoloso ignorare lo slancio che si è andato formando nel mercato immobiliare britannico”. È improbabile che la prima reazione sia quella di prospettare imminenti rialzi dei tassi ufficiali. Le mosse più plausibili sono al momento di natura regolamentare: l’imposizione di standard creditizi più severi sui mutui ipotecari, moral suasion sul Tesoro perché ridimensioni il sostegno pubblico al mercato, aumenti dei requisiti patrimoniali sui mutui. Tuttavia, la bolla immobiliare si sta manifestando congiuntamente a un netto rafforzamento dei dati macroeconomici (vedi il PMI manifatturiero di aprile), che rendono sempre più anacronistica la politica ultra-espansiva della BoE. Appare quindi del tutto ragionevole che i mercati stiano ora scontando il primo rialzo dei tassi per febbraio-marzo 2015, dato che la ripresa appare già ora abbastanza consolidata da non giustificare più una politica di tassi zero.

Nessun problema a giustificare la sua politica monetaria, invece, ha la Banca del Giappone.

Alla riunione di aprile ha mantenuto tutto invariato. Lo scenario rimane positivo: le nuove informazioni al momento potrebbero essere coerenti con il mantenimento dello stimolo monetario attualmente in vigore, senza ulteriori misure espansive. La Banca centrale segnala che la crescita dovrebbe rimanere sopra al potenziale su tutto l’orizzonte previsivo, fino al 2016, mentre l’inflazione dovrebbe mantenersi intorno all’1,25% “per un certo tempo” (al netto degli effetti dell’aumento dell’imposta sui consumi), per poi aumentare nel 2015 e 2016. La BoJ potrebbe essere messa in difficoltà soltanto da un rialzo dell’inflazione molto più rapido e persistente del previsto, che obbligherebbe a chiarire se la normalizzazione dell’inflazione (e non il finanziamento in base monetaria del debito pubblico) sia davvero l’obiettivo principale dell’attuale politica monetaria. Ma è un problema che non si porrà per molto tempo.

Neppure la Federal Reserve, per il momento, ha problemi a giustificare la sua gradualissima uscita dalle politiche ultra-espansive. La riunione FOMC di mercoledì 30 aprile si è conclusa con la prevista riduzione del programma di acquisti e, come atteso, il comunicato ha rilevato che la crescita è in ripresa dopo il rallentamento del primo trimestre. Il rallentamento indotto dal maltempo del primo trimestre ha favorito un significativo calo dei tassi sulla curva del dollaro e ha mantenuto molto calme le aspettative sui tassi. I dati reali stanno ora mostrando l’attesa riaccelerazione, e anche i dati sul credito sono molto positivi. Ma il punto cruciale, che potrebbe alla fine fare la differenza, è quello dell’inflazione. I dati sui prezzi a marzo dovrebbero confermare una modesta svolta verso l’alto, ma la revisione dei dati dell’Employment Cost Index ha mostrato una dinamica più contenuta del costo del lavoro (1,8% a/a) e il deflatore dei consumi nel primo trimestre, a 1,1% a/a, si mantiene ancora vicino all’1%. Il FOMC quindi userà i dati di aprile e maggio per vedere se le previsioni di risalita dell’inflazione e della dinamica salariale si accompagneranno alla ripresa della crescita. Nel frattempo, il tono delle dichiarazioni continuerà ad essere accomodante.


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