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Focus Banche Centrali

Continua ad allungarsi la lista di Banche centrali che hanno tagliato i tassi di riferimento nel corso del 2015. Oggi si è aggiunta la Banca centrale di Taiwan, che ha abbassato i tassi di 12,5 punti base, portandoli all’1,75%. È il primo taglio dal 2009. Salgono così a 45 gli Istituti centrali che da inizio anno hanno abbassato il costo del denaro….


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Ufficio Studi IG


 

Medesime decisioni sono state intraprese oggi anche dalla Banca centrale ucraina e dalla Norges Bank (Norvegia) che ha tagliato i tassi di interesse per la seconda volta quest’anno, portandoli allo 0,75%, nuovo minimo storico. Con le decisioni odierne, i tagli dei tassi di riferimento da inizio anno a livello globale sono arrivati a 66. Abbiamo già superato i livelli del 2014 (65 tagli dei tassi), nonostante manchino oltre tre mesi alla fine dell’anno e l’aspettativa è che potremmo presto raggiungere i livelli del 2012, quando i tassi furono abbassati 108 volte. Non raggiungeremo i numeri del 2009 (207 riduzioni) dato che in quell’occasione i tassi erano su livelli molto elevati, mentre, dopo la crisi del 2009, il livello dei tassi di riferimento è rimasto sostanzialmente molto basso.

Le ragioni che spingono le Banche centrali ad essere particolarmente accomodanti riguardano per lo più un costante deterioramento delle prospettive economiche, alimentate dal crollo dei prezzi di molte commodity. Molti paesi Emergenti hanno economie strettamente basate sull’export di materie prime e i prezzi bassi creano degli squilibri importanti sulla bilancia commerciale. Ma da dove derivano i prezzi bassi? Probabilmente le ragioni vanno ricercate su ambo i lati del precario equilibrio tra domanda e offerta. Da un lato, il continuo sviluppo delle tecnologie di estrazione e produzione e la scoperta di nuovi giacimenti aumentano considerevolmente l’offerta di una determinata materia prima. Dall’altro, il rallentamento della Cina, uno dei principali importatori al mondo di materie prime, sta indebolendo la domanda. Il risultato è un eccesso di offerta che spinge verso il basso i prezzi.

Tali manovre espansive, inoltre, contribuiscono a indebolire le valute di questi Paesi, già fortemente penalizzate dai fondamentali e dai violenti deflussi di capitali in atto da diversi mesi. Gli investitori stanno ritirando gli investimenti dai Paesi emergenti per dirottarli negli Usa, in vista di un rialzo dei tassi della Fed. Se a tutto ciò si associa anche un precario equilibrio delle casse dello Stato o una instabilità politica, il quadro risulta essere veramente critico.

Oggi a segnare i nuovi minimi storici verso dollaro, sono stati il real brasiliano, la lira turca,  il peso messicano e il rand sudafricano, mentre nelle settimane precedenti la medesima sorte è toccata al ringgit malese e alla rupia indonesiana. Se l’economia cinese dovesse decelerare in maniera evidente, una crisi tra gli Emergenti simile a quella della fine degli anni ’90 sarebbe inevitabile. In un simile contesto, lo slittamento del rialzo dei tassi della Fed potrebbe solo contribuire a determinare l’esatta tempistica.

Fonte: BONDWorld.it


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