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09-12-15 MPS: Weekly Focus Mercati Finanziari

Segnali contrastanti dalle indagini congiunturali sull’attività economica cinese di novembre, da cui emerge una tendenziale debolezza del manifatturiero e una relativa resilienza del terziario. Il settore….


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Monte dei Paschi di Siena


manifatturiero ha ulteriormente frenato, con il relativo indice Pmi (Purchasing Managers’ Index) ufficiale in area di contrazione, a 49,6 punti, minimo da tre anni, da 49,8 del mese precedente (su attese per un dato invariato a 49,8). In contrazione – per il nono mese consecutivo – anche l’indice elaborato da Markit/Caixin, pur risalito a 48,6 punti in novembre dai 48,3 del mese precedente. Accelera invece il comparto dei servizi: in questo caso il Pmi ufficiale si porta a 53,6 punti dai 53,1 di ottobre. Una lettura oltre soglia 50 segnala espansione dell’attività.

L’attività del settore manifatturiero giapponese si è espansa in novembre al ritmo più sostenuto da 20 mesi. La lettura finale dell’indice Pmi (Purchasing managers’ index) manifatturiero, elaborato da Nikkei, si è attestata a 52,6 punti, leggermente sotto i 52,8 della stima flash, ma sopra i 52,4 di ottobre. Si tratta della settima lettura mensile consecutiva sopra la soglia dei 50 punti.

La spesa per investimenti in Giappone è cresciuta al ritmo tendenziale più intenso da otto anni nel trimestre luglio-settembre. Un segnale incoraggiante, che potrebbe preludere a una revisione al rialzo del prodotto interno lordo del terzo trimestre. Secondo i dati diffusi dal ministero delle Finanze, nel trimestre estivo la spesa per investimenti è cresciuta di 11,2% annuale, l’aumento più marcato dall’inizio del 2007, dopo +5,6% segnato nel secondo trimestre. La stima preliminare ipotizzava una contrazione annualizzata del Pil di 0,8% nel terzo trimestre, segnando l’ingresso della terza economia mondiale in recessione tecnica. Ma dopo i dati rivisti degli investimenti secondo gli analisti, i dati definitivi del Pil, in agenda martedì 8 dicembre, potrebbero essere rivisti al rialzo, permettendo a Tokyo di evitare per un soffio la ricaduta in recessione.

Il Pil del Brasile ha subito una contrazione dell’1,7% nel terzo trimestre di quest’anno rispetto ai tre mesi precedenti: lo ha reso noto stamane l’Istituto nazionale di geografia e statistica (Ibge). Il valore negativo aggrava la recessione che ha colpito il Paese sudamericano. Nel raffronto con il terzo trimestre del 2014 la riduzione del Pil è stata pari al 4,5%, peggior risultato dal 1996.

L’inflazione in area euro a novembre ha segnato una variazione tendenziale dello 0,1%, sotto le stime di consenso, poste a 0,2%, a causa soprattutto della componente energetica, che segna un tendenziale di meno 7.3%, contro il meno 8.5% di ottobre. L’inflazione tendenziale core, cioè al netto delle componenti volatili di energia ed alimentari non lavorati, rallenta da 1 a 0.9%.

La crescita dell’attività economica in zona euro ha accelerato leggermente a novembre, anche se le aziende appaiono stimolare la domanda tagliando i prezzi. L’indice finale composito dei direttori acquisti, realizzato da Markit, è salito a 54,2 da 53,9 di ottobre, a fronte di una lettura preliminare di 54,4.

Secondo Markit il dato è compatibile con una crescita del Pil dello 0,4% nel quarto trimestre, in linea con le attese di mercato. Il sottoindice dei nuovi ordini ha toccato il massimo da quattro anni e mezzo a 54,8 da 53,6, spinto anche dal deprezzamento dell’euro.

L’indice Pmi del settore servizi è passato a 54,2 in novembre da 54,1 del mese prima. Anche in questo caso il dato finale è inferiore alla stima flash di 54,6, ma le aziende hanno aumentato il numero di dipendenti al ritmo più sostenuto degli ultimi sei mesi. L’indice sull’occupazione è salito a 52,4 da 52,3.

La Banca centrale europea ha deciso di estendere almeno sino a marzo 2017 i propri acquisti, con un prolungamento di sei mesi sull’orizzonte minimo di settembre 2016, e di lasciare per ora invariati a 60 miliardi di euro i quantitativi acquistati ogni mese, aggiungendo il debito pubblico regionale alle tipologie di titoli acquistabili. L’istituto centrale di Francoforte ha proceduto ad un ritocco sui tassi, tagliando al nuovo minimo storico di -0,3% il tasso sui depositi.
Nell’aggiornamento trimestrale delle previsioni a cura dello staff della Bce, il Pil della zona euro viene indicato in crescita di 1,5% quest’anno, in rialzo da 1,4% della proiezione di settembre; la stima per il 2016 viene confermata a +1,7% e quella per il 2017 viene indicata a +1,9% da +1,8%.

Per quanto riguarda l’inflazione, la Bce ritiene che il 2015 si chiuderà con una crescita dei prezzi dello 0,1%, invariata rispetto al numero stimato tre mesi fa; per l’anno prossimo la stima viene ridotta a 1% dal precedente 1,1% e per il 2017 a 1,6% da 1,7%.

Nel corso della sessione della conferenza stampa dedicata alle domande dei giornalisti, Mario Draghi ha affermato che il QE ha indotto un generalizzato miglioramento delle condizioni economiche nella zona euro. Senza i 60 miliardi di euro di acquisti di obbligazioni, secondo Draghi, l’inflazione sarebbe stata di almeno 50 punti base sotto il livello attuale, ed anche la crescita del Pil sarebbe stata più debole.

Il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, in audizione di fronte al comitato economico congiunto del Congresso statunitense ha offerto un quadro ottimista sullo stato dell’economia Usa, preparando il terreno al primo rialzo dei tassi d’interesse da circa un decennio. Yellen, nel discorso preparato per l’occasione, ha ribadito che la disoccupazione è bassa, la crescita continua a un ritmo moderato, l’inflazione si muoverà gradualmente verso il target. Sebbene non abbia fatto esplicito riferimento alla possibilità di alzare i tassi già al meeting del comitato di politica monetaria del 16 dicembre, Yellen ha ribadito che le prospettive attuali e il flusso di dati arrivati dopo l’ultimo meeting ad ottobre sono “compatibili” con i criteri che il FOMC ha definito per procedere a un ritocco verso l’alto del costo del denaro.

Gli occupati statunitensi non agricoli aumentano in novembre di 211mila unità, e le revisioni dei due mesi precedenti aggiungono altri 35mila impieghi. La variazione media di nuovi occupati degli ultimi 3 mesi, pari a 218 mila, è superiore alla media da inizio anno (+209 mila).

Gli indici di diffusione restano elevati e segnalano che l’aumento occupazionale è diffuso a una parte consistente di settori. L’household report, cioè l’occupazione rilevata con indagine presso le famiglie, tipicamente volatile, registra un aumento di 244 mila unità. Il tasso di partecipazione aumenta a 62,5%, con la forza lavoro in rialzo di 273 mila unità (dopo +313 mila di ottobre). Il tasso di disoccupazione resta stabile al 5%, sui minimi da aprile 2008, e il tasso di occupazione è invariato a 59,3%. I salari orari sono in aumento dello 0,2% mensile e del 2,3% annuale, dopo il +0,4% mensile a ottobre. Nel complesso, un report molto robusto che dovrebbe rafforzare l’orientamento della Fed al primo rialzo dei tassi ufficiali, il prossimo 16 dicembre.

L’attività manifatturiera statunitense ha rallentato più delle attese a novembre, scendendo ai minimi dal giugno 2009 quando l’economia era in recessione. L’indice a cura di Ism (Institute for Supply Management) ha rallentato a 48,6 da 50,1 a ottobre, sotto le stime di consenso poste a 50,5, e posizionandosi sotto 50, soglia che separa la contrazione dalla crescita, per la prima volta dal novembre 2012.

I nuovi ordini, a 48,9 da 52,9 anch’essi in contrazione, sono ai minimi da agosto 2012. L’indice dell’occupazione cresce invece a 51,3 da 47,6, i massimi da luglio e sopra le attese poste a 48,4.

Sul mercato dei titoli di stato, sensibile rialzo dei rendimenti in Eurozona, conseguenza della delusione per le azioni annunciate da Draghi, che si sono scontrate con aspettative più aggressive. Rialzo, sia pure più contenuto, per i rendimenti statunitensi e britannici. Analoga delusione sui mercati azionari, con sottoperformance di quelli sviluppati rispetto a quelli emergenti, e cali medi del 5% in Eurozona. La delusione per gli annunci della Bce ha causato un sensibile apprezzamento dell’euro contro dollaro. Sul mercato delle materie prime il meeting Opec di Vienna, conclusosi con nessun accordo per tagli alla produzione e addirittura nessuna indicazione di un obiettivo quantitativo di produzione, ha nuovamente indebolito le quotazioni del greggio, che appaiono destinate a restare sotto pressione anche per il prossimo futuro. La debolezza del dollaro ha indotto un piccolo rally dell’oro, verosimilmente per ricoperture, dopo un protratto periodo di debolezza. Sui metalli industriali, i maggiori produttori cinesi hanno genericamente promesso tagli di produzione per rame, nickel e zinco, senza fornire ulteriori dettagli.

Fonte: BONDWorld.it


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