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MC: Volatilità sovrana La reazione al sell-off e le prossime sfide

La Federal Reserve alza i tassi d’interesse allo 0,50%, ritoccando all’insù il costo del denaro dello 0,25%, per la prima volta dal giugno 2006. Allora i tassi sui Fed Funds erano stati…..


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Andrea De Gaetano  –  Senior Portfolio Manager  –  MC Capital Ltd


Mercoledì 20 gennaio i mercati azionari hanno toccato minimi importanti, con l’indice S&P500 che ha sfiorato i 1800 punti livello più basso dall’ottobre 2014 quando si parlava di
Ebola. Il raggiungimento di livelli tecnici cruciali e il catalizzatore della conferenza stampa di Draghi, in occasione della prima riunione dell’anno della BCE, hanno generato il rimbalzo.

Circa il 5% in tre sedute di Borsa, con l’indice S&P500 alla soglia dei 1900 punti, poi una discesa verso i minimi, tuttora in corso.

Durante il Global Economic Forum, dalle Alpi di Davos alle sale operative di tutto il mondo, i pesi massimi del mercato hanno commentato il sell-off sui mercati azionari.

Nouriel Roubini, tradizionalmente pessimista, dice che oggi l’economia globale non è come nel 2008. “Bad news is good news” grazie alla politica delle banche centrali che, in caso di cattive notizie, inondano i mercati di liquidità sostenendo i mercati. “Dati economici confusi, ma non terribili”, sostiene l’economista libanese, “la Fed potrebbe rialzare i tassi in giugno”.

Soros teme invece il ripersi di una crisi stile 2008. Le cause sono differenti, ora il problema è la Cina, la deflazione e il livello di indebitamento globale. Soros sostiene che un “hard landing” (brusco atterraggio) dell’economia cinese è praticamente inevitabile.

Laszlo Birinyi, che aveva correttamente previsto l’inizio del bull market quando l’indice S&P500 valeva circa un terzo di oggi, ora pare preoccupato come mai dal 2009.

Per capire il rallentamento economico cinese e il relativo crollo del 44% del mercato azionario, occorre ben di più che l’analisi del prodotto interno lordo o gli utili aziendali: “sarebbe necessaria la conoscenza dell’agenda politica cinese, cosa che va oltre le nostre capacità”.

Tom De Mark, uno dei più noti analisti tecnici, identifica il sell-off di mercoledì 20 gennaio come un minimo importante di breve termine, da cui dovrebbe partire un rimbalzo dell’8%.

Ma suggerisce di non comprare e attendere un nuovo minimo più basso nei prossimi mesi.

Larry Finck, Blackrock, si aspetta un altro -10% sui mercati e il petrolio a 25 dollari, poi un forte recupero delle quotazioni.

Michael Harnett, Bank of America, crede che per gennaio minimi siano stati fatti, ma dopo gennaio le cose potrebbero di nuovo volgere al peggio. Le valute emergenti quotano oggi a livelli di oltre il 15% inferiori rispetto al 2009.

I rendimenti sui bond High Yield sono balzati dal 4,9% al 9,8% negli ultimi 18 mesi. Tipico effetto della paura del rialzo dei tassi negli USA.

1638 titoli (i 2/3 dell’indice MSCI ACWI) quotano sotto del 20% rispetto ai massimi. I profitti (MSCI AWCI) sono calati dell’8% su base annua. Mario Draghi nella conferenza BCE di giovedì e nei giorni successivi ha tranquillizzato il mercato.

Ha giocato la carte del suspense, creando fortissime aspettative per una nuova, incisiva azione della BCE nella prossima riunione del 10 marzo: “La BCE ha la volontà, la determinazione e gli strumenti per intervenire”.

Azione che sarebbe giustificata dal perdurare dei prezzi del petrolio sui minimi oltre che dai rischi provenienti dal rallentamento cinese. Non è poi mancata la forte rassicurazione del Presidente Draghi sul settore bancario italiano ed europeo: «In Italia c’è stata un’errata interpretazione della lettera-questionario inviato dalla Bce su come i Paesi stanno gestendo i crediti in sofferenza”. La BCE non intende chiedere ulteriori accantonamenti di capitale alle banche.

La BCE sta facendo tutto il possibile per venire incontro al mercato e lo sta facendo al meglio.

C’è da dire però che il mercato è diventato progressivamente sempre più assuefatto alle iniezioni di liquidità delle banche centrali e, come insegna il caso Giapponese, l’effetto inebriante degli stimoli pare oggi più effimero. Da quando il Giappone ha esteso, per l’ennesima volta, il proprio quantitative easing il 18 dicembre 2015, il mercato azionario
giapponese è sceso di oltre il 10% e lo yen si è rafforzato.

Le grosse sfide che il mercato si trova oggi di fronte sono il tema delle sofferenze bancarie (non performing loans NPL) e della velocità con cui verrà creata la “bad bank” in Italia in cui farle affluire. Il tema geopolitico con migranti, Schengen. La battaglia sul petrolio. Quanto alle sofferenze bancarie l’oggetto del contendere verte su due punti cardine: la valutazione dei crediti in sofferenza e la questione (strettamente connessa) degli aiuti di Stato.

Se i crediti che la bad bank dovrebbe comprare dalle banche (con fideiussione statale) fossero valutati troppo generosamente, si porrebbe il problema di un aiuto di Stato (controcorrente rispetto alle nuove norme sul bail in). Se invece i crediti fossero valutati troppo poco, le banche dovrebbero mettere a bilancio nuove perdite, insopportabili, visto lo stress del settore.

Gli Hedge Fund più aggressivi, per anni, si sono sentiti riagganciare il telefono quando proponevano di acquistare i crediti delle banche italiane al 90% di sconto. Il 50% di valorizzazione, agli antipodi, passerebbe come uno scandaloso aiuto di Stato. Ciò che c’è in mezzo è l’oggetto della trattativa.

L’altro tema scottante è quello geopolitico, che vede protagonisti nel breve Schengen e i migranti da un lato. Isis e terrorismo sulle sponde del Mediterraneo e nel continente. Putin, senza lacci e laccioli della burocrazia, cosa farà? Infine, il petrolio che, dopo aver testato area 28 dollari al barile, sta cercando di rimbalzare, un po’ per l’effetto di ricoperture di posizioni corte, un po’ per il moltiplicarsi di voci che lasciano intuire la volontà politica di arginare il crollo del prezzo dell’energia.

27012016

Operativamente e per concludere

Volatilità sovrana, ci attendiamo un rimbalzo tecnico sui mercati azionari. In particolare sull’Italia, grazie alle aspettative di nuovi stimoli monetari BCE in marzo e in vista della risoluzione del tema bad bank nell’arco delle prossime settimane. Guardiamo con maggior cautela al mercato USA che, al contrario di quello europeo, dal 2009 non è mai ripassato a testare i massimi del 2007, in area 1570 sull’indice S&P 500 (ora a 1870) ed è più esposto agli  “effetti collaterali” del primo rialzo dei tassi d’interesse e del rafforzamento del dollaro. Fra questi, l’aumento dei rendimenti dei bond corporate e high yield, ovvero l’aumento dei costi di finanziamento per le aziende e per il mercato.
Sul cambio Euro/Dollaro USA, ora a 1,0830, ci manteniamo neutrali, con view tendenzialmente rialzista in caso di superamento al rialzo di area 1,1050 (ribassista invece
sotto 1,045).

La Federal Reserve, nel comunicato di domani, visti i prezzi dell’energia sui minimi che allontanano l’obiettivo dell’inflazione al 2%, dovrebbe togliere il piede dall’acceleratore,
soprassedendo su ulteriori rialzi dei tassi, almeno fino a giugno. Ciò potrebbe costituire uno spunto per un indebolimento del dollaro.

L’andamento del prezzo del petrolio sarà uno dei principali punti di riferimento nelle decisioni delle banche centrali.

Se il prezzo del petrolio dovesse mantenersi vicino ai 30 dollari o più basso, le banche centrali avrebbero la strada spianata per inondare il mercato con altra liquidità, ma potremmo assistere ai primi default di aziende nel settore energetico. Viceversa, un forte rimbalzo del petrolio giustificherebbe il mantenimento dello stutus quo per la BCE e altri rialzi dei tassi d’interesse negli USA. Le aziende petrolifere tirerebbero il fiato, ma i costi di finanziamento salirebbero per tutti.

In entrambi gli scenari, dopo un rimbalzo dovuto e in assenza di dati straordinariamente positivi sugli utili aziendali, vediamo più motivi di cautela che spunti di euforia

Fonte: BONDWorld.it

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