È iniziato il conto alla rovescia per il referendum del 23 giugno in cui il Regno Unito deciderà se restare o lasciare l’Unione Europea. Mentre politici ed economisti dibattono su opportunità e rischi, i mercati si son portati avanti, vendendo la sterlina.…
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Andrea De Gaetano – Senior Portfolio Manager – Olympia Wealth Management Ltd
La crisi sul debito sovrano europeo, scoppiata in Grecia nel 2010, aveva spinto gli investitori a rifugiarsi nella Sterlina che dal 2012 si è apprezzata contro Euro e Yen Giapponese, con la tranquillità di un cocker nella campagna inglese, rimanendo più altalenante contro Dollaro USA. Tra il 2012 e il 2015 la volatilità sulla sterlina è stata modestissima, tra il 5% e il 7%. L’Euro, che nel dicembre 2008 aveva sfiorato la parità con la sterlina, è sceso fino al minimo di 0,693 di luglio 2015.
Un primo segnale di nervosismo sulla divisa britannica, subito riassorbito, si è visto nel 2014 con l’incertezza del referendum scozzese. La prospettiva di una “Brexit”, ben più impattante di un’eventuale secessione scozzese, è tornata a preoccupare gli investitori. La sterlina è tracollata del 20% nei confronti dello Yen da agosto 2015 a oggi, nonostante l’inarrestabile QE giapponese. Ed è scivolata di oltre l’11% anche nei confronti dell’Euro, nonostante la debolezza dei dati economici del Vecchio Continente che suggerisce un prossimo intervento della BCE nella riunione del 10 marzo. Più comprensibile l’indebolimento della Sterlina nei confronti del Dollaro USA, dopo il primo rialzo dei tassi d’interesse deciso dalla Federal Reserve nel dicembre 2015. Il cambio Sterlina/ Dollaro USA è sceso da 1,71 del 2014 a 1,38 di questa settimana. Livelli che non si vedevano dal 2009. Il rischio di un aumento della turbolenza sulla valuta inglese è stato immediatamente prezzato dalle opzioni che si sono risvegliate dopo anni di quiete assoluta, con una volatilità implicita raddoppiata, a 12.78, sebbene ancor lontana dai livelli toccati nel 2010, 4 volte maggiori. Dopo l’introduzione dell’Euro, che ha cancellato le divise nazionali europee, la Sterlina Inglese è la moneta più antica ancora in uso.
L’entusiasmo europeista di Blair, che colse al volo il treno di promettenti opportunità dell’Euro nascente, ha pian piano lasciato il posto all’euroscetticismo, più che comprensibile dopo anni di crisi economica da cui l’Europa non si è ancora sollevata. Il livello di disoccupazione in Inghilterra è sceso dal picco dell’8,5% del 2012 al 5,1% del dicembre 2015. In Europa, la disoccupazione è passata dal massimo del 12,1% del 2013 al 10,4% di dicembre 2015. Nel 2008, la disoccupazione europea toccava un minimo del 7,2%. A Londra, i prezzi delle case non solo hanno recuperato pienamente i valori pre-crisi, ma si sono spinti su nuovi massimi. Non fosse per le ombre del rallentamento globale più evidenti da agosto 2015, è probabile che anche l’Inghilterra avrebbe già alzato i tassi d’interesse come han fatto gli Stati Uniti. Il prodotto interno lordo inglese è cresciuto del 2,2% nel 2015, contro l’1,5% dell’Area Euro. L’Europa, per funzionare meglio, sembra dirigersi verso una delega dei poteri nazionali verso Bruxelles. Perché mai il Regno Unito dovrebbe rischiare di rimaner invischiata in un sistema finora meno efficiente? Con debiti pensionistici crescenti, nuovi costi per la gestione dei migranti, burocrazia lentissima? Si chiedono gli euroscettici, come il sindaco di Londra Boris Johnson che dice “c’è il pericolo reale di perdita di controllo democratico”. D’altro canto, gli inglesi favorevoli alla permanenza in Europa per gli indubbi vantaggi alle esportazioni verso l’Europa (che contano per il 50% dell’export britannico) lo sono anche per timore del “salto nel buio”, espressione usata dal Cancelliere dello Scacchiere George Osborne per descrivere l’uscita dell’Europa. Pur avendo tutti i vantaggi del libero scambio grazie all’appartenenza all’Unione Europea, il Regno Unito ha mantenuto grande indipendenza, oltre alla propria valuta nazionale. Perché dunque rischiare una recessione, con l’incognita dell’uscita dall’Unione Europea? Questo l’argomento prevalente, che rende più probabile una permanenza inglese nell’Unione Europea.
Operativamente e per concludere L’aspetto rassicurante e mansueto della sterlina negli ultimi tre anni non deve trarre in inganno. La storia della sterlina è costellata di episodi di volatilità estrema, fra i quali il più celebre rimane la speculazione di George Soros nel 1992, che guadagnò 1 miliardo di dollari in pochi giorni, mettendosi al ribasso sulla divisa britannica e costringendola all’uscita dall’ERM (European Exchange Rate Mechanism, sistema introdotto della Comunità Economica Europea nel 1979, per aumentare la stabilità dei cambi in Europa). Se nei primi anni ’90 l’Europa era alle prese con la riunificazione delle due Germanie, dopo la caduta del Muro di Berlino e tassi d’inflazione stellare (con i Titoli di Stato che avevano rendimenti a due cifre), oggi siamo alle prese con la deflazione, petrolio, Titoli di Stato con rendimenti negativi, il tema dei migranti che sta dividendo la diplomazia europea, l’Isis e un contesto di bassa crescita.

La volatilità che finora ha interessato le valute dei Paesi Emergenti, massacrati dal calo dei prezzi dell’energia e delle materie prime, potrebbe trasferirsi sulle valute dei Paesi Sviluppati. Viceversa, una stabilizzazione o rimbalzo delle materie prime dovrebbe favorire le valute dei Paesi Emergenti produttori. In questo contesto preferiamo mantenerci neutrali sui Governativi europei, cogliendo eventuali nuove salite dei corsi come opportunità di vendita. Un paniere di bond sovranazionali in valute emergenti, volatili, ma molto redditizie e sui minimi storici, può essere una buona opportunità nel medio periodo.
La Sterlina, dopo il recente sell-off degli ultimi mesi, potrebbe rimbalzare un po’, ma rimarrà sotto tiro almeno fino al referendum sulla Brexit. Meglio astenersi. L’atteso rimbalzo sui mercati azionari è arrivato. I dati sul Prodotto Interno Lordo USA nel quarto trimestre 2015, al +1%, migliori delle attese e la prossima riunione della BCE il 10 marzo dovrebbero favorire il recupero dell’azionario ancora per qualche settimana. La BCE sarà il giro di boa dopo il quale i venditori potrebbero ripresentarsi. Chi è rimasto troppo investito, ha l’occasione per alleggerire. Chi invece è riuscito a comprare sui minimi delle scorse settimane già oggi si sentirà abbastanza soddisfatto. I ribassisti, da qui alla riunione BCE di marzo, saranno più cauti. Sul cambio Euro/Dollaro USA, in attesa di nuove indicazioni direzionali, manteniamo la strategia di trading fra 1,0880, livello d’acquisto e 1,1380 livello di vendita, neutrali sui livelli intermedi.
Fonte: BONDWorld.it
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