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08-03-16 MPS Weekly: Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è rimasto invariato al 4,9% nel mese di febbraio

Febbraio è risultato il mese peggiore da oltre un anno per l’attività delle imprese della zona euro. L’indice finale composito dei direttori acquisti a cura di Markit (Purchasing Managers’ Index) è sceso il mese scorso a 53 dal 53,6 di gennaio, peggior risultato da inizio 2015…..


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Monte dei Paschi di Siena


Il dato di oggi è tuttavia superiore a quello preliminare di 52,7 e resta comunque superiore alla soglia di 50 che separa la crescita dalla contrazione. “Il rallentamento della crescita dell’attività, accompagnato da un frenata simile nel ritmo di creazione di posti di lavoro e nella maggiore flessione dei prezzi applicati in un anno segnalano che la ripresa della regione sta perdendo slancio”, ha commentato il chief economist Chris Williamson. “La delusione su più fronti aumenta le chance che la Banca centrale europea agisca in maniera aggressiva per evitare un’altra recessione”. Il sottoindice relativo ai prezzi di produzione è sceso a 48,5 da 48,9. Flessione ai minimi di tredici mesi per l’indice Pmi relativo ai servizi, a 53,3 da 53,6 di gennaio anche se sopra la stima flash di 53. In dettaglio, l’attività del settore manifatturiero è al minimo da un anno, con la marcata revisione al ribasso dei prezzi sinora non in grado di contrastare il rallentamento dei nuovi ordini. L’indice è sceso a 51,2 da 52,3 di gennaio, risultando leggermente migliore della stima flash a 51,0. Il Pmi resta oltre la soglia dei 50 punti, dunque in territorio di crescita, ma la lettura odierna è la peggiore da un anno. Dai sottoindici, emerge come le imprese abbiano tagliato i prezzi al ritmo più marcato da giugno 2013, a 47,6 da 48,3. Ai minimi da un anno anche il sottoindice della produzione, passato a 52,3 da 53,4, contro 51,9 della prima lettura. Il rallentamento manifatturiero resta tuttavia in atto e diffuso anche ad altre economie sviluppate: in Giappone il relativo indice ha registrato a febbraio una crescita al ritmo più lento da otto mesi, con una contrazione dei nuovi ordini che riflette un calo della domanda sia interna che estera. L’indice Pmi Markit/Nikkei manifatturiero giapponese è sceso infatti a 50,1 punti nella lettura finale di febbraio, sotto la stima flash di 50,2 punti e il dato di gennaio di 52,3. L’indice rimane sopra la soglia di 50 che separa crescita da contrazione per il decimo mese consecutivo, ma il rallentamento rispetto al mese precedente potrebbe essere fonte di preoccupazione per i responsabili della politica economica del Paese. Il sottoindice dei nuovi ordini è sceso a 49,5, contro il 49,9 in versione preliminare e 52,8 di gennaio, evidenziando il calo più rapido da aprile. Anche nel Regno Unito, l’indice manifatturiero Markit/CIPS è sceso a 50,8, sotto le attese, da 52,9 a gennaio. La lettura – la più debole da aprile 2013 – supporta l’orientamento espansivo della Banca d’Inghilterra, che si è detta pronta a nuovi stimoli all’economia se necessari. I nuovi ordini sono stati i più deboli da quando l’economia ha iniziato a riprendersi dalla crisi finanziaria nel 2013

L’indagine è stata condotta in larga parte prima della marcata correzione della sterlina a fine febbraio, legata ai timori per una possibile uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea. Il settore manifatturiero ha visto una riduzione dei posti di lavoro per il secondo mese consecutivo anche se la flessione è stata contenuta. Le imprese hanno anche dichiarato di aver ridotto i prezzi dei beni venduti per il sesto mese di fila ma la discesa è stata leggermente meno marcata di quella di gennaio.

Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è rimasto invariato al 4,9% nel mese di febbraio, in linea con le attese. Nello stesso mese sono stati creati 242mila posti di lavoro, un dato nettamente superiore alle attese degli analisti che ipotizzavano la creazione di 200.000 nuovi impieghi. Rivisti al rialzo anche i dati dei due mesi precedenti, rispettivamente a +172.000 posti per gennaio (da 151.000) e a +271.000 per dicembre (da 262.000). Il salario orario medio è sceso in febbraio di 3 centesimi a 25,35 dollari, o lo 0,1% su mese, con un rialzo su base annua pari al 2,2%. In calo di 0,2 ore a 34,4 ore la settimana lavorativa media. Un punto positivo che emerge dal rapporto è che la dinamica occupazionale, oltre ad essere sostenuta, è diffusa in tutti i settori, con eccezione del manifatturiero che è frenato da dollaro e petrolio. Il settore pubblico crea 12mila posti. L’occupazione rilevata con l’indagine presso le famiglie, tipicamente volatile, registra un aumento di 530 mila unità. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro aumenta al 62,9%, con la forza lavoro in rialzo per il quinto mese consecutivo. Il tasso di disoccupazione resta a 4,9% (minimo da febbraio 2008), risultato particolarmente brillante dato l’ampio rialzo della forza lavoro. Il tasso di occupazione sale a 59,8% (massimo da aprile 2009).

L’indagine congiunturale a cura di Ism sul settore manifatturiero statunitense si attesta a febbraio a 49,5, ancora al di sotto della soglia dei 50 punti che separa espansione e contrazione ma superando le attese degli analisti. Dopo il 48,2 di gennaio, il consensus scommetteva su una lettura di 48,5. Il settore dei servizi Usa è cresciuto a febbraio, ma a ritmo più lento rispetto al mese precedente, con l’occupazione in flessione per la prima volta in due anni. L’indice per l’attività non manifatturiera è sceso a 53,4 da 53,5 del mese precedente, al di sotto delle stime di consenso poste a 53,2. L’indice sull’attività economica è salito a 57,8 da 53,9, sopra le stime di 54. Di rilievo il fatto che il sottoindice dell’occupazione è sceso a 49,7 da 52,1 di gennaio, primo calo da febbraio 2014. I nuovi ordini sono calati a 55,5 da 56,5 e l’indicatore sui prezzi a 45,5 da 46,4.

Il Pil del Brasile si è contratto nel 2015 del 3,8%, segnando il dato peggiore dal 1990. Sul dato hanno pesato il taglio degli investimenti aziendali ed il forte deterioramento del mercato del lavoro, con la perdita di 1,5 milioni di posti di lavoro. Il Brasile si avvia quindi verso quella che potrebbe diventare la recessione più profonda e protratta da quando è iniziata la raccolta dei dati, all’inizio del secolo scorso. Il paese è stato colpito nella parte finale del 2015 da un disastroso incidente in una delle sue principali miniere e dal più esteso sciopero in 20 anni nel settore petrolifero, che hanno ulteriormente colpito un’economia già indebolita da una protratta crisi politica, da inflazione e tassi di interesse in salita e dalla netta discesa dei prezzi delle materie prime. Per il 2016 il Pil è stimato in contrazione del 3,45%, secondo un recente sondaggio condotto dalla banca centrale tra economisti.

Ancora una settimana di recuperi per azioni, obbligazioni societarie e materie prime, in quello che sembra probabile essere un rally da ricoperture. Marcata sovraperformance degli attivi emergenti. La fase del ciclo economico nei paesi sviluppati (soprattutto negli Stati Uniti) resta molto matura, su base storica, ed i margini di profitto negli Usa sono sotto pressione avendo toccato nuovi massimi storici durante questo ciclo, spinti dal basso livello dei tassi d’interesse e dalla debole crescita salariale. Anche la crescita della produttività resta deludente e nettamente inferiore ai cicli economici precedenti. Negli Stati Uniti, lo spostamento di lavoratori dalla disoccupazione all’occupazione ha spinto il tasso di disoccupazione al 4,9%. Cresce il rischio che, da un certo momento, i datori di lavoro siano forzati ad aumentare le retribuzioni per acquisire personale. Ciò eserciterà pressioni al ribasso sui margini di profitto o indurrà a trasferire i maggiori oneri d’impresa sui prezzi di vendita, riavviando l’inflazione e spingendo la Fed ad intervenire. Unico antidoto a questo scenario è la crescita della produttività, che come detto latita. E’ possibile ipotizzare che un’eventuale espansione dei multipli azionari compensi la bassa crescita degli utili ma ad oggi ciò appare improbabile, visto che le banche centrali sembrano aver quasi esaurito le proprie munizioni e che la politica fiscale è vincolata da elevati livelli di debito. Tutti questi elementi inducono pertanto alla cautela nel posizionamento sugli attivi rischiosi.

In settimana, il rally degli attivi rischiosi ha indotto un aumento dei rendimenti sui titoli di stato, con il Treasury decennale in rialzo di circa 15 punti base, il Bund ed il Gilt di circa 10 punti base. Forte rally dei mercati del credito, in particolare del comparto High Yield statunitense, sulla spinta del recupero delle quotazioni azionarie e del greggio.

Il recupero dei mercati rischiosi ha portato con sé l’indebolimento del cambio del dollaro, così come espresso dal Dollar Index. Se ciò è valido in media, cioè nel confronto del dollaro contro il paniere dei suoi maggiori partner economici, a livello di singole coppie di cambi i differenziali di performance restano molto forti. Sui mercati delle materie prime, il greggio ha proseguito il proprio recupero, con minore volatilità realizzata. Ripresa anche per i metalli industriali, verosimilmente da ricoperture indotte da stabilità del dollaro, rally dei prezzi del greggio e nuova fase di lieve allentamento monetario cinese.

Fonte: BONDWorld.it


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