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Il Punto: La crisi politica spagnola continua a non avere via di uscita.

Non si vede ancora una via di uscita dalla crisi politica della Spagna. I veti incrociati rendono nuove elezioni anticipate entro fine anno tutt’altro che improbabili….


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Per qualche tempo, la Spagna può ancora permettersi un governo di ordinaria amministrazione. Tuttavia, nei prossimi anni la situazione fiscale e gli squilibri macroeconomici preesistenti richiederanno interventi e scelte politiche delicate.

La crisi politica spagnola continua a non avere via di uscita. Il 31 agosto, Rajoy ha ottenuto dal Congresso soltanto 170 voti, 6 meno di quelli necessari per la maggioranza assoluta. Nella seconda votazione sarà sufficiente la maggioranza dei votanti, ma al momento nessuno dei partiti di opposizione ha manifestato alcuna disponibilità ad astenersi per consentire l’avvio di un governo di minoranza; purtroppo, ci sono appena due mesi per evitare nuove elezioni anticipate. Il PSOE, in particolare, continua a ribadire l’intenzione di votare contro, nonostante la linea oltranzista del segretario (che peraltro non ha portato frutti in occasione delle elezioni di giugno) non sia condivisa da tutti nel partito. Questa settimana, il portavoce del PSOE ha affermato che il problema non è Rajoy, ma il programma del Partito Popolare (PP), e quindi un cambio di linea non sarebbe scontato neppure nell’ipotesi che il leader del PP faccia un passo indietro. D’altronde, il comitato federale del partito non ha mai modificato la risoluzione del 28 dicembre 2015 che sbarrava il passo a qualsiasi primo ministro proveniente dal PP.

Due sono gli scenari che potrebbero aprire la porta a un governo PP-Ciudadanos (C’s) guidato da Rajoy, peraltro nessuno dei due molto probabile:

il primo è un ripensamento dei baschi del PNV, che contano 5 seggi;

il secondo, quello di una crisi del PSOE, per esempio dopo le elezioni locali del 25 settembre in Galizia e Paesi Baschi.

D’altronde, l’attuale composizione del parlamento non consente di ipotizzare soluzioni alternative, anche se Podemos è tornato a sollecitare Sánchez perché tenti lui stesso di formare un governo: Podemos e PSOE contano soltanto 130 seggi e con C’s salirebbero a 162, che rimangono ben 14 meno della maggioranza assoluta. Perciò, necessiterebbero comunque dell’appoggio o dell’astensione di diversi partiti autonomisti. Inoltre, Podemos e C’s sono sostanzialmente alternativi, come ha ricordato il portavoce del PSOE. Dati i rapporti di forze e i veti incrociati, lo scenario di un nuovo ricorso alle urne entro fine anno rischia di diventare inevitabile. I sondaggi non mostrano un significativo spostamento delle intenzioni di voto, ma se la posizione di Sánchez non fosse premiata dagli elettori, a quel punto il PSOE potrebbe ammorbidire la propria linea.

Che cosa rischia la Spagna in questa impasse ?

Diversamente dall’Italia, che ha bisogno di realizzare profonde riforme strutturali per rilanciare un sistema economico da tempo in difficoltà e oberato da un debito pubblico elevato, negli ultimi anni la Spagna ha avuto il vantaggio di poter contare su un notevole rimbalzo post-crisi dell’attività economica.

Inoltre, un livello del debito pubblico inizialmente basso, ha consentito di mantenere una stance fiscale più accomodante rispetto all’Italia e, dopo, gli interventi emergenziali seguiti alla crisi finanziaria, di non aver più bisogno di ottenere il consenso per grandi interventi di riforma. Una situazione, quindi, che può essere gestita per molto tempo da governi deboli. Assieme allo scudo protettivo del PSPP ancora aperto sul debito pubblico, le più favorevoli condizioni di partenza mantengono abbastanza tranquilli gli investitori domestici e internazionali. Tuttavia, la Spagna presenta vulnerabilità che potrebbero tornare a pesare in un contesto internazionale più sfavorevole: in particolare, un alto indebitamento nel settore privato, un debito estero a oltre il 90% del PIL, un deficit del settore pubblico al 5% del PIL, che sta portando il debito pubblico rapidamente su livelli ‘italiani’, livelli di povertà ed esclusione sociali alti rispetto alla media europea, e (come in Italia) debole propensione a investire. Sulla correzione fiscale, la Spagna può godere ancora dei margini di flessibilità garantiti dalla crisi politica dell’UE, che ha evitato di applicare le sanzioni previste dalla procedura contro i disavanzi eccessivi, ma l’aumento del debito che ne consegue rischia di portare anche la Spagna nella stessa gabbia che ha già imprigionato l’Italia.


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