AllianzGI : Dopo una stagione di risultati aziendali del secondo trimestre particolarmente brillante, le stime sugli utili continuano a essere riviste al rialzo.
a cura di Stefan Rondorf, Senior Investment Strategist, Global Economics & Strategy AllianzGI
Alla vigilia della nuova reporting season, il mercato si pone una domanda: per quanto tempo potrà proseguire questa dinamica positiva? Analisti e società si apprestano ad affrontare la nuova stagione delle trimestrali con un livello di fiducia raramente osservato in passato. Negli Stati Uniti si prevede una crescita degli utili di quasi il 30% su base annua, mentre in Europa le attese si attestano intorno al 21%. Si tratta di valori eccezionalmente elevati, se si escludono le fasi di ripresa economica successive a una recessione. Al contempo, nel corso dell’estate si è assistito a una contrazione delle valutazioni azionarie: le quotazioni non hanno infatti tenuto il passo con il continuo aumento delle stime sugli utili. Le prossime settimane dovrebbero chiarire quale delle due variabili finirà per allinearsi all’altra: le quotazioni azionarie o le aspettative sugli utili?
Osservando l’andamento delle stime sugli utili, emerge che queste continuano a essere riviste al rialzo ad un ritmo insolitamente sostenuto. Tuttavia, tale dinamica sta gradualmente perdendo slancio. L’analisi della variazione del momentum delle revisioni, misurata attraverso la derivata seconda, evidenzia infatti un passaggio da una dinamica “estremamente forte” a una “semplicemente forte”. A trainare questa tendenza positiva sono ancora i titoli growth statunitensi e le azioni coreane e taiwanesi. In alcune fasi, anche l’Eurozona ha registrato significativi rialzi delle stime sugli utili, che tuttavia si sono recentemente stabilizzati. In Giappone, invece, le revisioni al rialzo mostrano una maggiore continuità. È importante sottolineare che il previsto rallentamento del momentum delle revisioni non implica una riduzione delle stime sugli utili, ma indica semplicemente che queste continueranno a essere riviste al rialzo, seppure a un ritmo meno sostenuto (si veda il nostro grafico della settimana).
Anche le aziende, al pari degli analisti, si apprestano ad affrontare la nuova stagione di pubblicazione degli utili con grande ottimismo. Negli Stati Uniti, questo clima di fiducia si riflette in un numero record di anticipazioni positive sui risultati aziendali. Come già avvenuto nel secondo trimestre, a distinguersi per il sentiment particolarmente favorevole è il settore tecnologico. Anche il contesto macroeconomico offre solide basi per una stagione delle trimestrali positiva: le stime in tempo reale della crescita del prodotto interno lordo (PIL) statunitense, il miglioramento degli indici PMI dell’Eurozona e gli indicatori di sorpresa economica evidenziano tutti un quadro incoraggiante, in alcuni casi persino leggermente più favorevole rispetto a quello osservato prima della stagione delle trimestrali del secondo trimestre.
Sorprende, tuttavia, che questo ottimismo si sia riflesso finora solo in misura molto modesta nelle quotazioni azionarie. Negli ultimi mesi i principali indici hanno registrato un andamento sostanzialmente laterale. A frenare i mercati sono stati soprattutto “venti contrari” di ampia portata. Il rischio di stagflazione legato alla guerra in Iran e l’avvio di un ciclo di inasprimento monetario sincronizzato a livello globale hanno alimentato il rialzo dei rendimenti obbligazionari. Tuttavia, questi sviluppi sembrano ormai essere stati ampiamente assimilati e non vi sono motivi per ritenere che si intensificheranno ulteriormente. La prossima stagione delle trimestrali potrebbe quindi rappresentare un’importante opportunità per riportare l’attenzione sulla solidità degli utili che caratterizza la maggior parte delle aziende.
Nel complesso, la solida dinamica degli utili societari continua a rappresentare, almeno per il momento, il principale fattore di sostegno dei mercati azionari. A condizione che i rischi macroeconomici attualmente al centro dell’attenzione, tra cui gli shock sul lato dell’offerta legati alla guerra in Iran e l’inasprimento delle politiche monetarie a livello globale, non si aggravino significativamente, esiste margine per una reazione positiva da parte degli investitori azionari. Questo anche alla luce di valutazioni che si sono nel frattempo ridimensionate e nonostante il diffuso ottimismo già presente sul mercato. Tuttavia, questo potenziale di rialzo potrebbe esprimersi pienamente soltanto dopo il venir meno dell’incertezza legata alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti (midterm elections).
La settimana prossima
Oltre alla stagione di pubblicazione degli utili, che sta entrando nel vivo, i dati preliminari degli indici dei responsabili degli acquisti (PMI) di venerdì saranno probabilmente i dati economici più importanti della settimana. L’interrogativo principale è se il protrarsi dei prezzi elevati dell’energia e l’incertezza politica in Francia e Germania abbiano compromesso il miglioramento del clima economico osservato negli ultimi mesi, oppure se altri fattori favorevoli alla crescita siano in grado di controbilanciarne gli effetti. L’attenzione si concentrerà soprattutto sugli indici PMI dell’Eurozona, ma saranno diffusi dati analoghi anche in Giappone, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Tra gli altri appuntamenti di rilievo figurano i dati sull’attività economica in Cina e quelli sull’inflazione in Giappone e nel Regno Unito.
I primi dati della settimana arriveranno lunedì dalla Cina. Si prevede che a settembre la crescita della produzione industriale acceleri portandosi dal 5,2% al 5,3%, mentre la crescita delle vendite al dettaglio dovrebbe passare dallo 0,4% allo 0,5%. Quanto al PIL del terzo trimestre, il consensus indica una crescita del 4,3%, la stessa del trimestre precedente. Martedì la banca centrale cinese fisserà i propri tassi di riferimento.
In Germania martedì sarà pubblicato l’indice ZEW sulle aspettative economiche, seguito, giovedì, dai dati preliminari sulla fiducia dei consumatori nell’Eurozona. Nel Regno Unito, mercoledì l’attenzione sarà rivolta all’inflazione: l’inflazione complessiva dei prezzi al consumo si è attestata da ultimo al 3,1%, quella di fondo al 2,6%.
I dati sui prezzi al consumo in Giappone sono attesi per venerdì. Negli Stati Uniti giovedì saranno pubblicati i dati settimanali sulle richieste iniziali dei sussidi di disoccupazione, mentre venerdì, oltre agli indici PMI, saranno resi noti i dati relativi all’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan (ultimo dato: 46,3).
Qualcuno si ricorda ancora dei criteri di Maastricht, i requisiti minimi un tempo stabiliti per entrare nell’area euro? Idealmente, dovevano rappresentare il “biglietto d’ingresso” formale alla moneta unica. Da allora, tuttavia, l’unione monetaria europea si è allontanata parecchio da quei parametri iniziali. Oggi sarebbe già un risultato notevole se gli Stati membri riuscissero anche solo ad avvicinarsi alle soglie previste, vale a dire un rapporto debito/PIL (debito pubblico in percentuale del prodotto interno lordo) del 60% e un disavanzo di bilancio massimo del 3%. La realtà attuale – criteri di Maastricht o meno – è piuttosto: “100 è il nuovo 60”, visto che diversi Paesi dell’Unione Europea si aggirano intorno o superano ampiamente quel livello di indebitamento. Se da un lato la media dell’UE si attesta all’83%, e la Germania si mantiene relativamente vicina alla soglia originaria con un rapporto debito/PIL del 63%, dall’altro la Spagna ha già superato, seppur di poco, la tripla cifra. Secondo i dati della Commissione europea, il debito sovrano dell’Italia ammonta al 138% del PIL, valore comunque lontano dal picco del 154% toccato nel 2020.
E poi c’è la Francia: con un rapporto debito/PIL del 115%, è evidente che il governo francese debba invertire la rotta. Il problema è che manca la maggioranza in parlamento per agire in tal senso: dopo l’ennesimo voto di sfiducia che ha fatto cadere il governo del primo ministro François Bayrou, quale direzione prenderà ora il Paese? Una cosa è certa: ci aspettano acque agitate. Anche prima dell’ultima crisi, gli spread tra i titoli governativi francesi e quelli tedeschi di pari scadenza si erano ampliati, superando persino quelli dei titoli greci e avvicinandosi a quelli dell’Italia (cfr. Grafico della settimana). Tra l’altro, il debito pubblico statunitense in rapporto al PIL ha raggiunto il 100% e per i prossimi anni si prevede un’ulteriore crescita. Allo stesso tempo, i rendimenti dei titoli governativi a lunga scadenza stanno aumentando nei principali segmenti obbligazionari: i gilt (titoli governativi britannici) a 30 anni hanno già superato la soglia del 5% e le obbligazioni a 30 anni emesse dagli USA non sono poi così distanti. Anche il Giappone ha registrato un aumento dei rendimenti. Tutto questo rappresenta un chiaro segnale d’allarme che mette sotto pressione i governi – in primis il Giappone, dato un rapporto debito/PIL pari al 235%. Tuttavia, con le dimissioni del primo ministro giapponese Shigeru Ishiba, si prospetta una politica fiscale più espansiva nel Paese del Sol Levante. Ci si aspetta che il nuovo governo introduca un pacchetto di stimoli per combattere l’inflazione. In aggiunta ai sussidi in denaro proposti dal Partito Liberal Democratico (LDP) per far fronte all’aumento dei prezzi, il pacchetto dovrebbe includere iniziative di spesa mirate, tra cui un maggiore sostegno all’infanzia.
La settimana prossima
Nel frattempo, la politica monetaria continua a seguire il proprio corso. Dopo la riunione della Banca Centrale Europea (BCE) tenutasi questa settimana, la prossima sarà teatro delle riunioni della Federal Reserve statunitense (Fed, mercoledì), della Banca d’Inghilterra (BoE, giovedì) e della Banca del Giappone (BoJ, venerdì). A luglio la BCE ha sospeso il ciclo di riduzione dei tassi di interesse; nel frattempo, l’inflazione si è stabilizzata intorno al tasso obiettivo della banca centrale e la crescita economica si mantiene solida. È probabile che né la BoE né la BoJ interverranno con dei tagli ai tassi di interesse la prossima settimana. Da un lato, alla BoE il taglio di agosto è passato con una maggioranza risicata e gli ultimi dati sull’inflazione non giustificano un’ulteriore riduzione; dall’altro, la BoJ si trova ad affrontare una situazione più delicata, poiché l’inflazione è uno dei principali fattori di incertezza politica in Giappone. Detto ciò, l’eventualità di un aumento è assai improbabile: sebbene possa contribuire a rafforzare lo yen e a tenere sotto controllo le aspettative di inflazione, un simile intervento potrebbe essere interpretato come un ulteriore segnale di nervosismo in un contesto già volatile.
E infine c’è la Fed. Nelle ultime riunioni la banca centrale statunitense ha mostrato un atteggiamento esitante, contrastando le aspettative politiche di utilizzare la leva dei tassi d’interesse per ridurre il costo del debito pubblico – una mossa che potrebbe facilmente rivelarsi controproducente in presenza di crescenti aspettative inflazionistiche. Detto questo, dopo l’ultimo deludente rapporto sul mercato del lavoro, non ci sono grandi ostacoli a un possibile taglio dei tassi mercoledì.
Considerando le tre riunioni delle banche centrali, il calendario dei prossimi dati economici appare piuttosto leggero: lunedì verranno pubblicati i dati sulla produzione manufatturiera cinese, mentre martedì sarà il turno della produzione industriale europea e dell’indice ZEW sul clima imprenditoriale in Germania. Giovedì seguiranno le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti. Quest’ultimo dato sarà probabilmente al centro dell’attenzione, soprattutto dopo il recente indebolimento del mercato del lavoro negli Stati Uniti, anche perché il mandato della Fed include sia la stabilità dei prezzi che la piena occupazione.
In sintesi, la prossima settimana sarà dominata dalla politica monetaria, anche se i mercati hanno già scontato la mossa della Fed sui tassi di interesse.
Fonte: InvestmentWorld.it
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