Alle volte i problemi nascono per questioni di “Wording”. Penso che in pochi avrebbero immaginato di vedere una curva greca tanto massacrata quanto in questi giorni…..
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Michele Romano – Abax Bank – Fixed Income Area & OFP
Parlavamo appunto di una questione di wording. Fino a qualche giorno fa i policy maker dell’Europa centrale (i ferrei tedeschi) si erano potuti trincerare dietro una questione sintattico/logica.
Veniamo al secondo punto: l’Euro. Spingersi a sottolineare come, in fondo, le turbolenze innescate dalla Grecia abbiano indebolito l’euro quel tanto che basta a ridare fiato alle esportazioni mi sembra un po’ come pretendere che trovarsi sotto un acquazzone senza ombrello sia un buon modo per risparmiare sull’acqua utilizzata per la doccia.
La presenza di una limitatissima dispersione dei rendimenti sui bond a 10 anni all’interno dell’eurozona (nonostante i rating dei singoli paesi siano decisamente differenti) rappresenta di per sé un valido esempio di come l’idea stessa delle politiche monetarie di convergenza impattino sull’andamento dei mercati.
Una cosa deve essere chiara, la tendenza delle banche dell’eurozona a comprare titoli di debito pubblici denominati in euro rappresenta una debolezza che potrebbe avere conseguenze devastanti.
A questo punto si profila un problema quantitativo. La definizione del rating infatti è frutto della ponderazione di una serie di fattori. Tolto il supporto implicito dell’appartenenza all’unione europea (ed all’euro a questo punto) il repricing del rischio sovrano sarebbe confermato anche dai rating.
Avremmo infatti paesi “vecchi”, caratterizzati da crescenti tensioni sociali e da una situazione finanziaria prossima al collasso, da paesi “nuovi”, che come le formiche hanno approfittato dello sviluppo e di economie di conoscenza per accantonare riserve, risorse e fondi pensionistici. Potremmo così scoprire che sulla base del default Greco (e delle potenziali pressioni che potrebbero nascere su stati quali Italia, Portogallo, Belgio, Irlanda etc etc etc) le matrici di transizione sui sovrani prodotte dalle società di rating abbiano bisogno di una rivisitazione.
Normalmente si identifica nell’”anziano” quantomeno una maggior capacità di discernimento. L’abilità insomma di trarre insegnamento dal passato per evitare che l’anziano (o i più giovani) non commettano nuovamente gli stessi errori.
Da questo punto di vista, il passaggio “generazionale” dei diritti di voto in ambito IMF sembra avere un significato allegorico ancora più grande.
Il meeting dell’IMF di questo week-end non ha fornito particolari spunti di discussione. Il ministro delle finanze giapponese ha raffreddato l’eccitazione dei giornalisti confermando che non si è parlato di rivalutazione dello Yuan probabilmente perché la Cina “non avrebbe gradito molto”. Nonostante l’aprirsi di un fronte “no-tax” e il compiacimento per una graduale ripresa anche nei paesi emergenti (quale riflesso dei consumi dei G20) il meeting si è svolto in qualche modo “aspettando Godot” che, infatti, non è arrivato.
Giovedì i capi delle banche centrali indiana e brasiliana avevano già appoggiato in maniera chiara ed esplicita la causa di una rivalutazione dello Yuan.
Sicuramente va considerato come il potenziale impatto sugli emergenti derivante dall’apprezzamento dello Yuan (ancora incerto solo nel timing).
Sempre in ambito IMF, il botta-e-risposta tra il già citato Geithner e Darling sulla questione della regolamentazione e della tassazione del sistema finanziario.
Per la settimana entrante ci auspichiamo che si raggiunga un accordo. Ci auspichiamo che i lavoratori greci comprendano di essere parte di un cambiamento più grande: severi tagli nei salari delle posizioni più costose e più importanti incentiverebbero infatti l’imprenditoria e lo sviluppo del settore privato incentivando una crescita secondo quello che è stato lo sviluppo della Germania federale all’indomani della riunificazione.
Nel frattempo l’S&P 500 macina nuovi massimi lasciando dietro se gli indici europei in qualche modo “schiacciati” dal peso del rischio sovrano.

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